Può sembrare assurdo, ma c’è una spiegazione molto semplice: la superficie di Marte può essere osservata e misurata dall’alto, mentre il fondale degli oceani terrestri è nascosto sotto chilometri d’acqua. Un satellite in orbita attorno a Marte può sorvolare continuamente il pianeta e raccogliere enormi quantità di dati; per ottenere una mappa dettagliata del fondo oceanico, invece, bisogna generalmente passare sopra ogni zona con navi dotate di sonar.

La differenza è quindi soprattutto tecnologica e logistica, non una conseguenza di uno scarso interesse verso gli oceani. L’acqua rende estremamente difficile utilizzare le tecniche di osservazione che funzionano così bene nello spazio. La luce visibile e molti segnali elettromagnetici non riescono a raggiungere i fondali più profondi e tornare indietro con informazioni sufficientemente precise.
C’è però una precisazione importante: non significa che il 70% circa della superficie terrestre coperto dagli oceani sia completamente sconosciuto. Esistono mappe globali del fondale ottenute anche attraverso misurazioni satellitari indirette, ma sono molto meno dettagliate delle moderne rilevazioni sonar. Nell’aprile 2026, il 28,7% del fondale oceanico mondiale risultava mappato secondo gli standard moderni ad alta risoluzione.
Come siamo riusciti a creare mappe così precise di Marte
Una volta portata una sonda nell’orbita di Marte, mappare il pianeta diventa relativamente efficiente. Il veicolo spaziale percorre ripetutamente orbite attorno al pianeta mentre Marte ruota sotto di esso, permettendo agli strumenti di osservare progressivamente enormi porzioni della superficie.
Uno degli esempi più importanti è Mars Global Surveyor, la sonda NASA che utilizzava il Mars Orbiter Laser Altimeter, conosciuto come MOLA. Lo strumento inviava impulsi laser verso la superficie e misurava il tempo impiegato dalla luce per tornare alla sonda. In questo modo era possibile calcolare l’altitudine dei diversi punti del terreno.
Durante la missione furono raccolte centinaia di milioni di misurazioni altimetriche, dalle quali è stata realizzata una dettagliata rappresentazione globale della topografia marziana. MOLA arrivò a raccogliere quasi 700 milioni di rilevamenti individuali nel corso della sua attività.
A queste misurazioni si sono aggiunte nel tempo le fotografie e i dati provenienti da altre sonde. Il risultato è che oggi possiamo osservare digitalmente montagne, crateri, canyon, pianure e antichi letti fluviali di Marte con un livello di dettaglio sorprendente.
Perché non possiamo fare la stessa cosa con gli oceani?
Il problema principale è proprio l’acqua.
Un satellite può fotografare la superficie terrestre, ma non può semplicemente guardare attraverso quattro o cinque chilometri di oceano per vedere con precisione quello che c’è sul fondo. La luce viene assorbita e diffusa rapidamente e le tecniche radar utilizzate per studiare molte superfici terrestri non attraversano grandi profondità d’acqua in modo utile per ottenere una cartografia dettagliata.
Per questo si utilizza soprattutto il sonar multibeam.
Una nave invia verso il fondo numerosi impulsi acustici e misura quanto tempo impiegano a tornare dopo essere stati riflessi dal fondale. Combinando migliaia o milioni di queste misurazioni è possibile ricostruire la forma del terreno sottomarino.
Il sistema funziona molto bene, ma presenta un enorme svantaggio: la nave deve fisicamente attraversare la zona che deve essere rilevata.
Marte può essere sorvolato ripetutamente da una sonda che viaggia a migliaia di chilometri orari. Una nave oceanografica, invece, procede lentamente e deve coprire un’area immensa, spesso in condizioni meteorologiche difficili e a grande distanza dai porti.
Ed è qui che il paradosso diventa molto meno misterioso.
Ma allora come facciamo ad avere mappe di tutto l’oceano?
Guardando Google Earth o una carta batimetrica potrebbe sembrare che conosciamo già ogni centimetro degli oceani. In realtà bisogna distinguere tra una mappa generale e una mappatura diretta ad alta risoluzione.
I satelliti riescono a dedurre indirettamente alcune caratteristiche del fondo marino osservando minuscole variazioni nella superficie dell’oceano causate dalla gravità.
Una grande montagna sottomarina, per esempio, possiede una massa capace di modificare leggermente il campo gravitazionale locale. Questo può produrre una piccolissima variazione nella superficie marina, rilevabile da strumenti satellitari estremamente sensibili.
Da questi dati gli scienziati possono stimare la topografia del fondale.
È un metodo preziosissimo per ottenere una visione globale, ma non offre lo stesso dettaglio di una nave che passa direttamente sopra la zona con un sonar. NOAA sottolinea infatti che l’intero fondale può essere rappresentato attraverso informazioni satellitari, ma che queste mappe forniscono soltanto un quadro generale e possono non mostrare strutture più piccole, comprese alcune montagne sottomarine o relitti.
Quanto fondale oceanico abbiamo davvero mappato?
Il dato cambia di anno in anno grazie a nuove campagne oceanografiche.
Secondo la versione GEBCO 2026, pubblicata nell’aprile 2026, il 28,7% del fondale oceanico mondiale è stato mappato secondo gli standard moderni, contro il 27,3% indicato nell’edizione precedente. In un solo anno sono stati aggiunti quasi cinque milioni di chilometri quadrati di nuovi dati.
Significa che oltre due terzi del fondale devono ancora essere rilevati con questo livello di dettaglio.
Il progetto internazionale Seabed 2030, promosso dalla Nippon Foundation e da GEBCO, punta proprio a realizzare una mappa completa del fondo degli oceani attraverso la collaborazione e la condivisione dei dati provenienti da numerosi Paesi e organizzazioni.
Il lavoro non serve soltanto a soddisfare la curiosità scientifica. Conoscere la forma del fondale è importante per comprendere meglio correnti marine, geologia, ecosistemi, vulcani sottomarini e propagazione degli tsunami, oltre che per la navigazione e la posa di infrastrutture sul fondo del mare.
Potremmo scoprire ancora enormi strutture negli oceani?
Sì, soprattutto nelle aree che non sono mai state rilevate direttamente con strumenti moderni.
Questo non significa necessariamente che possano nascondersi giganteschi continenti sconosciuti: le misurazioni satellitari permettono già di riconoscere le strutture geologiche più imponenti.
Il vero spazio per le scoperte riguarda soprattutto dettagli più piccoli, montagne sottomarine, canyon, strutture vulcaniche, caratteristiche geologiche e relitti che una mappa a bassa risoluzione può semplicemente non mostrare.
Ed è uno degli aspetti più affascinanti dell’esplorazione oceanica: possiamo conoscere abbastanza bene la forma generale di un bacino oceanico e contemporaneamente non sapere con precisione cosa si trovi in alcune sue zone.
Domande frequenti
È vero che conosciamo Marte meglio degli oceani?
In un certo senso sì, se ci riferiamo alla mappatura dettagliata della superficie. La superficie di Marte può essere studiata direttamente dall’orbita, mentre gran parte del fondale terrestre non è ancora stata rilevata con sonar ad alta risoluzione.
Quanto fondale oceanico è stato mappato?
Ad aprile 2026, circa il 28,7% del fondale mondiale risultava mappato secondo gli standard moderni utilizzati dal progetto Seabed 2030.
Perché i satelliti non possono vedere il fondo dell’oceano?
Perché grandi quantità d’acqua impediscono alla luce e a molte tecniche di telerilevamento di raggiungere direttamente i fondali profondi. I satelliti possono però stimarne la forma attraverso misurazioni indirette del campo gravitazionale e della superficie marina.
Come vengono mappati gli abissi?
Principalmente attraverso navi equipaggiate con sonar multibeam, che inviano onde sonore verso il fondale e misurano il loro ritorno per determinarne profondità e forma.
Conclusione
Il motivo per cui abbiamo mappato Marte meglio di gran parte dei fondali oceanici è quindi sorprendentemente concreto: è più facile osservare un pianeta attraverso lo spazio che vedere attraverso chilometri d’acqua. Marte è lontanissimo, ma gli abissi terrestri hanno una barriera che il Pianeta Rosso non possiede: l’oceano stesso.
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