Quel tipico “crack” che si ottiene tirando o piegando le dita non è il suono di due ossa che sfregano, né di legamenti che scattano. A produrlo è un fenomeno fisico chiamato cavitazione: una rapida variazione di pressione all’interno della capsula articolare che porta i gas disciolti nel liquido sinoviale a formare e far collassare microscopicamente una bolla.
Le articolazioni delle dita (in particolare le metacarpo-falangee e le interfalangee) sono racchiuse in una membrana a tenuta stagna che contiene il liquido sinoviale, una sostanza viscosa con funzione lubrificante e nutritiva per la cartilagine. In questo fluido si trovano costantemente disciolti vari gas, soprattutto azoto e anidride carbonica.

Quando forziamo l’articolazione estendendola o piegandola oltre il suo punto neutro, i capi ossei si allontanano di circa un millimetro o due. Questo piccolo scostamento aumenta bruscamente il volume interno della capsula. Poiché il sistema è sigillato, un aumento di volume impone un repentino calo della pressione interna. Raggiunta una soglia critica, i gas non riescono più a rimanere disciolti: si separano dal liquido e formano una cavità, ovvero una bolla.
Per decenni la comunità scientifica ha dibattuto se il rumore derivasse dal collasso violento della bolla o dalla sua rapida formazione. Nel 2015, uno studio condotto tramite risonanza magnetica in tempo reale dall’Università di Alberta ha mostrato che il suono coincide con la formazione repentina del vuoto (cavitazione), lasciando una cavità gassosa visibile nell’articolazione per diversi minuti. Ricerche successive con modelli matematici biomeccanici hanno suggerito che basti anche un collasso anche solo parziale di questa bolla per generare l’onda acustica che percepiamo distintamente all’esterno.
Perché bisogna aspettare prima di rifarlo?
Chiunque abbia questa abitudine lo sa: una volta scrocchiata una nocca, è impossibile ottenere subito lo stesso rumore. Occorre attendere un intervallo, solitamente compreso tra i 15 e i 25 minuti.
Questo lasso di tempo, noto come periodo refrattario, rappresenta i minuti necessari affinché il gas della bolla si ridisciolga completamente nel liquido sinoviale circostante. Finché la micro-bolla è presente o la pressione interna non si è riequilibrata, nessun allungamento articolare riuscirà a creare una nuova cavitazione.
Provoca l’artrite? Il test durato 60 anni
La convinzione che scrocchiarsi le dita causi artrosi, deformità ossee o perdita di mobilità è ancora radicata. La letteratura clinica non ha mai trovato prove di una correlazione causale diretta con l’osteoartrite.
L’esperimento più celebre – e rigoroso nella sua ostinazione – è stato condotto dal medico californiano Donald Unger. Per oltre sessant’anni, Unger ha scrocchiato sistematicamente le nocche della mano sinistra almeno due volte al giorno, lasciando la mano destra intatta come gruppo di controllo. Dopo aver superato i 36.500 scrocchi sulla mano sinistra, ha confrontato clinicamente e radiologicamente entrambe le mani: nessuna delle due presentava segni di artrite e non c’erano differenze strutturali evidenti. Questa auto-sperimentazione gli è valsa il premio Ig Nobel per la Medicina nel 2009.
Studi epidemiologici più ampi, tra cui un’indagine retrospettiva pubblicata sul Journal of the American Board of Family Medicine, hanno confermato su campioni di centinaia di individui che la prevalenza dell’artrosi alle mani tra chi ha l’abitudine cronica di scrocchiarsi le nocche è pressoché identica a quella riscontrata tra chi non lo fa mai.
Quando l’abitudine diventa un problema
Nonostante non esista un legame accertato con l’artrite, l’abitudine non è del tutto priva di controindicazioni meccaniche se portata all’estremo.
Una forza eccessiva o una torsione innaturale applicata con regolarità possono sollecitare i legamenti collaterali e la capsula articolare. Alcune osservazioni cliniche hanno associato lo scrocchiamento compulsivo a una lieve riduzione della forza di presa o a temporanei edemi dei tessuti molli periarticolari.
C’è poi una netta distinzione diagnostica da fare:
- Se lo scrocchio è sordo, indolore e richiede una manipolazione deliberata, rientra nella fisiologica cavitazione gassosa.
- Se invece il rumore è accompagnato da dolore, calore, gonfiore persistente o sensazione di scatto/blocco durante il naturale movimento delle dita, non si tratta di gas. In questi casi il suono può indicare un’infiammazione tendinea (come nel dito a scatto), un danno cartilagineo o una lassità legamentosa, quadri che richiedono una valutazione ortopedica specialistica.
Se non c’è dolore associato, il crack delle dita rimane un bizzarro fenomeno idrodinamico interno, privo delle conseguenze allarmanti che la tradizione familiare tende a rimproverare.
DOMANDE FREQUENTI
Perché alcune persone riescono a scrocchiare le dita e altre no?
Dipende dalla conformazione individuale dell’articolazione, dalla lassità legamentosa e dal volume della capsula articolare. Chi ha legamenti più rigidi o una geometria articolare più serrata sviluppa con maggiore difficoltà la variazione di volume necessaria a innescare la cavitazione.
Perché anche ginocchia o caviglie a volte scrocchiano camminando?
Non tutti i rumori articolari derivano dalla cavitazione gassosa. Spesso, nei grandi distretti come ginocchia, spalle o caviglie, il “clic” è generato da un tendine o da un fascio muscolare che scivola rapidamente su una sporgenza ossea durante il movimento per poi tornare in sede.
Scrocchiarsi le nocche indebolisce la forza della mano?
La maggior parte degli studi moderni non mostra cali significativi. Tuttavia, manipolazioni compulsive e particolarmente energiche ripetute decine di volte al giorno possono, a lungo termine, infiammare la capsula o stirare i legamenti, con conseguente sensazione di debolezza transitoria della presa.
FONTI UTILIZZATE
- Studio sulla cavitazione articolare tramite risonanza magnetica real-time (2015):Kawchuk GN, Fryer J, Jaremko JL, Zeng H, Rowe L, Salo D. Real-Time Visualization of Joint Cavitation. PLOS ONE: https://journals.plos.org/plosone/article?id=10.1371/journal.pone.0119470
- Studio epidemiologico tra nocche e osteoartrite:Deweber K, Olszewski M, Ortolano R. Knuckle cracking and hand osteoarthritis. The Journal of the American Board of Family Medicine (JABFM): https://www.jabfm.org/content/24/2/169
- Riconoscimento Ig Nobel per la ricerca di Donald Unger (2009):Annals of Improbable Research: https://improbable.com/ig/winners/#ig2009
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