Un caffè da 1,20 euro. La spesa al supermercato. La benzina. Un paio di scarpe ordinate online. Se ogni pagamento restituisce una piccola percentuale, la tentazione viene quasi da sola: perché non passare tutto sulla carta con cashback?
Sulla carta il ragionamento sembra impeccabile. Se quelle spese dobbiamo farle comunque, tanto vale recuperare qualche euro. Ed effettivamente può funzionare. Il problema comincia quando il cashback smette di essere un premio sulle spese e diventa il motivo per farle.

Quel piccolo rimborso che sembra più grande di quanto sia
Immaginiamo una carta che restituisca l’1% sugli acquisti ammessi. Spendendo 1.000 euro si recuperano 10 euro.
Non è molto, ma neppure qualcosa da buttare via. Se durante l’anno passassero dalla carta 15.000 euro di normali spese familiari, il rimborso teorico arriverebbe a 150 euro.
Ed è proprio qui che il cashback diventa interessante: quando non richiede di cambiare il proprio comportamento.
Pagare con quella carta il pieno che avremmo fatto comunque ha senso. Comprare una giacca da 120 euro invece di una da 90 perché “almeno prendo il cashback” molto meno: per recuperare pochi centesimi o euro ne abbiamo spesi parecchi in più.
Sembra ovvio quando lo si legge. Davanti al pulsante “Acquista”, curiosamente, lo è un po’ meno.
Il conto vero non è quello mostrato dall’app
Le carte con cashback non sono tutte uguali. Possono esserci limiti mensili, categorie escluse, percentuali diverse a seconda del negozio, promozioni temporanee, soglie da raggiungere oppure un canone.
Per capire se una carta conviene davvero serve quindi un calcolo molto meno affascinante dell’animazione che festeggia il rimborso ricevuto.
Se durante un anno otteniamo 100 euro di cashback ma la carta ci costa 60 euro, il vantaggio reale è 40 euro. Se per ottenere determinati bonus abbiamo anche modificato le nostre abitudini di acquisto, il conto diventa ancora più difficile da vedere.
Il cashback nominale, insomma, è solo metà della storia.
Il dettaglio curioso: il premio può cambiare il modo in cui spendiamo
Qui arriva la parte più interessante.
Una carta cashback funziona un po’ come una tessera punti, ma con un premio molto più semplice da comprendere: denaro. Ogni acquisto sembra produrre un piccolo ritorno immediato.
Così una spesa di 50 euro può essere percepita mentalmente non più soltanto come “ho speso 50 euro”, ma anche come “ho guadagnato qualcosa”.
Il secondo pensiero è corretto dal punto di vista matematico. È il modo in cui lo interpretiamo che può diventare insidioso.
Basta infatti un solo acquisto inutile da 30 euro per cancellare mesi di piccoli cashback ottenuti pagando caffè, parcheggi e supermercato. Ed è questa la strana svolta del meccanismo: si può perdere denaro proprio mentre si ha la sensazione di risparmiarlo.
Quando usarla praticamente per tutto ha davvero senso
Esiste però uno scenario in cui concentrare le spese su una carta cashback può essere una strategia perfettamente razionale.
La carta ha costi bassi o nulli, le spese effettuate rientrano realmente nel programma premi e soprattutto il saldo viene gestito senza trasformare gli acquisti quotidiani in debito costoso.
Una carta di credito a saldo consente normalmente di rimborsare insieme le spese effettuate nel periodo previsto dal contratto. Diverso è il caso del credito revolving: in quel caso il rimborso avviene a rate e comporta interessi. La Banca d’Italia ricorda inoltre che i tassi delle carte revolving possono essere più elevati rispetto ad altre forme di credito al consumo.
È facile capire perché questo dettaglio possa ribaltare completamente il vantaggio.
Guadagnare 8 o 10 euro di cashback e pagarne molti di più in interessi non è un programma fedeltà particolarmente riuscito.
Il metodo più semplice è trattare il cashback come qualcosa che non esiste
Può sembrare un controsenso, ma probabilmente è il modo più efficace per sfruttarlo.
Prima si decide cosa comprare, confrontando normalmente prezzi e alternative. Solo dopo si utilizza la carta che restituisce qualcosa.
In questo modo il cashback rimane esattamente ciò che dovrebbe essere: un piccolo sconto arrivato dopo la decisione, non un’esca che influenza quella decisione.
Vale anche la pena controllare ogni tanto quanto è stato realmente restituito negli ultimi sei o dodici mesi e confrontarlo con eventuali costi della carta. Non il cashback promesso nelle pubblicità: quello effettivamente entrato nel conto.
A quel punto la domanda “conviene usarla per tutto?” diventa molto più semplice.
Per le spese che avremmo fatto comunque, se non ci sono costi o interessi che cancellano il vantaggio, spesso sì. Per acquistare qualcosa solo perché restituisce l’1%, il 2% o qualche euro?
Quello non è cashback. È shopping con una piccola consolazione.
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