Un razzo pronto sulla rampa di lancio non parte mai verso Marte quando pare a noi. Aspetta. A volte per mesi, in silenzio, mentre le orbite di due pianeti si allineano in quella che gli ingegneri chiamano una “finestra di lancio”. Succede soltanto una volta ogni ventisei mesi. Se perdi quel treno spaziale, rimani a terra a guardare il cielo per altri due anni.
È il primo paradosso di un viaggio verso il Pianeta Rosso: la parte più difficile, prima ancora di accendere i motori, è imparare ad aspettare.

Una mappa fatta di elastici e distanze mobili
Se la Terra e Marte stessero fermi, calcolare i tempi sarebbe un esercizio da scuole medie. Il problema è che entrambi i pianeti girano attorno al Sole a velocità diverse. La Terra corre più veloce, sull’interno; Marte se la prende più comoda, all’esterno.
Questo significa che la distanza tra noi e il nostro vicino rosso cambia continuamente. Nel momento di massimo avvicinamento – chiamato opposizione – ci separano “appena” 55 milioni di chilometri. Quando invece ci troviamo ai lati opposti del Sole, quella distanza schizza a oltre 400 milioni di chilometri.
Lanciare una navicella puntando dritti verso Marte mentre si trova al punto più vicino sembra la scelta più logica, ma nello spazio la linea retta è una trappola. Un veicolo spaziale non viaggia in linea retta: segue un’orbita ellittica attorno al Sole, intercettando Marte nel punto in cui il pianeta si troverà dopo diversi mesi. È come tirare una freccetta a un bersaglio in movimento mentre ci si trova su una giostra che gira.
In media, con la tecnologia chimica attuale, questo viaggio richiede tra i sei e gli otto mesi. La missione Perseverance della NASA, ad esempio, è partita a luglio del 2020 ed è atterrata nel cratere Jezero nel febbraio del 2021: sette mesi esatti di volo tra il vuoto e il silenzio.
La svolta silenziosa a metà strada
C’è un momento preciso, intorno al quarto mese di navigazione, in cui l’atmosfera a bordo delle missioni simulate cambia radicalmente. La Terra, che nei primi giorni di volo appariva ancora come una biglia azzurra luminosa e rassicurante fuori dagli oblò, si riduce a un punto di luce indistinguibile dalle altre stelle.
È qui che il viaggio smette di essere un problema scientifico e diventa un test di resistenza psicologica. I segnali radio, che viaggiano alla velocità della luce, impiegano fino a venti minuti per andare da Marte alla Terra e altri venti per tornare indietro. Una conversazione normale diventa impossibile. Se dici “ciao”, la risposta arriva tre quarti d’ora dopo.
In quel tratto di spazio profondo non c’è la sensazione della velocità. A bordo viaggiamo a circa 20.000 chilometri all’ora rispetto alla Terra, ma fuori dalla finestra non c’è nulla che si muove. Il tempo sembra congelarsi, spezzando la routine dei giorni.
Il sogno dei tre mesi (e perché siamo ancora fermi)
Se sei-otto mesi vi sembrano troppi per un viaggio di sola andata, sappiate che i fisici stanno cercando da tempo di accorciare questa clessidra. Il limite attuale non è la distanza, ma il propellente. Più carburante porti per andare veloce, più il razzo diventa pesante, richiedendo ancora più carburante per staccarsi dall’attrazione terrestre.
I motori a propulsione termica nucleare o i propulsori a ioni potrebbero, sulla carta, tagliare i tempi di percorrenza portandoli a circa tre o quattro mesi. Il concetto è semplice: invece di dare una grande spinta iniziale e poi “scivolare” per inerzia fino a destinazione, questi sistemi garantiscono una spinta costante per gran parte del tragitto.
Fino ad oggi, però, queste tecnologie sono rimaste per lo più confinate ai laboratori e ai test a terra. Per adesso, chiunque sogni di mettere piede sulla sabbia ossidata di Marte deve mettere in conto di passare quasi un intero anno della propria vita chiuso in un tubo di metallo, fluttuando nell’oscurità.
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