Immaginate di andare al lavoro la mattina, salire a bordo del vostro mezzo di trasporto e, nel giro di qualche settimana, accorgervi che i pantaloni vi stanno corti. Non di pochi millimetri, ma di ben cinque centimetri. No, non è l’effetto di un lavaggio sbagliato in lavatrice e non siete nemmeno tornati all’adolescenza. È semplicemente quello che succede al corpo umano non appena si lasciano i confini dell’atmosfera terrestre.

Gli astronauti che fluttuano a bordo della Stazione Spaziale Internazionale sperimentano una vera e propria metamorfosi fisica: diventano più alti. Una scoperta straordinaria che unisce la biologia umana alla fisica dello spazio, e che ha costretto gli ingegneri aerospaziali a ridisegnare da zero le tecnologie con cui viaggiamo tra le stelle.
L’idea che ha cambiato tutto
L’idea che lo spazio potesse deformare, o meglio, “allungare” il corpo umano non è stata un’intuizione teorica nata a tavolino, ma una scoperta empirica ravvisata durante le prime missioni di lunga durata. Quando i pionieri dello spazio tornavano a Terra, lamentavano strani fastidi: le tute sembravano improvvisamente strette e i sedili delle navicelle, progettati al millimetro sulle loro forme, risultavano incredibilmente scomodi.
La gravità terrestre è una forza invisibile a cui siamo così abituati da non percepirla più. Schiaccia costantemente il nostro corpo verso il basso, agendo come una pressa silenziosa e perenne. Solo quando l’uomo è riuscito a scappare da questa “morsa”, fluttuando nella microgravità, ci si è resi conto che il corpo umano ha una sua naturale elasticità nascosta, un’estensione che sulla Terra viene costantemente repressa.
Come funziona la “fisiologia spaziale”
Il segreto di questo incredibile aumento di statura risiede interamente nella nostra colonna vertebrale. La spina dorsale umana non è un palo rigido, ma una meravigliosa struttura ingegneristica composta da 33 vertebre alternate a dischi intervertebrali fatti di cartilagine ed acqua.
Ecco cosa accade quando la gravità svanisce:
- L’effetto spugna: Sulla Terra, il peso del corpo schiaccia questi dischi cartilaginosi, facendoli espellere liquidi e assottigliare durante il giorno (motivo per cui la sera siamo tutti leggermente più bassi rispetto al mattino).
- La decompressione totale: In microgravità, la pressione verticale scompare istantaneamente. I dischi intervertebrali iniziano ad assorbire fluidi extra, rilassandosi e distanziandosi l’uno dall’altro.
- L’allungamento: Moltiplicando questo piccolissimo rilassamento per tutti i dischi della colonna, il risultato finale è sorprendente: lo scheletro si distende e l’astronauta può guadagnare fino al 3% della sua altezza totale (circa 5 centimetri per una persona di media statura).
Tuttavia, questo superpotere temporaneo ha un prezzo. I muscoli e i tendini della schiena vengono tesi da questo allungamento improvviso, motivo per cui le prime settimane nello spazio sono spesso accompagnate da intensi dolori lombari.
Il dettaglio poco conosciuto: il dilemma dei sedili della Soyuz
Se diventare più alti sembra un fantastico effetto collaterale del viaggio spaziale, per gli ingegneri della NASA e dell’agenzia spaziale russa Roscosmos si è trattato di un vero e proprio incubo tecnologico.
Il dettaglio che pochi conoscono riguarda i sedili della navicella russa Soyuz, per decenni l’unico “taxi” disponibile per raggiungere la Stazione Spaziale Internazionale. Questi sedili non sono regolabili come quelli di un’utilitaria: sono gusci di rivestimento personalizzati, fusi sul calco esatto del corpo di ogni singolo astronauta per proteggerlo dalle tremende sollecitazioni della partenza e, soprattutto, del rientro atmosferico.
Se un astronauta parte alto 1,75 metri e ritorna alto 1,80 metri, rischia letteralmente di non entrare più nel suo sedile di sicurezza o, peggio, di subire gravissime lesioni alla spina dorsale durante l’impatto con il suolo terrestre. Per risolvere questo problema, gli ingegneri hanno dovuto inventare tute speciali, come la SkinSuit, una tuta elastica che simula la pressione della gravità terrestre per stringere lo scheletro, e progettare sedili con margini di tolleranza millimetrici capaci di “prevedere” la crescita dell’astronauta.
Perché è rimasta importante
Questa scoperta ha cambiato radicalmente il modo in cui progettiamo la tecnologia per l’esplorazione spaziale. Non si tratta solo di tute più comode o di sedili più larghi. Capire come la microgravità influisce sulla colonna vertebrale è fondamentale per il futuro dei viaggi verso Marte.
Oggi sappiamo che, una volta tornati sulla Terra, la gravità riprende rapidamente il sopravvento. Nel giro di pochi giorni o settimane, i dischi si schiacciano nuovamente e gli astronauti tornano alla loro altezza originaria. Ma questo processo di “fisarmonica” espone lo scheletro a un rischio altissimo di ernie del disco e problemi posturali nel lungo periodo. Le contromisure inventate per gli astronauti – dagli esoscheletri agli esercizi di carico assiale – oggi aiutano anche la medicina terrestre a curare chi soffre di patologie alla schiena.
Cosa ci racconta ancora oggi
L’allungamento degli astronauti nello spazio ci racconta una verità profonda e affascinante: il corpo umano non è una macchina fissa e immutabile, ma un elemento plastico che si rimodella costantemente in base all’ambiente che lo circonda.
Siamo creature nate, cresciute e modellate per vivere sul pianeta Terra. Ogni centimetro dei nostri muscoli e delle nostre ossa è tarato per rispondere alla gravità del nostro pianeta. Quando progettiamo la tecnologia per andare sulle stelle, la sfida più grande non è costruire razzi più potenti, ma capire come proteggere e adattare quella meravigliosa, fragile e flessibile macchina biologica che portiamo dentro da migliaia di anni.
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