Immagina di guardare una nave che si allontana dal porto. Sulla poppa c’è un marinaio che continua a salutarti agitando una torcia elettrica. Finchè il fascio di luce viaggia più veloce delle onde, la sua luce continua ad arrivarti negli occhi. Poi, all’improvviso, il mare inizia a gonfiarsi e a stirarsi a una velocità folle. La nave viaggia ancora alla solita andatura, ma l’acqua sotto di lei si espande così rapidamente che la luce della torcia non riesce più a coprire la distanza. Il segnale resta bloccato a metà strada.

La nave non è affondata, continua a navigare. Semplicemente, per te non esiste più.
È esattamente quello che sta succedendo adesso, mentre leggi questo schermo, ai confini dell’universo osservabile. C’è una fetta enorme di cosmo che abbiamo perso per sempre, e ogni secondo ne scivola via un’altra.
La velocità della luce non è più il limite massimo
Siamo cresciuti con una certezza scientifica incrollabile: nulla può viaggiare più veloce della luce. Circa 300.000 chilometri al secondo, una soglia invalicabile. Ed è vero, ma con una postilla fondamentale che spesso ci dimentichiamo: la materia non può superare quel limite nello spazio.
Lo spazio in sé, invece, fa un altro gioco. Non ha massa, non ha peso, non ha attrito. Può allargarsi a qualunque velocità gli pare.
Negli anni ’20, Edwin Hubble scoprì che le galassie si stavano allontanando da noi. Più erano distanti, più sembrava corressero veloci. Negli anni ’90 abbiamo capito una cosa ancora più strana: non stanno rallentando dopo il Big Bang, stanno accelerando. A spingerle è una forza invisibile e misteriosa che chiamiamo energia oscura.
L’universo non si sta solo ingrandendo: sta gonfiando la trama stessa del suo tessuto. Non sono le galassie a sfrecciare via come razzi; è lo spazio tra loro che si crea dal nulla.
Il confine invisibile oltre cui tutto scompare
C’è un punto preciso nello spazio profondo, a circa 14,5 miliardi di anni luce da noi, chiamato “orizzonte degli eventi cosmologico”.
Se una galassia si trova al di qua di questa linea invisibile, la luce che emette oggi riuscirà prima o poi a raggiungere i telescopi della Terra, anche se ci metterà miliardi di anni. Ma se una galassia si trova un solo chilometro oltre quella soglia, lo spazio tra noi e lei si sta creando a una velocità superiore a 300.000 chilometri al secondo.
I fotoni della sua luce partono, viaggiano, ce la mettono tutta. Ma la strada sotto le loro zampe invisibili si allunga più in fretta di quanto loro riescano a percorrerla. È come correre al contrario su un tapis roulant impostato a velocità infinita.
Quelle galassie sono ancora lì, piene di stelle, pianeti e magari orizzonti alieni. Ma i loro segnali non ci raggiungeranno mai più.
[ TERRA ] <--- (Luce viaggia a 300.000 km/s) --- [ GALASSIA VECCHIA ]
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|======> [ ORIZZONTE DEGLI EVENTI COSMOLOGICO ] <======|
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(Lo spazio si espande a > 300.000 km/s) -------> [ GALASSIA PERDUTA ]
(La luce non ci raggiungerà mai)
Il paradosso di un cielo che diventerà buio
Ecco il dettaglio che fa venire i brividi: stiamo già guardando dei “fantasmi”.
Quando osserviamo le galassie più lontane con il telescopio James Webb, vediamo la luce che hanno emesso quando l’universo era giovanissimo. Ma dove si trovano adesso quelle stesse galassie? La risposta è che molte di loro hanno già passato il punto di non ritorno. Continuano a mandarci la loro luce antica, come un’eco che affievolisce, ma quella che stanno producendo proprio in questo istante non la vedremo mai.
E il futuro sarà ancora più silenzioso.
Tra centinaia di miliardi di anni, l’espansione avrà allontanato tutte le altre galassie oltre il nostro orizzonte cosmico. Se sulla Terra (o su ciò che ne resterà) nascessero dei nuovi astronomi, guardando il cielo notturno vedrebbero solo la nostra Via Lattea e le pochissime galassie vicine con cui ci saremo fusi.
Per loro, l’universo sembrerà piccolo, buio e finito. Non avranno modo di sapere che fuori c’era qualcos’altro.
Noi, fortunatamente, siamo nati nell’epoca giusta per fare in tempo a vedere il grande spettacolo prima che cali il sipario.
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