Oggi sembra quasi impossibile immaginare Stranger Things fuori dal catalogo Netflix. Eppure, quando Matt e Ross Duffer iniziarono a proporre il progetto, la reazione di Hollywood fu molto meno entusiasta.
Prima di essere accettata da Netflix, Stranger Things fu rifiutata indicativamente tra 15 e 20 volte da diverse reti televisive. Il problema principale era insolito: la serie aveva dei ragazzini come protagonisti, ma non era pensata come uno show per bambini. Alcuni dirigenti suggerirono persino ai Duffer di eliminare proprio ciò che avrebbe reso la serie riconoscibile.

A distanza di anni, conoscendo Eleven, Hawkins e il Sottosopra, quelle obiezioni fanno un certo effetto. In realtà, osservando come vengono sviluppate le serie televisive, erano molto meno assurde di quanto possa sembrare.
Quante volte è stata rifiutata Stranger Things?
Il numero che circola più spesso online è 15, ma la ricostruzione più corretta parla di 15-20 rifiuti.
Matt Duffer stimò proprio questa cifra raccontando il periodo in cui lui e il fratello Ross cercavano una rete disposta a produrre la serie. Anche The Daily Beast, in un’intervista pubblicata poco dopo il debutto dello show, riportò che il progetto era stato respinto da 15-20 network.
Quindi dire che Stranger Things fu “rifiutata più di 15 volte” è sostanzialmente corretto, purché non si trasformi quella stima in un conteggio preciso e documentato di singole emittenti.
Qui le fonti, infatti, non forniscono un elenco completo con il nome di ogni rete e il relativo rifiuto. Parlano della stima ricordata dai fratelli Duffer.
È una distinzione piccola, ma conta. Le curiosità cinematografiche tendono facilmente a diventare più nette a ogni nuova condivisione: un “15-20” raccontato in un’intervista finisce per trasformarsi in “17 reti dissero no”. Quel secondo numero, però, avrebbe bisogno di una fonte che al momento non c’è.
Perché nessuno voleva produrla?
Il problema non era semplicemente che Stranger Things fosse considerata brutta o poco interessante.
Era difficile da classificare.
La storia metteva al centro Mike, Dustin, Lucas e Will, ragazzini che ricordavano immediatamente il cinema d’avventura degli anni Ottanta. Attorno a loro, però, c’erano rapimenti, esperimenti segreti, mostri, dimensioni parallele e atmosfere horror.
Insomma: protagonisti bambini, pubblico non necessariamente bambino.
Ed era proprio questo corto circuito a creare problemi durante i pitch.
Secondo il racconto dei Duffer, alcuni dirigenti non riuscivano a capire a chi dovesse essere destinato lo show. Una delle indicazioni ricevute fu, in sostanza, di scegliere una direzione: trasformarlo in una serie per ragazzi oppure eliminare i giovani protagonisti e concentrare tutto sul detective Jim Hopper e sulle sue indagini paranormali.
Per Matt e Ross Duffer significava smontare il progetto.
Il contrasto tra l’avventura vissuta dai ragazzi e il mondo molto più oscuro degli adulti non era un dettaglio della sceneggiatura. Era la struttura stessa di Stranger Things.
Hollywood voleva una serie più facile da vendere
Questo tipo di problema ricorre spesso nello sviluppo televisivo: un progetto che incrocia troppi generi può entusiasmare chi lo legge e, allo stesso tempo, mettere in difficoltà chi deve decidere dove collocarlo.
Stranger Things mescolava fantascienza, horror, coming-of-age, mystery e nostalgia anni Ottanta. Per di più lo faceva attraverso riferimenti che andavano da Steven Spielberg a Stephen King e John Carpenter.
Oggi è esattamente ciò che il pubblico associa alla serie.
Prima del debutto, invece, era anche ciò che la rendeva difficile da presentare in poche righe durante una riunione.
Chi lavora attorno a cinema e televisione vede spesso questo paradosso: dopo che un format ha funzionato, le sue caratteristiche sembrano ovvie. Prima, quelle stesse caratteristiche vengono facilmente percepite come anomalie da correggere.
Nel caso dei Duffer, correggerle avrebbe probabilmente prodotto una serie completamente diversa.
I fratelli Duffer pensarono che il progetto fosse finito
I continui rifiuti iniziarono a pesare.
Matt Duffer ha ricordato un periodo in cui i due erano convinti che il progetto non avrebbe funzionato semplicemente perché le persone a cui lo proponevano non riuscivano a comprenderlo.
Non erano ancora i creatori di una delle proprietà più riconoscibili di Netflix. Erano due giovani sceneggiatori con qualche esperienza professionale, compreso il lavoro su Wayward Pines, ma senza il peso contrattuale di un grande autore televisivo.
Anni dopo avrebbero ricordato quella fase come una lunga sequenza di pitch e porte chiuse. In un’intervista a TheWrap, Ross Duffer raccontò proprio la sensazione di entrare nelle stanze, presentare idee e sentirsi respinti continuamente.
Questo rende interessante la storia dei rifiuti molto più del semplice numero.
Non c’era un colosso che stesse combattendo contro quindici concorrenti per accaparrarsi Stranger Things. Per un certo periodo sembrava davvero che nessuno la volesse.
Come arrivò Stranger Things a Netflix
Il passaggio decisivo avvenne quando alcune persone dell’industria che avevano capito il progetto misero i Duffer in contatto con Netflix. Un ruolo importante lo ebbero Dan Cohen e Shawn Levy della 21 Laps Entertainment, che contribuirono a portare avanti la serie e a presentarla alla piattaforma.
C’è anche una piccola ironia.
All’inizio i fratelli Duffer non pensavano nemmeno che Netflix fosse una possibilità realistica. La piattaforma aveva già costruito una reputazione nelle produzioni originali grazie a titoli come House of Cards e Orange Is the New Black, associati a figure affermate come David Fincher e Jenji Kohan.
I due pensavano di non avere ancora abbastanza peso per entrare da quella porta.
Accadde il contrario.
Netflix acquistò il progetto e lasciò ai Duffer lo spazio necessario per conservare gli elementi che altri interlocutori avrebbero voluto modificare.
La prima stagione, composta da otto episodi, arrivò sulla piattaforma il 15 luglio 2016.
Il dettaglio curioso: all’inizio non si chiamava Stranger Things
Anche il titolo arrivò dopo.
Il progetto era inizialmente conosciuto come Montauk e avrebbe dovuto essere ambientato nella zona di Montauk, nello Stato di New York. Durante lo sviluppo l’ambientazione venne spostata nella fittizia Hawkins, Indiana, e il titolo cambiò in Stranger Things.
Quel nome finì per riassumere perfettamente il tono dello show: familiare ma inquietante, adolescenziale e allo stesso tempo molto più oscuro.
È uno di quei casi in cui guardando il prodotto finito sembra che ogni elemento fosse inevitabile fin dall’inizio. Nella produzione televisiva succede raramente.
Da serie respinta a uno dei maggiori successi Netflix
La parte più paradossale della storia arriva guardando i numeri ottenuti successivamente.
Secondo le classifiche ufficiali pubblicate da Netflix, Stranger Things 4 ha raggiunto circa 140,7 milioni di visualizzazioni nei primi 91 giorni, totalizzando circa 1,838 miliardi di ore viste. È rimasta tra le stagioni televisive in lingua inglese più viste nella storia della piattaforma secondo la metodologia attuale di Netflix.
E il successo non è rimasto confinato a una singola stagione.
Netflix ha comunicato nel 2025 che le prime quattro stagioni avevano accumulato complessivamente 1,2 miliardi di visualizzazioni dalla loro uscita.
Numeri che rendono ancora più curiosa quella vecchia richiesta: togliere i ragazzini e raccontare principalmente le indagini di Hopper.
Hopper avrebbe probabilmente retto benissimo una serie tutta sua. Ma non sarebbe stata Stranger Things.
Il rifiuto che spiega perché Stranger Things funzionava
La tentazione è raccontare questa vicenda come la classica storia del capolavoro che Hollywood non seppe riconoscere.
È una lettura fin troppo comoda.
I dirigenti che rifiutarono il progetto avevano individuato davvero qualcosa di anomalo: era difficile stabilire immediatamente che tipo di serie fosse e per quale pubblico fosse stata scritta.
Avevano visto il problema. La differenza è che quel problema era anche uno dei punti di forza dello show.
Succede più spesso di quanto sembri. Nel processo di sviluppo si cerca naturalmente di rendere un progetto leggibile, vendibile e riconoscibile. A volte, però, togliendo ciò che sembra difficile da catalogare si elimina proprio ciò che avrebbe potuto renderlo diverso da tutto il resto.
Con Stranger Things, i Duffer decisero di non farlo.
Domande frequenti
Quante volte è stata rifiutata Stranger Things?
Matt Duffer ha stimato che il progetto fu rifiutato tra 15 e 20 volte da diverse reti prima di arrivare a Netflix. Non esiste un elenco pubblico completo dei singoli rifiuti, quindi è più corretto parlare di una stima e non di un numero esatto.
Perché le reti rifiutavano Stranger Things?
Uno dei problemi principali era la combinazione tra protagonisti molto giovani e contenuti destinati anche a un pubblico adulto. Alcuni dirigenti suggerirono ai Duffer di trasformarla in una serie per bambini oppure di concentrarsi su Hopper eliminando i ragazzi dal centro della storia.
Netflix fu la prima piattaforma a credere nella serie?
Netflix fu la società che alla fine acquistò e produsse il progetto nella forma voluta dai Duffer. Prima erano arrivati numerosi rifiuti da altre realtà televisive. Dan Cohen e Shawn Levy della 21 Laps Entertainment contribuirono a far arrivare il progetto alla piattaforma.
Stranger Things ha davvero avuto un enorme successo?
Sì. Stranger Things 4 ha registrato circa 140,7 milioni di visualizzazioni nei primi 91 giorni secondo Netflix, con circa 1,838 miliardi di ore viste, collocandosi tra le stagioni inglesi più popolari della piattaforma.
Stranger Things si chiamava inizialmente Montauk?
Sì. Durante le prime fasi di sviluppo il progetto era conosciuto come Montauk. Successivamente l’ambientazione venne trasferita nella cittadina immaginaria di Hawkins, in Indiana, e la serie assunse il titolo definitivo Stranger Things.
Quando il difetto era proprio l’idea giusta
La parte migliore di questa storia non è che quindici o venti dirigenti abbiano avuto torto e Netflix ragione. È che i Duffer abbiano riconosciuto quali compromessi potevano accettare e quale modifica avrebbe distrutto il progetto.
A volte una serie trova la propria identità proprio nel punto che, durante un pitch, sembra più difficile da vendere.
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