Pensare a Dio come creatore dell’universo viene quasi spontaneo a chi è cresciuto in una cultura cristiana, ebraica o islamica. Il panteismo parte invece da un’idea molto diversa.
Nel panteismo Dio non è un essere separato che, a un certo punto, crea il cosmo: Dio e la realtà coincidono. L’universo, la natura e tutto ciò che esiste appartengono a un’unica realtà divina. Per questo il panteismo tende a eliminare la separazione tradizionale tra Creatore e creazione.

È una differenza che sembra piccola quando viene ridotta a una frase, ma cambia quasi tutto: il modo di immaginare Dio, la preghiera, il rapporto con la natura e perfino il significato attribuito alla propria individualità.
Che cosa significa davvero panteismo
La parola panteismo deriva dalle radici greche pan, “tutto”, e theos, “Dio”. Il termine è relativamente moderno: viene generalmente collegato agli scritti di John Toland all’inizio del XVIII secolo, anche se concezioni molto simili sono comparse nella filosofia parecchio prima che qualcuno desse loro questo nome.
La definizione più semplice è questa: Dio è tutto e tutto è Dio.
Bisogna però stare attenti a non interpretarla in maniera troppo letterale. Un panteista non deve necessariamente pensare che una pietra, presa singolarmente, sia una piccola divinità o che ogni albero possieda una personalità divina.
Il punto è un altro.
Tutto ciò che esiste appartiene alla stessa realtà ultima. Non esiste, da una parte, Dio e, dall’altra, un universo creato da Dio. Questa separazione viene meno.
La Stanford Encyclopedia of Philosophy definisce infatti il panteismo, nella sua accezione più generale, come la concezione secondo cui Dio è identificabile con il cosmo oppure, formulata negativamente, come il rifiuto dell’idea che Dio sia distinto dall’universo.
E qui emerge subito la distanza dal teismo tradizionale.
Nel panteismo Dio ha creato l’universo?
Non nel significato normalmente attribuito alla parola “creazione”.
Nelle religioni monoteistiche classiche Dio precede il mondo e ne è distinto. Può essere presente nella creazione, può sostenerla e governarla, ma non coincide semplicemente con essa.
Nel panteismo questa struttura cambia.
Dire che Dio ha creato l’universo implica già l’esistenza di due realtà concettualmente distinguibili: qualcuno che crea e qualcosa che viene creato. Il panteismo tende proprio a rifiutare questa separazione.
Per questo l’affermazione “Dio non ha creato l’universo, l’universo è Dio” funziona bene come prima spiegazione del panteismo, purché non venga trasformata in una definizione assoluta valida per ogni autore.
Le diverse filosofie definite panteistiche non dicono infatti tutte esattamente la stessa cosa. Persino gli studiosi discutono su quali pensatori possano essere chiamati realmente panteisti.
Un dettaglio che spesso si sottovaluta è proprio questo: panteismo è un’etichetta che raccoglie concezioni diverse, non una religione dotata di un unico credo ufficiale.
Il Dio del panteismo è un Dio personale?
Generalmente no, almeno non nel senso abituale.
Quando una persona pensa a un Dio personale immagina spesso un essere capace di volere, giudicare, ascoltare una preghiera, perdonare o intervenire negli eventi.
Il Dio panteistico tende invece a essere concepito come la realtà stessa, il principio immanente dell’esistenza o la totalità della natura.
La concezione cambia quindi anche sul piano psicologico.
Pregare un Dio personale significa rivolgersi a un “Tu”. Si parla con qualcuno.
Se Dio coincide con la totalità dell’essere, questo rapporto diventa molto meno intuitivo. La spiritualità può spostarsi dalla richiesta di intervento divino alla contemplazione, alla percezione dell’unità della natura oppure al tentativo di sentirsi parte di qualcosa di più vasto.
Non significa che ogni panteista viva la religione in questo modo. Significa che la struttura stessa della credenza rende più naturale questo tipo di esperienza.
Spinoza e l’idea di Dio come natura
Quando si parla di panteismo, un nome compare quasi inevitabilmente: Baruch Spinoza.
Nel XVII secolo il filosofo olandese sviluppò una concezione di Dio molto distante dal teismo tradizionale. L’espressione associata al suo pensiero è Deus sive Natura, “Dio, ossia Natura”.
Non si tratta semplicemente della frase romantica secondo cui “la natura è divina”.
Per Spinoza esiste una sola sostanza infinita. Tutte le cose particolari sono modi attraverso i quali questa realtà si esprime.
Dio, quindi, non è un sovrano posto fuori dal cosmo che decide occasionalmente di modificarne il corso. Non esiste qualcosa di soprannaturale che interrompe dall’esterno le leggi della natura: tutto appartiene alla medesima realtà necessaria.
Da qui deriva anche uno dei punti più interessanti della filosofia spinoziana. Comprendere Dio significa, almeno in parte, comprendere la natura e il suo ordine.
Chiamare Spinoza semplicemente “panteista”, però, richiede una certa cautela. La classificazione è diffusissima, ma nella letteratura filosofica esiste una discussione tutt’altro che chiusa su quanto questa etichetta descriva correttamente la sua metafisica. Alcuni interpreti hanno persino proposto una lettura panenteistica.
È uno di quei casi in cui la versione divulgativa è utile per orientarsi, mentre diventa insufficiente appena si entra davvero nei testi.
Panteismo e teismo non dicono la stessa cosa
La differenza diventa più evidente con una domanda semplice: dove si trova Dio rispetto all’universo?
Nel teismo classico, Dio trascende il mondo. Il mondo dipende da Dio, ma Dio non coincide con il mondo.
Nel panteismo la trascendenza viene fortemente ridotta o negata: Dio e realtà sono identificati in qualche senso. La distinzione ontologica tra Creatore e creato, così importante nella teologia cristiana tradizionale, viene quindi meno.
Questo produce conseguenze notevoli.
Un Dio distinto dall’universo può volerlo, crearlo e giudicarlo. Se invece Dio coincide con la totalità dell’essere, concetti come volontà divina, miracolo o provvidenza devono essere ripensati.
Ed è proprio qui che, nelle discussioni quotidiane, capita spesso di parlare di panteismo senza accorgersi di quanto la posizione sia radicale. Dire “io vedo Dio nella natura” non basta affatto per essere panteisti.
Anche un cristiano può vedere la presenza di Dio nella natura continuando a considerare Dio distinto dalla natura stessa.
Panteismo e panenteismo: una lettera cambia parecchio
Sono termini simili e vengono continuamente confusi.
Il panteismo tende a identificare Dio e universo.
Il panenteismo, invece, sostiene letteralmente che tutto sia “in Dio”. L’universo appartiene a Dio ed è permeato dalla realtà divina, ma Dio non viene necessariamente ridotto all’universo.
La Stanford Encyclopedia of Philosophy descrive il panenteismo proprio come una concezione nella quale mondo e Dio sono intimamente correlati, mantenendo però una distinzione che il panteismo tende a cancellare.
Si può rendere la differenza, semplificando, così:
- Teismo: Dio crea l’universo ed è distinto da esso.
- Panteismo: Dio e universo coincidono.
- Panenteismo: l’universo è in Dio, ma Dio non si esaurisce nell’universo.
Questa distinzione risolve parecchie discussioni apparentemente insolubili. Chi dice “credo che Dio sia presente in ogni cosa, ma penso anche che sia qualcosa di più dell’universo” sta descrivendo una posizione molto più vicina al panenteismo che al panteismo.
Il panteismo considera sacra la natura?
Può portare facilmente in quella direzione, ma non è una conseguenza obbligatoria.
Se natura e realtà divina non sono separate, osservare un bosco, il cielo o un organismo vivente assume inevitabilmente un significato diverso rispetto a una concezione nella quale la materia è semplicemente una creazione.
Da qui nasce una certa affinità tra sensibilità panteistica e spiritualità legata alla natura.
Non bisogna però fare il salto successivo e trasformare automaticamente il panteismo in ecologismo. Una teoria metafisica dice che cosa si ritiene sia la realtà; non stabilisce necessariamente quale comportamento morale debba seguirne.
Due persone possono condividere una concezione panteistica e arrivare a conclusioni etiche differenti.
Perché il panteismo affascina anche persone non religiose
C’è un fenomeno interessante che emerge spesso quando si discute di queste idee: alcune persone rifiutano l’immagine di un Dio personale, ma esitano a definirsi completamente atee.
Sentono che parole come “natura”, “cosmo” o “realtà” indicano qualcosa che suscita meraviglia e perfino un senso del sacro, senza per questo immaginare una divinità antropomorfa che ascolta richieste e prende decisioni.
Il panteismo offre un linguaggio adatto a questa sensibilità.
Dal punto di vista psicologico permette di conservare una dimensione di trascendimento dell’io senza dover necessariamente postulare un essere soprannaturale separato dalla natura.
Qui, però, bisogna evitare una confusione frequente. Provare stupore davanti all’universo non rende automaticamente panteisti. Si può provare esattamente la stessa esperienza partendo da una posizione religiosa tradizionale, agnostica o completamente naturalistica.
La sensazione e l’interpretazione filosofica della sensazione sono due cose diverse.
Il panteismo è una religione?
Non necessariamente.
Il panteismo è prima di tutto una posizione filosofica e metafisica sul rapporto tra Dio e realtà. Può entrare in una spiritualità personale, in una filosofia religiosa o in sistemi di pensiero più articolati.
Non esiste però un’unica Chiesa panteista né un complesso universale di dogmi che tutti i panteisti siano tenuti ad accettare.
La stessa storia del concetto lo dimostra: idee considerate panteistiche sono state attribuite, con gradi diversi di precisione, a filosofi appartenenti a epoche e tradizioni lontanissime fra loro. La Stanford Encyclopedia ricorda che persino l’attribuzione dell’etichetta “panteista” ad alcuni pensatori rimane oggetto di discussione.
Essere panteisti significa essere atei?
È una vecchia discussione, e non esiste una risposta neutrale che risolva semplicemente la questione cambiando una parola.
Dal punto di vista di un teista tradizionale, identificare Dio con la natura può sembrare molto vicino alla negazione di Dio: se “Dio” significa soltanto universo, perché chiamarlo Dio?
Il panteista può ribaltare completamente il ragionamento: non sta eliminando Dio dalla realtà, ma sta dicendo che non esiste nulla che sia fuori dalla realtà divina.
La disputa dipende quindi anche da cosa si intende con la parola “Dio”.
Ed è probabilmente uno dei motivi per cui il panteismo continua a trovarsi in quella zona di confine capace di interessare contemporaneamente filosofia, religione e psicologia.
Domande frequenti
Il panteismo sostiene che tutto ciò che esiste è Dio?
Nella formulazione più generale, sì: il panteismo identifica in qualche modo Dio con la totalità della realtà. Non significa necessariamente credere che ogni oggetto sia una divinità individuale. È l’insieme dell’esistente, o la realtà ultima di cui tutto fa parte, a essere considerato divino.
Per il panteismo Dio ha creato il mondo?
Non nel senso classico di un Dio separato che esiste prima del mondo e decide di crearlo. Il panteismo tende a identificare Dio e cosmo, facendo quindi cadere la distinzione netta tra Creatore e creazione.
Spinoza era panteista?
Spinoza viene comunemente indicato come uno dei maggiori filosofi associati al panteismo per la sua concezione di Dio e Natura. La classificazione non è però indiscussa: alcuni studiosi ritengono che la sua metafisica sia più complessa di quanto suggerisca la semplice etichetta di “panteista”.
Che differenza c’è tra panteismo e panenteismo?
Nel panteismo Dio e universo vengono identificati. Nel panenteismo l’universo è contenuto in Dio o esiste in Dio, ma Dio può essere più della totalità dell’universo. È una differenza breve da formulare, ma teologicamente molto ampia.
Un panteista può pregare?
Può farlo, ma il significato della preghiera dipende dalla sua particolare concezione di Dio. Se Dio non è considerato una persona separata dall’universo, la preghiera può assumere la forma della contemplazione, della meditazione o della percezione della propria appartenenza alla totalità della natura.
Un modo diverso di porre la domanda su Dio
Il punto più interessante del panteismo forse non è la risposta che offre, ma la domanda che costringe a formulare: Dio deve necessariamente essere qualcosa di distinto dall’universo per poter essere chiamato Dio?
Il teismo risponde in un modo, il panteismo in un altro. Ed è proprio in quella differenza, più che nella formula “tutto è Dio”, che si trova la parte filosoficamente più profonda della questione.
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