Chi torna da un weekend al lago, da un trekking in zone acquitrinose o da una vacanza in un’isola greca con febbre alta e dolori muscolari che non passano, di solito pensa a un’influenza fuori stagione. Nell’estate 2026 non è stato sempre così: dietro sintomi quasi identici a quelli di un raffreddore pesante si nascondeva, in alcuni casi, un’infezione batterica che i giornali italiani hanno ribattezzato “malattia della pioggia”.

La malattia della pioggia è il nome giornalistico della leptospirosi, un’infezione batterica trasmessa da roditori e altri animali attraverso acqua, fango o terreno contaminati da urina infetta. Il batterio Leptospira entra nel corpo tramite piccole ferite cutanee o le mucose e provoca febbre alta, dolori muscolari intensi e, nelle forme più gravi, insufficienza renale ed epatica.
Perché si chiama così
Il nome non è ufficiale, non lo troverete su un manuale di infettivologia: è un’etichetta nata dal fatto che i focolai di leptospirosi esplodono tipicamente dopo periodi di piogge intense o allagamenti. L’acqua che ristagna, unita al terreno smosso e ai roditori che vi transitano, crea le condizioni ideali perché il batterio sopravviva e si diffonda. Nel caso dell’epidemia che ha colpito l’isola di Zante nella primavera-estate 2026, gli esperti hanno collegato l’aumento dei contagi proprio alle piogge abbondanti e agli allagamenti registrati nei mesi precedenti, che avevano lasciato pozze e terreni fangosi lungo i sentieri più frequentati dai turisti [FONTE: ISSalute, Istituto Superiore di Sanità, https://www.issalute.it/index.php/la-salute-dalla-a-alla-z-menu/l/leptospirosi].
Un dettaglio che in pochi sanno: la leptospirosi esiste da molto prima che diventasse una notizia da prima pagina, ed è nota da decenni tra veterinari e allevatori. Quello che è cambiato è la frequenza con cui capita di sentirne parlare legata al turismo balneare e agli sport d’acqua dolce, non la malattia in sé.
Come si trasmette davvero
Qui si annida l’equivoco più comune, quello che genera più telefonate ai centri antiveleni e più ansia inutile: la leptospirosi non si prende in mare. L’acqua salata inattiva il batterio, quindi un bagno in spiaggia non comporta questo rischio specifico (restano validi, ovviamente, gli altri criteri di balneabilità). Il pericolo reale sta in acqua dolce stagnante, laghi, fiumi a bassa portata, pozzanghere persistenti, fango, terreni allagati di recente.
Il contagio avviene per contatto diretto con l’urina di animali infetti — i roditori sono il serbatoio principale, ma anche bovini, suini e cani possono veicolare il batterio — oppure indirettamente, attraverso acqua o terra contaminate. La Leptospira entra attraverso piccole abrasioni della pelle, spesso invisibili a occhio nudo, o tramite le mucose di occhi, naso e bocca. In casi di immersione prolungata può penetrare anche la pelle apparentemente integra. Non si trasmette da persona a persona, tranne rarissime eccezioni non rilevanti nella pratica clinica quotidiana.
Nella pratica capita spesso che chi si presenta al pronto soccorso con questi sintomi non colleghi affatto il malessere a un’escursione o a un bagno fatto una o due settimane prima: il tempo che passa tra l’esposizione e i primi sintomi rende difficile ricostruire il nesso, e questo è probabilmente il motivo per cui molti casi lievi non vengono nemmeno diagnosticati come tali.
I sintomi, fase per fase
L’incubazione varia da circa 2 a 20 giorni dopo il contatto con il batterio, anche se diverse fonti mediche riportano che nella maggior parte dei casi i primi segnali compaiono entro una decina di giorni [FONTE: ISSalute, Istituto Superiore di Sanità].
Nella prima fase la malattia assomiglia in tutto e per tutto a un’influenza pesante: febbre alta, mal di testa, dolori muscolari (colpisce in modo caratteristico i polpacci e la zona lombare), brividi, nausea e un segno che dovrebbe far drizzare le antenne — arrossamento degli occhi senza secrezione, la cosiddetta iniezione congiuntivale. Nella maggior parte delle persone questa fase si risolve da sola in circa una settimana.
In una minoranza di casi, dopo un breve miglioramento apparente, arriva una seconda fase più seria: febbre che ricompare tra il sesto e il dodicesimo giorno, possibile meningite, danno epatico con ittero, insufficienza renale, emorragie (sangue dal naso, tosse con sangue). Questa forma grave ha un nome preciso, sindrome di Weil, e richiede ricovero ospedaliero. È la parte della malattia che giustifica la copertura mediatica, ma vale la pena essere chiari: la maggioranza delle persone contagiate non arriva a questo punto.
Cosa è successo a Zante nel 2026
Il caso concreto che ha portato l’espressione “malattia della pioggia” sulle prime pagine riguarda l’isola greca di Zante. Nei mesi tra la primavera e l’estate 2026 sono stati registrati cinque casi confermati di leptospirosi tra i turisti, quattro dei quali già ad aprile. Un uomo di 74 anni è deceduto per le complicanze dell’infezione; un 56enne è stato ricoverato in terapia intensiva con insufficienza multiorgano; altri due pazienti, di 21 e 34 anni, sono guariti senza sequele gravi [FONTE: Il Fatto Quotidiano, 28 luglio 2026, https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/07/28/allarme-per-il-boom-di-casi-di-leptospirosi-tra-i-turisti-in-vacanza-a-zante-puo-sembrare-una-semplice-influenza-ma-si-rischiano-uninsufficienza-multiorgano-meningite-emorragie-polmonar/8461393/].
Non sono numeri enormi in valore assoluto, ma sono bastati a far scattare l’allerta perché la letalità delle forme gravi non trascurabile e perché il collegamento con le piogge primaverili ha reso il fenomeno prevedibile — e quindi, in teoria, prevenibile con un’informazione più capillare rivolta ai turisti.
Diagnosi e cura
La diagnosi si basa su esami del sangue e delle urine per isolare il batterio o rilevare gli anticorpi specifici; in presenza di sospetta meningite può essere necessaria anche l’analisi del liquido cerebrospinale. Qui le fonti non sono sempre allineate sui tempi esatti di positivizzazione dei test sierologici, che dipendono dal momento in cui vengono eseguiti rispetto all’esordio dei sintomi — motivo per cui, se c’è il sospetto, conviene rivolgersi comunque a un medico anche con test iniziali negativi.
Per le forme lievi il trattamento prevede antibiotici per via orale, spesso doxiciclina o amoxicillina. Nelle forme severe si passa alla terapia endovenosa (penicillina o ampicillina), con supporto ospedaliero che può includere reidratazione, trasfusioni ed emodialisi nei casi di insufficienza renale conclamata [FONTE: ISSalute, Istituto Superiore di Sanità]. Iniziare la terapia antibiotica precocemente fa una differenza reale sull’evoluzione della malattia: è uno dei motivi per cui, di fronte a sintomi compatibili dopo un’esposizione a rischio, non conviene aspettare che passino da soli.
Come ridurre il rischio
Le misure di prevenzione sono quelle che chiunque frequenti laghi, fiumi, zone rurali allagate o percorsi fangosi dovrebbe già conoscere, anche se nella pratica vengono quasi sempre ignorate:
- evitare il contatto con acqua dolce stagnante, soprattutto dopo piogge intense o allagamenti recenti;
- coprire tagli e abrasioni con medicazioni impermeabili prima di attività all’aperto o in acqua;
- indossare calzature chiuse nei terreni fangosi o incolti, invece dei sandali che sembrano più comodi;
- lavarsi accuratamente mani e pelle dopo il contatto con terra o acqua di dubbia provenienza;
- evitare di bere acqua non trattata da fiumi, laghi o pozzi non controllati.
Un errore che si vede spesso, soprattutto tra chi fa trekking o campeggio: sottovalutare una piccola ferita perché “tanto è solo un graffio”. È esattamente il tipo di lesione che il batterio sfrutta per entrare, e nella maggior parte dei casi la persona non se ne accorge nemmeno.
Domande frequenti
La malattia della pioggia si trasmette da persona a persona? No, non è questo il meccanismo di contagio abituale. Si prende per contatto con acqua, fango o terreno contaminati da urina di animali infetti, principalmente roditori. I contatti stretti con un malato non comportano un rischio di trasmissione rilevante nella pratica clinica.
Fare il bagno al mare è pericoloso? No: l’acqua salata inattiva il batterio della leptospirosi. Il rischio riguarda acqua dolce stagnante — laghi, fiumi a bassa portata, pozzanghere, terreni allagati — non il mare, dove restano semmai da considerare altri criteri di balneabilità.
Quanto tempo dopo il contagio compaiono i sintomi? In genere tra 2 e 20 giorni, anche se molte fonti riportano che nella maggioranza dei casi i primi segnali si manifestano entro una decina di giorni dall’esposizione. Il periodo può comunque variare da persona a persona.
È una malattia mortale? Nella maggior parte dei casi la leptospirosi guarisce senza complicazioni gravi. Nella minoranza di pazienti che sviluppa la sindrome di Weil, però, il rischio di complicanze serie (insufficienza renale, emorragie, meningite) è concreto e richiede ricovero ospedaliero tempestivo.
Esiste un vaccino per l’uomo? Per uso veterinario i vaccini sono disponibili e diffusi, ad esempio per cani e bestiame. Per l’uso umano non fa parte dei programmi vaccinali italiani; chi si trova in condizioni di esposizione professionale o ambientale ad alto rischio dovrebbe discuterne con un medico competente in medicina del lavoro o dei viaggi.
Chi ha sintomi compatibili dopo un’esposizione a rischio — un bagno in acqua dolce, un’escursione in zone allagate, un contatto con animali — farebbe bene a segnalarlo esplicitamente al medico, anche se sembra “solo influenza”: è proprio quel dettaglio, spesso taciuto perché considerato irrilevante, a orientare la diagnosi giusta in tempo utile. Per informazioni aggiornate e verificate, il riferimento resta il portale ISSalute dell’Istituto Superiore di Sanità o il proprio medico di famiglia.
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