Quella canzone che ti fa venire la pelle d’oca ogni volta che riparte alla radio, probabilmente non l’hai scelta tu. L’ha scelta l’autoradio di tuo padre negli anni Novanta, o la playlist che tua madre teneva sempre accesa in cucina.
Sì, la musica ascoltata da piccoli lascia tracce misurabili nei gusti adulti. Gli studi la chiamano “reminiscence bump”: un picco di ricordi ed emozioni legato ai brani sentiti tra i 10 e i 19 anni, con vertice intorno ai 14. A rinforzarlo contribuisce l’esposizione precoce in famiglia, che comincia già prima della nascita.

Già nel grembo materno: le prime tracce sonore
Il punto di partenza è più precoce di quanto si pensi di solito. In uno studio pubblicato su PLOS One, un gruppo di donne incinte ha fatto ascoltare ai feti la stessa melodia — “Twinkle Twinkle Little Star” — cinque volte a settimana dalla ventinovesima settimana di gestazione fino al parto, per una media di 171 ripetizioni. Alla nascita, e di nuovo a quattro mesi di vita, i neonati esposti mostravano risposte cerebrali (misurate con elettroencefalogramma) significativamente più marcate a quella melodia rispetto a un gruppo di controllo mai esposto. E l’intensità della risposta era proporzionale a quante volte l’avevano sentita in utero.
Non significa che un feto “impari ad amare” una canzone. Significa che il sistema uditivo registra e conserva pattern sonori familiari mesi prima che il bambino possa dire di avere un gusto musicale, ed è il primo tassello — non l’unico, e nemmeno il più determinante — di una storia molto più lunga.
L’infanzia come finestra di “orecchio aperto”
Nella prima infanzia i bambini tendono a tollerare, e spesso ad apprezzare, forme musicali che un adulto giudicherebbe strane o fuori standard: dissonanze, strutture non convenzionali, generi lontani dal mainstream. Il concetto, introdotto dallo psicologo David Hargreaves, si chiama “open-earedness”, orecchio aperto. Con la crescita, secondo la sua formulazione, questa apertura tende a ridursi man mano che il bambino si “acculturi” agli standard di gusto dominanti nel suo ambiente.
Qui però bisogna essere onesti su un limite: la letteratura non fissa un’età precisa in cui questa finestra si chiude, e le misurazioni empiriche dell’open-earedness sono ancora oggetto di discussione tra i ricercatori su come definirle operativamente. È un’osservazione robusta come tendenza generale, meno solida se cercate un numero da appuntarvi.
Perché l’adolescenza pesa così tanto
Il vero cuore del fenomeno arriva dopo, e qui i dati sono più netti. Uno studio del 2020 su un campione trasversale di adulti tra i 18 e gli 82 anni ha chiesto di associare i ricordi musicali più vividi a un’età: il picco è risultato attorno ai 14 anni, con la maggior parte dei ricordi concentrata tra i 10 e i 19.
Perché proprio quella fascia? Una rassegna del 2024 su base neurocognitiva individua almeno due meccanismi che si sommano. Il primo è la sensibilità del sistema della ricompensa: negli adolescenti lo striato ventrale — l’area coinvolta nel piacere e nella gratificazione — mostra un’attivazione più forte davanti a stimoli premianti rispetto a bambini e adulti, e la musica ne beneficia direttamente. Il secondo è sociale: l’adolescenza comporta un riorientamento dal nucleo familiare verso i pari, e la musica diventa uno dei principali strumenti con cui ci si definisce agli occhi del gruppo. Le due cose insieme creano ricordi carichi emotivamente, e i ricordi carichi emotivamente restano.
Un dettaglio che colpisce, e che racconta bene quanto la faccenda sia sfaccettata: nello stesso periodo in cui l’ascolto musicale raddoppia rispetto alla preadolescenza, circa metà degli studenti abbandona le lezioni di musica strutturate tra i 15 e i 17 anni. Si ascolta di più, ma si studia meno: un paradosso su cui vale la pena riflettere se si lavora nell’educazione musicale.
L’eredità musicale dei genitori: il bump “a cascata”
C’è un filone di ricerca che complica — in modo interessante — il quadro. Uno studio di Krumhansl e Zupnick del 2013 ha fatto ascoltare a 62 giovani adulti in età universitaria due brani Billboard per ogni anno dal 1955 al 2009, misurando memoria autobiografica e intensità emotiva associate. Il risultato: i partecipanti mostravano un’affinità particolare non solo per la musica della propria adolescenza, ma anche per quella ascoltata dai genitori quando avevano vent’anni — tipicamente gli anni Ottanta — con un secondo bump più debole legato agli anni Sessanta, probabile eco dell’influenza dei nonni.
Gli autori parlano di “reminiscence bump a cascata”: la musica passa di generazione in generazione anche senza che nessuno la scelga consapevolmente, semplicemente perché suonava in casa. È un dato che spiega bene un fenomeno che chiunque abbia amici appassionati di musica avrà notato almeno una volta: quel ventenne che conosce a memoria i Pink Floyd o i Beatles pur non essendo mai stato vivo in quegli anni.
Il mito del gusto che si “congela” a 33 anni
Girano da anni analisi — non studi accademici peer-reviewed, ma elaborazioni di dati di ascolto da piattaforme come Spotify e Deezer — secondo cui la scoperta di nuova musica raggiungerebbe il picco intorno ai 24 anni per poi stabilizzarsi, con un punto di svolta collocato tra i 30 e i 33 anni: da lì in avanti si tenderebbe ad ascoltare sempre meno musica “attuale” e sempre più repertorio già noto.
Qui le fonti non sono unanimi, e serve una precisazione che spesso viene saltata quando si racconta questa storia: correlazione non è causalità. Uno dei fattori più citati per spiegare il rallentamento non è l’età in sé, ma la genitorialità — chi ha figli piccoli si allontana dal mainstream musicale più rapidamente di chi non ne ha, probabilmente per meno tempo libero e meno esposizione a contesti sociali di scoperta musicale (locali, radio, gruppi di amici). Tra le ragioni indicate in un’indagine Deezer, il 19% degli intervistati cita la sovrabbondanza di scelta come motivo di stallo, il 16% un lavoro troppo impegnativo, l’11% la cura dei figli. Sono numeri interessanti, ma vanno letti come fotografia di comportamento su piattaforme di streaming in un dato periodo, non come legge universale della psicologia musicale.
Quindi siamo condannati ai gusti di quando avevamo 14 anni?
No, e qui va detta una cosa che la narrazione semplificata di questo argomento tende a saltare. L’infanzia e l’adolescenza pesano, questo è ben documentato, ma non determinano il gusto musicale in modo rigido come farebbe un periodo critico linguistico. Personalità (in particolare il tratto dell’apertura all’esperienza), contesto sociale attuale, partner, colleghi, algoritmi di raccomandazione e persino il semplice fatto di continuare ad ascoltare musica attivamente contano ancora molto in età adulta. Chi lavora nell’educazione musicale lo vede spesso: due fratelli cresciuti nella stessa casa, con gli stessi genitori e gli stessi dischi in salotto, possono sviluppare gusti completamente diversi da adulti. La musica dell’infanzia fornisce il materiale di partenza, non il verdetto finale.
Domande frequenti
Un bambino esposto a un genere musicale da piccolo lo preferirà da adulto?
Non automaticamente. L’esposizione aumenta la probabilità di familiarità e gradimento (è il cosiddetto effetto della mera esposizione), ma personalità, contesto sociale ed esperienze successive possono ribaltare completamente la traiettoria.
Perché le canzoni dell’adolescenza colpiscono più di quelle ascoltate oggi?
Perché in quella fase il cervello è più sensibile alle ricompense e la musica si intreccia con l’identità sociale che si sta costruendo. Il risultato sono ricordi più intensi e duraturi, non un giudizio oggettivo di qualità superiore.
È vero che smettiamo di scoprire musica nuova dopo i 30 anni?
In parte, secondo analisi di dati di streaming, ma il fattore principale sembra essere lo stile di vita — meno tempo libero, meno contesti sociali di scoperta — più che un limite biologico legato all’età in sé.
I bambini piccoli percepiscono davvero la musica ascoltata prima di nascere?
Studi con elettroencefalogramma mostrano risposte cerebrali più marcate, nei primi mesi di vita, a melodie sentite ripetutamente in utero. È una traccia di memoria uditiva misurabile, non una vera e propria “preferenza” nel senso adulto del termine.
Si può ancora ampliare il proprio gusto musicale da adulti?
Sì, e non è raro che accada in modo naturale attraverso nuovi contesti sociali, un partner con gusti diversi o semplicemente la curiosità attiva. L’apertura musicale dell’infanzia tende a ridursi, ma non scompare mai del tutto.
Un’ultima cosa
Forse la conclusione più onesta è che il nostro gusto musicale è meno una scelta e più una stratificazione: quello che ascoltavano i genitori, quello che passava alla radio a 14 anni, quello che abbiamo scoperto da soli dopo. Sapere da dove viene una preferenza non la rende meno vera — la rende solo più facile da raccontare, la prossima volta che qualcuno vi chiede perché vi commuovete ancora per una canzone di trent’anni fa.
Sources:
- Cascading Reminiscence Bumps in Popular Music (Krumhansl & Zupnick, 2013)
- Young Adults Reminisce About Music From Before Their Time
- A Cross-Sectional Study of Reminiscence Bumps for Music-Related Memories in Adulthood (Jakubowski et al., 2020)
- Revisiting the musical reminiscence bump: insights from neurocognitive and social brain development in adolescence (2024)
- What is ‘open-earedness’, and how can it be measured? (Hargreaves & Bonneville-Roussy, 2018)
- Prenatal Music Exposure Induces Long-Term Neural Effects, PLOS One
- When Do We Stop Finding New Music? A Statistical Analysis
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