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Dormire meno di 5 ore è associato a 37 malattie: cosa dice davvero lo studio

VEB Set 19, 2026

Se ti svegli alle tre di notte con la mail di lavoro in testa e la mattina dopo ti convinci che “tanto sei fatto per dormire poco”, un lavoro pubblicato su PLOS Medicine a metà settembre 2026 ha qualcosa da dirti. E non è per niente rassicurante.

Dormire meno di 5 ore a notte è associato a un rischio più alto di sviluppare 37 malattie diverse, tra cui insufficienza cardiaca, diabete di tipo 2 e broncopneumopatia cronica ostruttiva. Il dato arriva da uno studio su quasi 96.000 persone della UK Biobank, con sonno misurato da accelerometri da polso invece che da questionari.

Lo studio che ha acceso il dibattito: chi, come, quanti

Lo studio è firmato da Shengzhi Sun della Capital Medical University di Pechino ed è uscito su PLOS Medicine il 17 settembre 2026 (testo integrale qui). Il campione è enorme per gli standard di questo tipo di ricerca: 95.559 partecipanti della UK Biobank, seguiti per una media di 8,9 anni.

La parte interessante non è tanto il numero di persone, quanto il metodo. Invece di chiedere ai partecipanti “quante ore dormi in media”, i ricercatori hanno fatto indossare un accelerometro da polso per sette notti consecutive e hanno usato un algoritmo di deep learning per ricostruire le fasi del sonno — REM, sonno profondo, sonno leggero, risvegli notturni, irregolarità del ritmo. Poi hanno applicato modelli di regressione di Cox per collegare questi pattern all’insorgenza di malattie nei quasi nove anni successivi.

Chi lavora con i dati dei wearable lo sa: uno smartwatch non legge l’attività cerebrale, stima le fasi del sonno da movimento e frequenza cardiaca. È un limite che gli stessi autori riconoscono, e su cui torneremo, perché cambia molto come vanno letti i risultati.

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Le 37 malattie: di cosa parliamo esattamente

Qui va fatta chiarezza, perché il numero “37” gira molto sui titoli ma pochi articoli spiegano da dove salta fuori. Lo studio ha individuato 41 associazioni statisticamente significative tra pattern di sonno e rischio di malattia. Di queste, 37 riguardavano specificamente il gruppo con sonno estremamente corto — meno di 5 ore — rispetto al gruppo di riferimento con 6-8 ore a notte. Non è quindi una lista fissa di 37 diagnosi già scritta da qualche parte: è il conteggio delle associazioni emerse dall’analisi statistica per quella fascia di durata del sonno.

Tra le associazioni con nome e numero ci sono l’insufficienza cardiaca (rischio aumentato del 30%, HR 1,30), il diabete di tipo 2 (+18%, HR 1,18) e la BPCO, la broncopneumopatia cronica ostruttiva (+24%, HR 1,24). Un dettaglio che molti sottovalutano leggendo questi numeri: l’hazard ratio è un rischio relativo rispetto al gruppo di controllo, non il rischio assoluto di ammalarsi. Un HR di 1,30 non significa che il 30% delle persone che dormono poco svilupperà insufficienza cardiaca — significa che, in quel campione, il rischio era il 30% più alto rispetto a chi dormiva 6-8 ore.

La stessa ricerca ha guardato anche cosa succede quando il sonno REM è più abbondante: risultati migliori per 83 condizioni diverse, con riduzioni marcate per insufficienza cardiaca (HR 0,74), demenza (HR 0,54) e malattia di Parkinson (HR 0,20, quindi un rischio cinque volte più basso). Il sonno profondo, da solo, si associava a un rischio ridotto per 7 condizioni, tra cui diabete di tipo 2 e disturbo depressivo maggiore. Insomma: la durata totale conta, ma non è tutta la storia. Chi si concentra solo sul “devo dormire 8 ore” rischia di perdere di vista che la qualità delle fasi pesa quanto, o più, del numero grezzo sulla sveglia.

Cosa non dice lo studio (i limiti reali, non quelli da comunicato stampa)

Qui le fonti non sono unanimi, ed è giusto dirlo. Il Science Media Centre britannico ha raccolto reazioni di esperti indipendenti che vale la pena riportare per intero, perché smontano un po’ l’entusiasmo dei titoli (le reazioni complete qui).

Nina Rzechorzek ha fatto notare un punto tecnico ma decisivo: quando i ricercatori hanno allungato il periodo di esclusione a due anni — per ridurre il rischio di causalità inversa, cioè che sia la malattia non ancora diagnosticata a disturbare il sonno, e non il contrario — delle associazioni significative iniziali (156, contando tutte le metriche di sonno insieme) ne sono rimaste solo 95. È un crollo consistente, e segnala che una parte del segnale osservato potrebbe dipendere da malattie già in corso ma non ancora diagnosticate al momento della misurazione del sonno.

Greg Elder ha aggiunto la riserva più ovvia ma spesso ignorata nei titoli: è uno studio osservazionale, quindi può mostrare associazione, non causalità. E gli smartwatch, per quanto pratici, “non possono ancora determinare con precisione in quale fase di sonno ci troviamo durante la notte” — mancano del confronto con la polisonnografia, che resta lo standard di riferimento in un laboratorio del sonno.

Questo non significa che lo studio non valga niente: quasi 96.000 persone monitorate per una settimana con dati oggettivi (non un questionario compilato a memoria) sono un campione solido, e i risultati sono coerenti con altra letteratura. Ma la lettura corretta è “il sonno corto si accompagna a più problemi di salute”, non “il sonno corto causa 37 malattie”.

Non è una novità isolata: cosa aveva già mostrato lo studio Whitehall II

Il tema non nasce nel 2026. Uno studio del 2022 su UCL, basato sulla coorte Whitehall II — oltre 7.000 uomini e donne seguiti per 25 anni — aveva già collegato dormire 5 ore o meno a 50 anni a un rischio maggiore di sviluppare più malattie croniche nel tempo (comunicato UCL). I numeri: chi a 50 anni dormiva 5 ore o meno aveva un rischio più alto del 20% di sviluppare almeno una malattia cronica e del 40% di multimorbidità (due o più patologie croniche) nei 25 anni successivi, con un rischio di mortalità superiore del 25%. Alle età di 50, 60 e 70 anni, il pattern si ripeteva con un incremento del rischio di multimorbidità tra il 30 e il 40%.

Due studi, metodi diversi — uno con questionari e follow-up lunghissimo, l’altro con wearable e analisi più fine delle fasi del sonno — che arrivano a una conclusione simile: dormire sistematicamente poco non è un vezzo personale senza conseguenze.

Cosa fare in pratica, senza trasformarsi in ansiosi del sonno

Qui aggiungo un’osservazione che nella pratica clinica si vede spesso e che i titoli sui giornali non raccontano mai: da quando gli smartwatch danno un “punteggio sonno” ogni mattina, è cresciuto un fenomeno che gli specialisti chiamano ortosonnia — l’ossessione per ottimizzare il sonno al punto da peggiorarlo, controllando l’app alle tre di notte per vedere “come sta andando”. Se hai la tendenza a rimuginare, uno studio come questo va preso come promemoria generale, non come motivo per contare i minuti di sonno profondo ogni notte.

Detto questo, la sostanza resta: le principali linee guida internazionali sul sonno indicano un range tra 7 e 9 ore per gli adulti, e questo studio individua 6-8 ore come la fascia associata al profilo di rischio più favorevole. Se ti trovi stabilmente sotto le 5 ore per periodi lunghi — non una notte prima di un esame, ma settimane o mesi — è un segnale da non ignorare, soprattutto se si accompagna a stanchezza diurna persistente, difficoltà di concentrazione o sbalzi d’umore. In quel caso la strada giusta è parlarne con il medico di base, che può valutare se serve un approfondimento presso un centro di medicina del sonno, non affidarsi solo ai dati di un’app.

Domande frequenti

Dormire poco per una sola notte fa aumentare il rischio di malattia?
No, lo studio parla di pattern di sonno misurati su una settimana e collegati a esiti a 8-9 anni. Una notte in bianco prima di un volo o di un esame non ha lo stesso peso di un deficit di sonno cronico e ripetuto nel tempo.

Se recupero nel weekend, il danno si annulla?
Su questo la ricerca non è concorde: alcuni studi mostrano un beneficio parziale del recupero, altri no. Lo studio di cui parliamo qui non ha analizzato direttamente questo aspetto, quindi meglio non trarre conclusioni definitive.

Gli smartwatch misurano davvero le fasi del sonno?
Le stimano, tramite movimento e frequenza cardiaca elaborati da algoritmi, ma non registrano l’attività cerebrale come fa la polisonnografia in laboratorio. Gli esperti consultati dal Science Media Centre hanno segnalato proprio questo come limite dello studio.

Quante ore bisogna dormire per stare bene?
Le linee guida più diffuse indicano 7-9 ore per un adulto, e questo studio individua 6-8 ore come la fascia con il profilo di rischio migliore. Il numero esatto varia da persona a persona, in base a età, salute generale e abitudini.

Cosa devo fare se dormo sistematicamente meno di 5 ore?
Se il problema dura da settimane o mesi ed è accompagnato da stanchezza persistente, vale la pena parlarne con il medico di base. Solo un professionista può capire se dietro c’è insonnia, apnee notturne o altro, e indirizzarti verso la cura giusta.

Conclusione

I titoli con numeri tondi (“37 malattie”) funzionano bene sui social, ma la cosa più utile che questo studio lascia non è il numero — è la conferma che la qualità e la struttura del sonno contano quanto le ore totali, e che uno smartwatch può dare un’indicazione di massima, non una diagnosi.

Sources:

  • Accelerometer-derived real-world sleep stages and risk of incident diseases (PLOS Medicine)
  • Studio in versione completa (PMC)
  • Expert reaction to REM/deep sleep study (Science Media Centre)
  • Five hours’ sleep a night linked to higher risk of multiple diseases (UCL, studio Whitehall II)
  • Studio cinese: meno di 5 ore di sonno associate a 37 malattie (The Wom Healthy)
  • More REM sleep linked to lower risk of 83 diseases (Medical News Today)
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