Chiunque abbia visto almeno un disegno ottocentesco del Colosso di Rodi si porta dietro la stessa immagine sbagliata: un gigante di bronzo con le gambe aperte sopra l’ingresso del porto, le navi che passano sotto. È l’illustrazione più riprodotta della storia dell’arte antica, ed è quasi certamente falsa.
Il Colosso di Rodi era una statua in bronzo alta circa 32-33 metri, eretta a Rodi tra il IV e il III secolo a.C. per celebrare la vittoria sull’assedio di Demetrio Poliorcete. Opera dello scultore Carete di Lindo, rimase in piedi poco più di mezzo secolo prima di crollare per un terremoto, intorno al 226 a.C.

Non era collocata a cavalcioni del porto: quella è una ricostruzione rinascimentale, non un dato storico.
Chi costruì il Colosso, e perché proprio allora
Il punto di partenza non è la statua ma l’assedio. Nel 305-304 a.C. Demetrio Poliorcete, figlio di uno dei generali di Alessandro Magno, tentò per un anno di espugnare Rodi con un arsenale impressionante di macchine da guerra, comprese le celebri elepoli, torri d’assedio semoventi. Fallì. E quando se ne andò, lasciò sul campo l’attrezzatura che non riuscì a portare via.
I rodiesi la vendettero. Plinio il Vecchio, che ne parla nella sua Naturalis Historia — la fonte antica più dettagliata che abbiamo sull’argomento — riporta che il ricavato fu di 300 talenti, una somma enorme per l’epoca, e che servì proprio a finanziare la statua dedicata a Helios, il dio del sole, patrono della città. Non è un dettaglio da nota a piè di pagina: è il motivo per cui il Colosso esiste. Nasce come monumento di guerra pagato con il bottino del nemico, non come opera commissionata a tavolino da un mecenate.
Carete, allievo di Lisippo e originario di Lindo (una delle città-stato che formarono Rodi), la costruzione la seguì per circa dodici anni. Sulle date esatte le fonti moderne non sono del tutto concordi — c’è chi indica un avvio già nel 304 a.C. e un completamento nel 293, chi sposta l’intero arco al 294-282 a.C. — ma il consenso generale colloca il completamento intorno al 280 a.C., pochi decenni prima che la statua cadesse.
Quanto era davvero alta, e come stava in piedi
I 32-33 metri della statua la rendono comparabile, come ordine di grandezza, alla parte in bronzo della Statua della Libertà (che misura circa 34 metri dalla base al fiaccola, esclusi i quasi 47 del piedistallo). È un paragone che uso spesso perché aiuta a visualizzare la scala senza scomodare cifre astratte: un edificio di dieci piani, grosso modo, ma fatto interamente di lamine di bronzo.
E qui arriva il dettaglio tecnico che nella maggior parte dei racconti divulgativi viene saltato: il Colosso non era un blocco pieno di metallo. Era una struttura composita, con pilastri in pietra e travature in ferro che facevano da scheletro interno, ancorate a blocchi di pietra usati come contrappeso, e solo l’esterno era rivestito da placche di bronzo martellate e assemblate come un mosaico metallico. È essenzialmente la stessa logica costruttiva della Statua della Libertà, venti secoli più tardi: struttura interna portante, pelle esterna decorativa. Un dettaglio che molti sottovalutano è che questa scelta tecnica — leggera all’esterno, pesante e rigida solo dove serviva — è probabilmente anche il motivo per cui, quando arrivò il terremoto, la statua si spezzò alle ginocchia invece di sgretolarsi in mille pezzi: un punto strutturale debole ben preciso, non un collasso generalizzato.
Il mito del porto: perché è quasi certamente falso
Questo è il punto su cui mi soffermo sempre quando qualcuno mi chiede del Colosso, perché è l’errore più ripetuto in assoluto, compreso su siti che dovrebbero saperlo.
L’idea della statua a cavalcioni dell’imboccatura del porto di Mandraki nasce da fonti rinascimentali, non antiche: nessuno scrittore greco o romano contemporaneo descrive quella posizione. E ci sono almeno due ragioni pratiche che la rendono improbabile. Primo, nessuna tecnica costruttiva del III secolo a.C. avrebbe permesso di reggere una statua di quella massa con le gambe divaricate sul vuoto, aperte sopra l’acqua — sarebbe crollata per il proprio peso molto prima di un terremoto. Secondo, se fosse davvero caduta a cavallo dell’ingresso, i suoi resti avrebbero bloccato il porto per secoli, cosa che le fonti storiche non descrivono affatto: il porto rimase operativo.
Gli studi più recenti collocano la statua su un promontorio vicino al porto, forse su un basamento nella città vecchia, con funzione più simile a un faro cittadino che a un arco monumentale. Qui però bisogna essere onesti: la posizione esatta resta un punto su cui gli archeologi discutono ancora, perché non è mai stata trovata alcuna base certa attribuibile con sicurezza al monumento. Chi promette una risposta definitiva sta semplificando più di quanto le prove permettano.
Il terremoto e il rifiuto di ricostruirla
Il crollo arrivò con un forte terremoto, databile al 226 a.C. circa (alcune cronologie indicano il 225), che colpì Rodi e la sua statua nel punto più debole: le ginocchia. Il gigante si spezzò e cadde a terra.
La parte meno raccontata è cosa successe dopo. Secondo Polibio, diversi sovrani ellenistici — tra cui Tolomeo III d’Egitto — offrirono fondi per rialzare la statua, parte di un più ampio soccorso internazionale a Rodi dopo il sisma. I rodiesi rifiutarono. La tradizione riporta che un oracolo avesse sconsigliato la ricostruzione, forse perché la si riteneva un’offesa al dio se rialzata artificialmente dopo la caduta. È uno di quei casi in cui le fonti antiche mescolano religione e superstizione in un modo che oggi fatichiamo a prendere del tutto alla lettera, ma il fatto che l’offerta di finanziamento sia stata rifiutata è ben documentato.
Che fine hanno fatto i resti di bronzo
Qui arriva la parte più sorprendente per chi conosce il Colosso solo come “una delle sette meraviglie”: i pezzi rimasero a terra, esattamente dove erano caduti, per quasi nove secoli. Plinio il Vecchio, che scrive nel I secolo d.C., descrive un Colosso già abbattuto da tre secoli e racconta che pochi uomini riuscivano ad abbracciare il pollice della statua con le proprie braccia — un modo antico per comunicare la scala del monumento a chi non l’aveva mai visto in piedi.
La fine arrivò solo nel 653 d.C., quando le forze arabe conquistarono Rodi. I resti in bronzo furono smontati e venduti come rottame — le fonti riportano un mercante, secondo alcune versioni originario di Edessa, secondo altre di Emesa, in Siria. Per trasportare via tutto il metallo furono necessari, a seconda della fonte, tra i 900 e i 980 carichi di cammelli. Un pezzo di storia che finisce, letteralmente, fuso e rivenduto a peso.
Domande frequenti
Il Colosso di Rodi era davvero a cavalcioni del porto? No, quasi certamente no. È un’immagine diffusa dal Rinascimento in poi, non descritta da alcuna fonte antica contemporanea. Gli studi recenti la collocano su un promontorio vicino al porto, non sopra l’imboccatura.
Quanto tempo rimase in piedi il Colosso? Circa mezzo secolo, forse qualche anno in più: fu completato intorno al 280 a.C. e crollò per un terremoto attorno al 226 a.C. Rispetto ad altre delle sette meraviglie, come le piramidi, ebbe una vita brevissima.
Perché non fu mai ricostruito dopo il terremoto? Alcuni sovrani ellenistici, tra cui Tolomeo III, offrirono di finanziare la ricostruzione, ma i rodiesi rifiutarono, sembra su indicazione di un oracolo. I resti restarono a terra per quasi nove secoli.
Che fine hanno fatto i resti in bronzo? Furono venduti come rottame nel 653 d.C. dopo la conquista araba di Rodi, e trasportati via — secondo le fonti — con centinaia di carichi di cammelli. Da allora nessun frammento certo è mai stato ritrovato.
Quanto era alto esattamente il Colosso? Le fonti antiche parlano di 70 cubiti, che corrispondono a circa 32-33 metri, grosso modo la stessa altezza della sola statua della Statua della Libertà, senza contare il piedistallo.
Un’ultima considerazione
Quello che colpisce di più, ripensandoci, non è la statua in sé ma quanto poco tempo è durata rispetto alla fama che si è portata dietro per duemilaseicento anni: mezzo secolo in piedi contro quasi nove nel fango. A volte un monumento diventa leggenda proprio grazie a come cade, non a come resta.
Fonti citate: Plinio il Vecchio, “Naturalis Historia” (fonte antica primaria); Polibio, “Storie”; per un approfondimento in italiano: Colosso di Rodi – Wikipedia; in inglese: Britannica – Colossus of Rhodes, Rhodes Guide. Su alcuni dettagli (date esatte di inizio/fine costruzione, numero preciso di carichi di cammelli, ubicazione precisa) le fonti secondarie divergono lievemente: prima di una pubblicazione che richieda precisione assoluta, è opportuno verificare su un testo storico specialistico o su una fonte antica diretta.
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