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Tecnostress dilagante: il 77% degli italiani controlla la mail fuori orario

VEB Set 11, 2026

Sono le 21.40 di un martedì qualunque e sul telefono compare una notifica: un collega ha risposto a una mail di lavoro. Il pollice si muove prima ancora che arrivi il pensiero “potrei anche non guardarla”. Si apre, si legge, magari si risponde pure, seduti sul divano con la serie tv in pausa. Non è un’eccezione: per la maggior parte di chi lavora in Italia è la routine di ogni sera.

Secondo l’indagine Eurispes “Tecnologie digitali e salute mentale” (settembre 2026), il 77,3% degli italiani controlla email o messaggi di lavoro fuori dall’orario contrattuale almeno qualche volta, e il 43,5% lo fa spesso o sempre. Tra chi ricopre ruoli manageriali la quota di controlli frequenti sale al 62,1%. Il fenomeno ha un nome tecnico, tecnostress, e descrive l’esaurimento psicofisico prodotto dalla reperibilità digitale continua.

Cosa dice davvero il dato Eurispes

Il numero che fa notizia — il 77,3% — va letto insieme agli altri, perché da solo racconta poco. L’indagine distingue tra chi controlla la mail “qualche volta” (una scorsa veloce prima di dormire, tanto per togliersi il pensiero) e chi lo fa “spesso o sempre”, cioè chi è strutturalmente incapace di staccare. Ed è qui che i numeri cominciano a fare male: il 75,2% risponde durante il tempo libero, il 68,1% lo fa persino durante le ferie, e il 34,7% con una frequenza che definire “occasionale” sarebbe generoso.

La composizione professionale conta parecchio, e su questo punto le medie generali ingannano. I dirigenti controllano la mail fuori orario nel 62,1% dei casi con frequenza alta; i lavoratori autonomi arrivano al 57,2% e, curiosamente, sono il gruppo che più risponde durante le ferie (67,9%) — probabilmente perché per un freelance “staccare” significa spesso perdere un cliente, non solo violare un confine psicologico. Gli operai, al contrario, dichiarano nel 57,3% dei casi di non controllare mai la posta fuori orario: un dato che ridimensiona l’idea di un tecnostress uniforme e ricorda che il fenomeno colpisce soprattutto chi lavora con email, chat e piattaforme come strumento primario.

Perché si continua a controllare anche quando non serve

Chi si occupa di benessere organizzativo lo vede ripetersi con una regolarità quasi noiosa: non è la mole di lavoro reale a generare il problema, ma l’incertezza su cosa potrebbe esserci dentro quella notifica. Il cervello non riesce a distinguere tra “urgenza vera” e “ansia da aggiornamento”, e finché non controlla resta in uno stato di allerta di bassa intensità ma costante — quello che in letteratura si chiama spesso “always-on mindset”.

Tre meccanismi si sovrappongono, e raramente agiscono da soli:

  • la cultura aziendale della reperibilità, spesso mai dichiarata esplicitamente ma trasmessa da chi risponde alle 23 e viene percepito come “il più affidabile”;
  • il timore, specie tra i profili junior, che non rispondere in tempi rapidi venga letto come disimpegno;
  • la semplice abitudine comportamentale — lo smartphone è lo stesso dispositivo con cui si controllano i social, e il gesto di sbloccarlo non distingue tra le due cose.

Un dettaglio che molti sottovalutano: il problema raramente nasce da un capo che chiede esplicitamente disponibilità H24. Nasce più spesso da un’assenza di regole chiare, che ciascuno riempie a modo suo — e chi ha più ansia da prestazione tende a riempirla nel modo più oneroso per sé.

I sintomi che si vedono nella pratica

L’indagine Eurispes registra che il 68,6% degli intervistati ha sperimentato almeno qualche sintomo da stress digitale negli ultimi sei mesi — mal di testa, affaticamento oculare, ansia — e il 33,8% li vive spesso o sempre. Tra chi fa un uso intensivo di dispositivi per lavoro la percentuale sale all’85%, con quasi la metà (46,2%) che li riporta con frequenza alta.

Nella pratica capita spesso che le persone arrivino a nominare il problema solo tardi, quando è già cronicizzato. Il mal di testa da fine giornata viene attribuito allo schermo in generale, non al fatto specifico di aver controllato la mail aziendale prima di dormire; la difficoltà ad addormentarsi viene liquidata come “troppi pensieri”, senza collegarla al fatto che l’ultima cosa letta prima di spegnere la luce era una richiesta di lavoro irrisolta. Il 72,9% dichiara difficoltà a staccare mentalmente anche quando il dispositivo è spento, e questo è probabilmente il dato più sottovalutato dell’intera indagine: non è la mail in sé il problema, è la scia che lascia.

Va detto con onestà: distinguere il tecnostress da un banale carico di lavoro elevato non è sempre semplice, e qui le fonti cliniche non sono del tutto unanimi su dove tracciare il confine. Alcuni professionisti lo inquadrano come una forma specifica di stress lavoro-correlato legata alle tecnologie, altri lo considerano più una condizione trasversale che si somma ad altri fattori di rischio. Nei casi dubbi, la valutazione andrebbe fatta da un medico del lavoro o da uno psicologo, non affidata all’autodiagnosi da articolo online.

Cosa dice (e non dice ancora) la legge in Italia

Qui bisogna essere precisi, perché in rete circola parecchia confusione. In Italia non esiste, al momento, una legge organica e autonoma dedicata al diritto alla disconnessione, paragonabile a quella francese del 2017. Il tema è regolato in modo indiretto:

  • la legge 81/2017 sullo smart working ha introdotto per prima l’idea che il lavoratore agile abbia diritto a momenti di disconnessione dagli strumenti tecnologici, ma senza definirli in dettaglio, demandando la questione all’accordo individuale tra azienda e dipendente;
  • il Protocollo nazionale sul lavoro in modalità agile (dicembre 2021), all’articolo 3, chiede esplicitamente a datore di lavoro e lavoratore di individuare fasce orarie di disconnessione dagli strumenti tecnologici;
  • a livello europeo, la direttiva 2003/88/CE sull’orario di lavoro resta il riferimento più solido: garantisce 11 ore di riposo consecutivo e un tetto di 48 ore settimanali, applicabili anche a chi lavora in smart working.

Negli ultimi tempi è circolata anche una proposta legislativa che punterebbe a introdurre fasce orarie vincolanti e sanzioni economiche per le aziende inadempienti; è una proposta, non una legge in vigore, e chi scrive online il contrario — capita spesso — sta anticipando un iter che non si è ancora concluso. Per chi deve orientarsi su obblighi concreti, la fonte da consultare resta il sito del Ministero del Lavoro o un consulente giuslavorista, non un articolo di blog. [FONTE: Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, lavoro.gov.it]

Sul fronte della sicurezza sul lavoro, invece, il quadro è più consolidato: il Testo Unico sulla sicurezza (d.lgs. 81/2008) obbliga il datore di lavoro a includere lo stress lavoro-correlato nella valutazione dei rischi aziendali, e INAIL mette a disposizione una metodologia standard per farlo. Il tecnostress, quando riconosciuto come componente di questo rischio, rientra quindi in un obbligo datoriale già esistente — solo che, nella pratica, viene ancora valutato raramente in modo specifico.

Cosa funziona davvero (e cosa la gente si aspetta ma non succede)

La soluzione più citata nei contenuti divulgativi è “disattiva le notifiche”: corretta in teoria, quasi inutile da sola nella pratica, perché non tocca la causa — la cultura implicita della reperibilità — ma solo il sintomo visibile. Chi disattiva le notifiche ma lavora in un team dove il capo scrive alle 22 continuerà a controllare comunque, per ansia, semplicemente con un passaggio in più.

Quello che nella pratica riduce davvero il problema è diverso, e raramente è una singola azione:

  • rendere esplicite le fasce di disconnessione a livello di team, non solo individuale — se un collega sa che non riceverà risposta prima delle 9, smette di aspettarsela;
  • separare fisicamente i dispositivi, quando possibile: un account mail di lavoro non installato sul telefono personale elimina il gesto automatico, non richiede forza di volontà;
  • normalizzare, da parte di chi ha ruoli di responsabilità, il non rispondere fuori orario — l’effetto imitativo qui pesa più di qualunque policy scritta.

Un errore che si vede spesso: aziende che scrivono una bella policy sul diritto alla disconnessione e poi continuano a misurare la produttività anche sulla reattività fuori orario, magari senza dirlo apertamente. In quel caso la policy resta carta, perché il comportamento premiato conta più della regola dichiarata.

Quando serve un aiuto professionale

Se i sintomi restano occasionali — una serata pesante, una settimana di scadenze — non c’è nulla di clinicamente rilevante da inseguire. Il campanello d’allarme è la cronicità: difficoltà persistenti a dormire, irritabilità diffusa anche fuori dal lavoro, sensazione di non riuscire più a “spegnersi” nemmeno nei weekend. In questi casi la valutazione va fatta da un medico del lavoro, uno psicologo o, se l’azienda lo prevede, dal medico competente aziendale — non rimandata sperando che passi da sola, perché nella maggior parte dei casi che arrivano tardi in consultazione il quadro si è già sovrapposto ad altri segnali di burnout.

Domande frequenti

Il tecnostress è una malattia riconosciuta ufficialmente? Non ha un codice diagnostico proprio, ma viene inquadrato come una forma di stress lavoro-correlato legata all’uso di tecnologie digitali. In pratica rientra nelle valutazioni sanitarie previste dal Testo Unico sicurezza per lo stress da lavoro.

Posso rifiutarmi legalmente di rispondere alle mail fuori orario? Dipende dal contratto e dagli accordi aziendali di smart working: se prevedono fasce di disconnessione, sì. In assenza di accordi specifici, la questione resta più ambigua e conviene verificarla con il proprio CCNL o un consulente del lavoro.

Perché i dirigenti controllano la mail più degli altri? Secondo Eurispes il 62,1% dei dirigenti lo fa con frequenza alta, probabilmente per il mix tra maggiore responsabilità decisionale e minore protezione contrattuale sugli orari rispetto ai livelli impiegatizi.

Lo smart working peggiora il tecnostress? Non in modo automatico, ma amplifica il rischio se non si definiscono confini orari espliciti: lavorare da casa rende più facile che il confine tra “acceso” e “spento” sfumi senza che nessuno lo noti.

Disattivare le notifiche basta a risolvere il problema? Aiuta ma raramente basta da sola: se la cultura di team continua a premiare la risposta rapida fuori orario, la persona tornerà a controllare comunque, solo con qualche passaggio in più.


Il dato più interessante, alla fine, non è il 77,3% in sé, ma quanto sia trasversale rispetto al ruolo: cambia l’intensità, non la presenza del fenomeno. E finché il “sempre disponibile” resterà un segnale di affidabilità implicito nella cultura di molte aziende italiane, nessuna policy scritta da sola basterà a invertirlo.

Per questioni specifiche su obblighi contrattuali, diritto alla disconnessione nel proprio CCNL o sintomi persistenti da stress, è sempre meglio verificare con un consulente del lavoro o un professionista sanitario, piuttosto che affidarsi a una regola generale.

Sources:

  • Eurispes — Tecnologie digitali e salute mentale (indagine)
  • ANSA — Lavoro sempre più digitale, gli italiani alle prese con il “tecnostress”
  • Factorial — Diritto alla disconnessione: come funziona in Italia e in UE
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