Se aprite il cassetto della cucina in questo momento, è molto probabile che ci troviate dentro un vecchio scontrino sbiadito, tre elastici di gomma e un coltello da burro con il manico di plastica consumato. Oggetti anonimi, quotidiani, che usiamo senza pensare. Ora provate a immaginare un uomo che prende quel coltello da burro sul set di un film miliardario, lo guarda come se contenesse il segreto dell’universo e, prima di pronunciare la sua battuta, ci si pulisce distrattamente le unghie. Quell’uomo era Marlon Brando, e quel gesto apparentemente insignificante ha cambiato per sempre il modo in cui guardiamo il cinema.

Quando si parla del “più grande attore di tutti i tempi“, la conversazione scivola quasi sempre sui soliti tre o quattro nomi sacri. C’è chi giura su Robert De Niro e la sua metamorfosi fisica in Toro Scatenato, chi preferisce l’intensità maniacale e silenziosa di Daniel Day-Lewis che impara a cacciare davvero per prepararsi a un ruolo, e chi rimane fedele alla classe d’acciaio di Meryl Streep. Ma se scaviamo sotto la superficie e chiediamo ai mostri sacri del cinema chi fosse il loro punto di riferimento, la bussola punta quasi sempre verso una sola direzione. Verso quel ragazzo ribelle che nel 1951, con una maglietta bianca strappata e madida di sudore in Un tram che si chiama Desiderio, ha preso le vecchie regole della recitazione classica e le ha ridotte in polvere.
Prima di Brando, recitare significava soprattutto “dichiarare”. Gli attori venivano dal teatro, avevano voci impostate, posture perfette e una dizione impeccabile che doveva raggiungere l’ultima fila della galleria. Se dovevano piangere, lo facevano con le braccia al cielo; se dovevano arrabbiarsi, la voce tonava come un organo da chiesa. Poi è arrivato lui, masticando un chewing-gum. Brando non recitava la rabbia: la covava sottopelle, balbettava, si mangiava le parole, si grattava il collo a metà di un monologo drammatico. Ha portato la vita vera, quella disordinata e imperfetta di tutti i giorni, davanti all’obiettivo di una macchina da presa.
La cosa davvero curiosa è che questo rivoluzionario della recitazione, l’uomo che ha ridefinito gli standard di Hollywood, odiava profondamente il concetto stesso di studiare la recitazione. C’è un aneddoto memorabile che racconta bene il suo approccio: durante le riprese de Il Padrino, Brando si rifiutava categoricamente di imparare le battute a memoria. Per lui, la memoria uccideva la spontaneità. Così, la produzione era costretta a nascondere i fogli con i dialoghi ovunque sul set: attaccati al petto degli altri attori fuori campo, nascosti dietro una zuccheriera, o persino incollati sul retro di una lampada da tavolo. Eppure, quando guardiamo Don Vito Corleone che accarezza quel gatto randagio nella scena iniziale – un gatto che, per inciso, non era sul copione ma che Brando aveva semplicemente trovato nel cortile degli studi della Paramount prima di girare – non vediamo un uomo che legge. Vediamo la storia del cinema.
Ma se Brando è il maestro indiscusso per generazioni di attori, c’è un dettaglio che spesso dimentichiamo: persino i giganti hanno i loro miti. Se aveste chiesto a Marlon Brando chi fosse il più grande di tutti, non avrebbe fatto il nome di un divo di Hollywood. Il suo idolo assoluto era un attore teatrale yiddish quasi sconosciuto al grande pubblico internazionale, Jacob Adler. Brando raccontava spesso di averlo visto recitare da giovane e di essere rimasto folgorato dalla sua capacità di dominare la scena senza dire una parola, semplicemente camminando. La prossima volta che guardate un film e vi emozionate per un sospiro o un silenzio improvviso, ricordatevi che tutto è iniziato da lì: da un attore che ha smesso di recitare e ha iniziato, semplicemente, a vivere la scena.
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