Los Angeles, per chi non se lo ricorda era un caso del 2026. In aula c’è una ragazza di vent’anni, identificata nei documenti giudiziari solo con le iniziali K. G. M. Racconta ai giurati che da bambina passava fino a sedici ore al giorno davanti a uno schermo. Non è un’iperbole difensiva: è il punto di partenza di una causa che, in pochi mesi, ha cambiato le regole del gioco tra big tech e famiglie.

Una vita costruita attorno allo scroll
Kaley ha iniziato a usare YouTube a sei anni. Instagram è arrivato a nove, TikTok a dieci, Snapchat a undici. Non stiamo parlando di un adolescente che scopre i social in un momento qualunque della crescita, ma di un’infanzia intera modellata dal meccanismo della riproduzione automatica dei video, quello che fa partire un contenuto dopo l’altro senza che nessuno debba più scegliere nulla. Secondo quanto emerso nel processo, questo tipo di esposizione avrebbe contribuito a isolarla progressivamente dalla famiglia, portandola verso depressione, autolesionismo e pensieri suicidi durante l’adolescenza.
Lo scontro in tribunale
Meta e Google non si sono presentati in aula a mani vuote. Adam Mosseri, il responsabile di Instagram, ha spiegato ai giudici che sedici ore di utilizzo giornaliero rientrano in quello che l’azienda definisce “uso problematico” — una formula che lascia intuire quanto la questione fosse delicata anche per chi doveva difendersi. Google, dal canto suo, ha provato una strada diversa: sostenere che YouTube non sia propriamente un social network, ma una piattaforma di streaming più vicina a Netflix, con l’eccezione degli Shorts, i video brevi che vengono proposti in sequenza a ogni scroll. Un portavoce ha dichiarato alla CNN che il caso “fraintende” la natura del servizio.
Gli avvocati di Kaley hanno ribattuto puntando su un elemento tecnico ben preciso: per la prima volta, una giuria doveva stabilire se esistesse un nesso causale diretto tra il funzionamento degli algoritmi — lo scroll infinito, l’autoplay — e i danni psicologici subiti da chi li usa fin da bambino.
Il verdetto e quella percentuale che pesa
La giuria ha riconosciuto un risarcimento complessivo di 3 milioni di dollari, circa 2,58 milioni di euro. Non è stata una condanna equamente divisa: Meta è stata ritenuta responsabile per il 70% del danno, YouTube per il restante 30%. Una sfumatura che nei documenti processuali ha un peso preciso, perché stabilisce quanto ciascuna piattaforma abbia contribuito, secondo i giurati, a costruire quel tipo di dipendenza. Snap e TikTok, entrambe citate insieme a Meta e Google nella stessa causa, hanno preferito raggiungere un accordo extragiudiziale prima ancora che iniziasse il processo, evitando così di esporsi a un verdetto pubblico.
Non è un caso isolato, è l’inizio
Qui la storia prende una piega che va oltre la vicenda personale di Kaley. Il suo caso, secondo la CNN, è stato il primo di oltre 1.500 procedimenti simili ad arrivare davanti a una giuria. E il numero, guardato oggi, sembra quasi piccolo: un tribunale d’appello di San Francisco ha da poco respinto il ricorso presentato da Meta, TikTok e altre aziende contro un maxi-processo che riunisce più di 3.000 cause intentate da Stati, distretti scolastici, enti locali e singoli cittadini. Le accuse toccano quasi tutte le piattaforme più popolari negli Stati Uniti — Instagram, Facebook, TikTok, Roblox, Discord, Snapchat, YouTube — ma è Meta l’azienda che rischia di più, semplicemente per il numero di utenti coinvolti. In un altro procedimento, in New Mexico, l’azienda di Menlo Park è già stata condannata a pagare 942 milioni di dollari per non aver protetto adeguatamente gli utenti più giovani.
Le cifre che fanno impressione, e quelle che restano da vedere
Il processo che riunisce le migliaia di cause negli Stati Uniti prevede, secondo i documenti depositati, richieste di risarcimento complessive che superano i mille miliardi di dollari — una cifra su cui pesa, ovviamente, un’enorme incertezza sull’esito reale. Meta, attraverso un portavoce, ha dichiarato di non essere d’accordo con la sentenza del caso Kaley e di voler fare appello, ribadendo che la salute mentale degli adolescenti è un tema troppo complesso per essere legato a una singola app.
Nel frattempo, la selezione della giuria per il maxi-processo californiano è già iniziata. Kaley, con la sua infanzia passata tra autoplay e notifiche, resta il primo nome di una lista che si allunga ogni settimana.
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