In Italia ci sono migliaia di persone che possono appuntarsi sulla giacca una croce smaltata con la scritta Merito della Repubblica Italiana. Non sono tutti generali, ex Presidenti della Repubblica o diplomatici in pensione. Tra di loro ci sono artigiani che restaurano campane da cinquant’anni, maestre di scuola primaria di piccoli borghi di montagna, medici di campagna e volontari che nessuno ha mai visto in televisione.

La domanda nasce spontanea quando ci si imbatte in uno di questi titoli: come ci si arriva davvero? C’è un modulo da scaricare, un esame da superare o serve un’amicizia nei palazzi della politica?
La burocrazia dell’eccellenza silenziosa
L’Onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana — creata nel 1951 per sostituire i vecchi ordini monarchici — non si compra e, almeno in teoria, non si chiede per se stessi.
Il meccanismo formale si basa sul concetto di “segnalazione”. Chiunque abbia raggiunto i 35 anni di età e si sia distinto nel campo delle lettere, delle arti, dell’economia o nel disimpegno di pubbliche cariche e di attività svolte a fini sociali o umanitari, può finire nel raggio visivo delle istituzioni.
Nella pratica quotidiana, la macchina si mette in moto quasi sempre dal basso. È una prefettura che raccoglie un dossier, un comune che segnala un cittadino illustre, un ministero che rileva una carriera eccezionale o una fondazione che decide di presentare la candidatura di un suo membro. Il fascicolo passa attraverso verifiche minuziose sui carichi pendenti e sulla condotta morale, prima di arrivare sulla scrivania della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
C’è un dettaglio che pochi conoscono: per inviare una candidatura non serve essere una grande istituzione. Anche una semplice associazione di quartiere o un gruppo di cittadini può presentare una proposta di benemerenza al Prefetto della propria provincia, purché corredata da documenti, articoli di giornale, testimonianze e prove concrete del servizio reso alla comunità.
Il collo di bottiglia e i decreti di primavera
Ricevere una busta con la carta intestata della Prefettura non significa essere diventati Cavalieri. Il percorso del fascicolo è un lungo viaggio tra ministeri e commissioni valutatrici che tagliano gran parte delle proposte inviate.
Chi supera questo filtro invisibile entra nei decreti ufficiali. La firma finale spetta al Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio. Le nomine ufficiali avvengono tradizionalmente due volte l’anno: il 2 giugno, in occasione della Festa della Repubblica, e il 27 dicembre, per l’anniversario della promulgazione della Costituzione.
È a questo punto del percorso che la storia prende una piega inaspettata per molti dei diretti interessati.
Quando il titolo arriva a sorpresa
A differenza di quello che si potrebbe pensare, la chiamata non è sempre preceduta da squilli di tromba o avvisi formali inviati con mesi di anticipo.
In molti casi la notifica ufficiale arriva come un fulmine a ciel sereno. Un caso emblematico è quello di un panettiere della provincia di Cuneo che, dopo aver donato per anni il pane fresco rimasto a fine giornata alle mense dei poveri della zona, si è visto recapitare la lettera dalla Prefettura senza che nessuno gli avesse accennato nulla. La segnalazione era partita in gran segreto dal parroco del paese e dal sindaco, che avevano raccolto firme e testimonianze per quasi due anni a sua insaputa.
Questo aspetto “a sorpresa” fa parte del fascino di un’onorificenza che nasce per premiare la gratuità del servizio. Se si scopre che il candidato ha fatto pressioni o ha promosso attivamente la propria candidatura per vanità, il dossier viene quasi sempre accantonato.
Tra insegne ufficiali e vita di tutti i giorni
Diventare Cavaliere della Repubblica non comporta vitalizi, pensioni integrative o privilegi fiscali. Non si saltano le file agli uffici postali e non si ha diritto a posti riservati sui trasporti pubblici.
L’unico beneficio tangibile, oltre al prestigio sociale, è il diritto di fregiarsi del titolo nei documenti ufficiali e di indossare la piccola spilla sulla giacca o il nastro con la croce nelle cerimonie pubbliche.
L’acquisto della rosetta o della croce ufficiale è a carico del premiato, che può scegliere se comprarla presso i laboratori d’arte d’epoca autorizzati o tenersi semplicemente il diploma in pergamena firmato dal Capo dello Stato. Per la maggior parte dei premiati, quel foglio incorniciato nello studio resta la testimonianza di una vita spesa a fare bene il proprio lavoro, lontano dai riflettori.
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