Se lasciate il vostro telefono sul comodino e fate due passi in cucina, il tempo per voi scorre a una velocità leggermente diversa rispetto a quello dello smartphone. La differenza è infinitesimale, un sospiro microscopico calcolabile solo da un orologio atomico, ma esiste. Non è una trovata da romanzo di fantascienza: è il modo in cui funziona l’universo ogni singolo secondo.

La domanda vera, quindi, non è se si possa viaggiare nel tempo, ma verso dove intendiamo andare e quanto siamo disposti a spingerci oltre le leggi della fisica moderna.
Il futuro esiste già (e gli astronauti ci sono stati)
Per muoversi verso il futuro non serve una macchina con cavi di rame e spie luminose. Serve la gravità, oppure la velocità.
Albert Einstein lo aveva capito più di un secolo fa con la relatività ristretta e generale: più ti muovi velocemente nello spazio, più il tempo rallenta per te rispetto a chi è rimasto fermo. Lo stesso accade quando ti trovi vicino a un corpo celeste molto massiccio, la cui gravità “piega” il tessuto dello spaziotempo.
Prendiamo gli astronauti a bordo della Stazione Spaziale Internazionale. Orbitano attorno alla Terra a circa ventisettemila chilometri orari. A quella velocità, combinata con la minore gravità rispetto alla superficie terrestre, vivono un fenomeno concreto: quando tornano a terra sono effettivamente più giovani di qualche frazione di secondo rispetto a noi. Il cosmonauta russo Gennady Padalka, avendo trascorso nello spazio oltre 878 giorni, è viaggaito nel futuro di circa 0,02 secondi. Un’inutilità pratica per la vita di tutti i giorni, ma una conferma sperimentale schiacciante.
Ancora più vicino a noi ci sono i satelliti GPS che usiamo ogni mattina per orientarci nel traffico. Se i loro orologi interni non venissero corretti costantemente per compensare l’effetto della relatività, le mappe dei nostri telefoni accumulerebbero un errore di diversi chilometri ogni ventiquattrore.
La curva drammatica: cosa succede se proviamo a tornare indietro
Se andare avanti nel tempo è un fatto scientifico provato e misurabile, fare marcia indietro è il punto in cui la fisica inizia a sudare freddo.
Qui la storia cambia del tutto. Per tornare nel passato bisognerebbe superare la velocità della luce, una soglia che per qualsiasi oggetto dotato di massa equivale a un muro insuperabile. Man mano che ci si avvicina alla velocità della luce, la massa aumenta all’infinito e richiede un’energia altrettanto infinita per continuare ad accelerare.
Esistono tuttavia scorciatoie teoriche formulate dai fisici sui fogli di carta. Una di queste è il ponte di Einstein-Rosen, noto come wormhole: una sorta di tunnel nello spaziotempo che collegherebbe due punti o due epoche diverse. Il problema è che mantenere aperto un varco del genere richiederebbe la presenza di materia esotica a energia negativa, qualcosa che finora non abbiamo mai osservato né prodotto.
E poi c’è la questione dei paradossi. Il più famoso è quello del nonno: se tornassi indietro e impedissi ai tuoi nonni di conoscersi, tu non saresti mai nato per poter viaggiare nel tempo. La fisica quantistica prova a risolvere il dilemma ipotizzando l’esistenza dei multiversi: cambiare il passato non modificherebbe la tua linea temporale, ma ne creerebbe una nuova, parallela e indipendente.
Le particelle che barano con il calendario
Mentre gli esseri umani cercano ancora di capire come costruire astronavi abbastanza veloci, nel mondo subatomico i viaggi temporali avvengono di continuo.
I muoni, ad esempio, sono particelle elementari generate dai raggi cosmici negli strati alti dell’atmosfera. La loro vita media è brevissima: circa due microsecondi. In quel lasso di tempo, anche viaggiando quasi alla velocità della luce, dovrebbero percorrere appena poche centinaia di metri prima di decadere, senza mai toccare il suolo terrestre.
Eppure i rilevatori a terra li captano in grande quantità. Il motivo? Muovendosi a velocità prossime a quella della luce, per i muoni il tempo rallenta drasticamente. Dal loro punto di vista, il viaggio dura una frazione di secondo; dal nostro, sopravvivono abbastanza a lungo da attraversare l’intera atmosfera e arrivare fino a noi. È la prova tangibile che il tempo non è un fiume unico che scorre per tutti allo stesso ritmo, ma una stoffa elastica che si allunga e si accorcia.
Siamo tutti viaggiatori nel tempo, riga dopo riga, secondo dopo secondo. Solo che avanziamo tutti alla stessa esasperante velocità di un secondo al secondo. Cambiare ritmo è possibile, ma il biglietto di ritorno per il passato resta, almeno per ora, un mistero sospeso tra le equazioni della fisica pura.
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