In un piccolo ufficio della Prefettura, un uomo stringe tra le mani un fascicolo sottile. Non sta chiedendo un rinnovo della patente né un visto per l’estero. Vuole liberarsi di sei lettere che lo accompagnano dalla nascita, un cognome che negli anni gli ha procurato più imbarazzo che altro. In Italia, l’idea di poter riscrivere la propria identità anagrafica sembra spesso confinata ai film americani, dove basta un passaggio di fronte a un giudice per diventare un’altra persona. Nella realtà dei fatti, la legge italiana è molto più rigida, ma prevede spiragli ben precisi che pochi conoscono.

Non basta alzarsi una mattina e decidere che un altro cognome suoni più elegante o altisonante. Il principio cardine del nostro ordinamento è la stabilità dell’identità: il nome con cui si entra nell’anagrafe è, in linea generale, quello con cui si dovrebbe uscire. Eppure, ogni anno, centinaia di richieste arrivano sulle scrivanie dei Prefetti. La motivazione principale? Cognomi ridicoli, vergognosi o che rivelano un’origine naturale che si preferirebbe non mostrare ad ogni controllo dei documenti.
La trafila burocratica e il peso del “ridicolo”
Il DPR 396 del 2000 è il testo di riferimento che disciplina la materia, ma a fare la differenza è la valutazione soggettiva delle motivazioni. Se ti chiami “Puzza”, “Bocchino” o un qualsiasi altro termine che susciti l’ilarità inevitabile di chiunque metta gli occhi su una lista d’attesa, la strada è spianata. La legge riconosce infatti che un cognome palesemente ridicolo o disdicevole crea un disagio sociale effettivo, lesivo della dignità personale.
Esiste poi una seconda grande categoria: l’aggiunta o il cambio di cognome per motivi affettivi o per evitare l’estinzione di un ramo familiare. Qui il percorso si fa più articolato. Bisogna dimostrare una ragione meritevole, come l’aver vissuto per decenni venendo identificati informale con un certo cognome, oppure il desiderio di portare l’identità della famiglia materna che non ha altri eredi diretti.
La svolta inaspettata: quando la storia personale incrocia il diritto
C’è però un dettaglio che spiazza molti richiedenti ed è la vera svolta di molte pratiche anagrafiche: l’opposizione pubblica. Il cambio di cognome non è una questione privata tra il cittadino e lo Stato. Quando la richiesta viene inoltrata e ritenuta ammissibile, il Prefetto ordina la pubblicazione dell’avviso nell’albo pretorio del comune di nascita e di residenza.
Per trenta giorni, chiunque ritenga di avere un interesse contrario – un altro ramo della famiglia che teme la confusione di identità, o persino i proprietari del cognome “scelto” che non vogliono estranei nella propria stirpe – può presentare formale opposizione. Un cognome celebre o nobiliare, per dire, non può essere adottato semplicemente perché piace. Se la famiglia titolare si oppone dimostrando un potenziale pregiudizio, la procedura si blocca immediatamente.
Dal doppio cognome materno alle situazioni di abbandono
Negli ultimi anni il panorama è cambiato ulteriormente grazie alle sentenze della Corte Costituzionale, che hanno progressivamente smantellato l’automatismo del solo cognome paterno per i nuovi nati. Oggi i genitori possono scegliere di comune accordo di attribuire entrambi i cognomi, nell’ordine desiderato, o anche soltanto quello della madre.
Resta invece delicato e rigoroso il caso di chi chiede la cancellazione del cognome paterno a causa del totale abbandono da parte del genitore durante l’infanzia. Non si tratta di una scelta di facciata: la giurisprudenza richiede prove concrete del trauma psicologico o del distacco affettivo completo. Solo di fronte a una sofferenza dimostrata, l’ordinamento consente di recidere anche quell’ultimo legame formale sulla carta d’identità.
Alla fine di tutto il percorso, tra marche da bollo, istruttorie e decreti ufficiali, la modifica viene annotata sul registro degli atti di nascita. Il vecchio cognome scompare dai documenti futuri, ma lascia una traccia indelebile nei registri d’archivio: un piccolo dettaglio burocratico a ricordare che, anche quando si cambia pagina, la prima riga della propria storia rimane scritta.
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