Guardando i reportage da Shanghai o Pechino, la sensazione è sempre la stessa: un oceano ininterrotto di persone che fluisce tra grattacieli d’acciaio, insegne a LED e stazioni della metropolitana grandi come aeroporti. Siamo abituati ad associare la Cina a un concetto puro e semplice: un’immensità di gente. Eppure, se provate a fare mente locale su un qualsiasi video girato per le strade delle metropoli cinesi, noterete qualcosa che risalta proprio per la sua assenza.

Tra quelle migliaia di volti che incrociano l’obiettivo della telecamera, quasi nessuno appartiene a un residente straniero. Non si tratta di una coincidenza visiva o di un montaggio furbo: è la fotografia esatta del paese con la più bassa percentuale di immigrati al mondo.
Una folla immensa, ma incredibilmente omogenea
La Cina continentale conta oltre 1,4 miliardi di abitanti. Per darvi un’idea pratica, significa che circa una persona su cinque sull’intero pianeta vive all’interno dei suoi confini. Con numeri del genere, ci si aspetterebbe una miscela culturale simile a quella di Londra, New York o Parigi, soprattutto nelle grandi capitali economiche.
Invece, i dati dell’ultimo censimento dicono qualcosa di sbalorditivo: gli stranieri che vivono stabilmente in Cina continentale sono meno di un milione (circa 845.000 persone, compresi i lavoratori temporanei e gli studenti universitari).
Facciamo due calcoli veloci. Questo significa che la popolazione straniera rappresenta circa lo 0,06% del totale. È una percentuale ridicola, così bassa da far impallidire persino stati notoriamente chiusi e isolati.
Persino la Corea del Nord ha una percentuale più alta
Ecco il dettaglio che fa davvero girare la testa: con questo punteggio, la Cina detiene la percentuale di residenti nati all’estero più bassa di qualsiasi altro paese sul pianeta. Ed è inferiore persino a quella della Corea del Nord.
Siamo abituati a pensare a Pyongyang come al luogo più impenetrabile della terra, ma in termini puramente statistici e proporzionali, la presenza di comunità straniere storiche (come quella cinese residente lì da generazioni) e di personale diplomatico pesa leggermente di più sul totale rispetto a quanto avvenga nel gigante asiatico.
In paesi come l’Italia la percentuale di residenti stranieri si attesta attorno al 8-9%, negli Stati Uniti supera il 13%, e in destinazioni cosmopolite come gli Emirati Arabi Uniti sfiora l’88%. In Cina, trovare un residente non cinese è matematicamente come cercare un ago in un pagliaio di proporzioni continentali.
Le ragioni di un “muro” burocratico e culturale
Perché succede questo in un paese che è la seconda economia mondiale? Non è una questione di fascino o di opportunità lavorative, ma di regole. Ottenere la residenza permanente in Cina (la cosiddetta Green Card cinese) è storicamente considerata una delle imprese burocratiche più difficili al mondo. Dalla sua introduzione nei primi anni 2000 fino al 2016, ne sono state rilasciate appena poche migliaia in tutto.
Inoltre, il sistema di cittadinanza cinese si basa quasi esclusivamente sul sangue (ius sanguinis) e non prevede la doppia cittadinanza. Per un lavoratore europeo o americano, integrarsi a lungo termine significa fare i conti con visti lavorativi da rinnovare continuamente, barriere linguistiche complesse e un mercato immobiliare strutturato in modo da favorire nettamente i cittadini locali.
A questo si aggiunge la struttura stessa della società: oltre il 91% della popolazione appartiene a un unico gruppo etnico, gli Han. Il risultato è un gigante iper-tecnologico e proiettato nel futuro, che però conserva la compattezza demografica di un piccolo villaggio tradizionale.
Se oggi vi capita di incrociare in TV un video girato a Pechino, fateci caso: vedrete il futuro, ma vedrete quasi ed esclusivamente la Cina.
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