Nel 1885 un tipografo della Virginia pubblicò un opuscolo di poche pagine che da allora ha fatto perdere il sonno a centinaia di cacciatori di tesori. Dentro c’erano tre sequenze di numeri, apparentemente senza senso, e la promessa che dietro quei numeri si nascondesse la posizione di un tesoro sepolto: oro, argento e gioielli per un valore, oggi, di decine di milioni di dollari. Una delle tre sequenze è stata decifrata. Le altre due no. E nessuno, in oltre un secolo, è riuscito a mettere le mani su quel tesoro — ammesso che sia mai esistito.

Una storia che comincia con un uomo di nome Beale
Secondo il racconto contenuto nell’opuscolo, tutto partirebbe da un certo Thomas J. Beale, un avventuriero che negli anni ’20 dell’Ottocento avrebbe guidato un gruppo di uomini nelle terre a ovest, trovando per caso un giacimento d’oro e d’argento. Beale avrebbe fatto trasportare il bottino fino in Virginia, l’avrebbe nascosto in un luogo segreto, e prima di sparire nel nulla avrebbe lasciato a un amico fidato una cassetta chiusa a chiave. Dentro, tre fogli pieni di numeri. Uno indicava la posizione del tesoro, uno la sua composizione esatta, il terzo i nomi degli eredi a cui sarebbe dovuto spettare.
L’amico, non sapendo cosa farne, avrebbe tenuto la cassetta per vent’anni prima di decidere di aprirla e provare a capirci qualcosa.
Il trucco dietro ai numeri
Il secondo dei tre fogli — quello che descrive il tesoro — è l’unico che qualcuno sia mai riuscito a leggere. La chiave, si scoprì decenni dopo, era la Dichiarazione d’Indipendenza americana: ogni numero corrispondeva alla parola che occupava quella posizione nel testo, e la prima lettera di quella parola formava, lettera dopo lettera, il messaggio nascosto. Un sistema tanto semplice quanto elegante, il tipo di cifrario che un uomo di media istruzione poteva costruire con carta, penna e un testo pubblico sottomano.
Il messaggio decifrato descrive con dettagli sorprendentemente precisi quanto oro, argento e gemme sarebbero stati sepolti, e in quale tipo di contenitori. Peccato che i due fogli rimasti — quello con la posizione esatta e quello con i nomi — non abbiano mai ceduto. Nessuna chiave testuale provata finora, e negli anni ne sono state tentate a centinaia, ha prodotto un solo frammento di testo leggibile.
Perché in molti pensano sia tutto falso
Qui arriva la svolta che rende la storia ancora più interessante. Diversi studiosi di crittografia e di linguistica, analizzando lo stile del testo decifrato, hanno notato incongruenze che difficilmente si spiegano con un uomo dell’Ottocento: alcune parole e strutture grammaticali sembrano più vicine all’inglese di fine secolo che a quello del periodo in cui Beale sarebbe vissuto. Per alcuni ricercatori questo è un indizio che l’intero opuscolo — comprese le due sequenze mai risolte — sia stato inventato a tavolino dallo stesso tipografo che lo pubblicò, forse solo per vendere copie a un pubblico affamato di misteri.
Eppure la teoria della bufala non ha mai messo del tutto a tacere i cercatori. Alcuni fanno notare che sarebbe stato uno sforzo enorme, per un semplice tipografo, costruire un cifrario funzionante e coerente solo per un imbroglio letterario. E poi c’è un dettaglio che continua ad alimentare la fiducia di chi ancora scava nelle colline della Virginia: la zona geografica descritta nei documenti coincide, a grandi linee, con luoghi reali, verificabili, non inventati di sana pianta.
Chi ci ha provato, e come è andata
Nel corso del Novecento diverse spedizioni, alcune organizzate da veri e propri gruppi di appassionati con tanto di metal detector e mappe geologiche, hanno battuto palmo a palmo l’area della contea di Bedford, indicata come possibile zona di sepoltura. Nessuna ha mai riportato risultati concreti. Alcuni terreni privati della zona sono stati, nel tempo, transennati o resi inaccessibili proprio per scoraggiare gli scavi non autorizzati — segno che, vero o falso che sia il tesoro, la leggenda continua a muovere persone reali, con vanghe reali.
Un enigma che resiste apposta
Forse è proprio questo il motivo per cui il cifrario di Beale non passa mai di moda: non è un mistero chiuso, con una risposta che aspetta solo di essere trovata dal ricercatore più paziente. È un enigma che, decifrato o no, funziona comunque come storia. E finché quei due fogli di numeri resteranno muti, qualcuno da qualche parte continuerà a provarci.
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