Bere una birra in orbita sembra il tipo di dettaglio che ti aspetti in un film di fantascienza di serie B, quello in cui l’equipaggio brinda mentre la nave attraversa un campo di asteroidi. Invece è un progetto vero, con una bottiglia brevettata, voli di test e un nome che rimanda dritto alla storia dell’astronautica sovietica.

Vostok Space Beer è una birra sviluppata dal birrificio australiano 4 Pines insieme all’azienda di ingegneria aerospaziale Saber Astronautics, pensata per essere bevuta in condizioni di microgravità grazie a una bottiglia con un inserto interno che sfrutta la tensione superficiale per far arrivare il liquido alla bocca senza cannucce né schizzi. Il progetto è nato nel 2010 ed è tuttora, per molti aspetti, un prototipo più che un prodotto in vendita.
Chi c’è dietro il progetto
4 Pines non è un nome a caso nel panorama brassicolo australiano: birrificio nato nel 2008 come brewpub a Manly, sulle Northern Beaches di Sydney, poi cresciuto fino a un impianto da 50 ettolitri a Brookvale. Nel 2017 è stato acquisito da AB InBev tramite ZX Ventures, e dal 2019 fa parte del gruppo Asahi insieme a Carlton & United Breweries — quindi parliamo di un birrificio artigianale che nel tempo è finito sotto un ombrello decisamente più grande.
Saber Astronautics porta invece la parte ingegneristica: è un’azienda che lavora su software e hardware per missioni spaziali, guidata dal CEO Jason Held. L’idea di unire le forze con 4 Pines — il cui co-fondatore è Jaron Mitchell — nasce da una domanda in apparenza banale ma tecnicamente complicata: cosa succede a un liquido carbonato quando non c’è gravità a tenerlo giù?
Il nome Vostok non è casuale: richiama la capsula Vostok con cui Yuri Gagarin compì il primo volo umano nello spazio nel 1961. Un omaggio diretto, di quelli che in un pitch commerciale funzionano sempre.
Il problema tecnico: perché non basta imbottigliare una birra normale
In assenza di gravità la CO2 disciolta nella birra non sale verso l’alto formando la classica schiuma in superficie: si distribuisce in bolle sparse ovunque nel liquido, comprese quelle che finiscono direttamente in bocca insieme al liquido, con il risultato — lo dicono chiaramente le fonti del progetto — di ruttini “bagnati” tutt’altro che piacevoli. È un problema che chiunque abbia mai aperto una bibita gassata durante un volo parabolico conosce bene, anche solo per sentito dire: la fisica dei fluidi in microgravità è controintuitiva quasi ovunque.
La squadra ha lavorato su due fronti paralleli, e qui vale la pena separarli perché sono davvero due problemi distinti.
Il primo è la ricetta. Nel 2010 il team ha messo a punto una birra — una stout — con una carbonazione ridotta ma ancora percepibile al palato, un compromesso tra bevibilità e comfort in orbita. Una stout, tra l’altro, è una scelta sensata in questo contesto: meno frizzante di una lager di base, più tollerante a piccole variazioni di gassatura senza risultare piatta.
Il secondo problema è la bottiglia, ed è quello su cui si sono concentrati gli sforzi maggiori dal 2010 in poi. Serviva un contenitore che spingesse il liquido verso l’imboccatura senza affidarsi alla gravità e senza ricorrere a una cannuccia o a una sacca da spremere come quelle degli yogurt per astronauti — soluzione già esistente, ma che secondo i due fondatori non replica l’esperienza di bere davvero una birra.
Come funziona la bottiglia (e cosa hanno testato davvero)
La soluzione trovata è un inserto interno che sfrutta la tensione superficiale per trasportare il liquido dal fondo della bottiglia fino alla bocca, un po’ come un sistema capillare. Uno degli articoli tecnici descrive l’oggetto come simile “a un piccolo serbatoio di carburante per astronavi” — immagine efficace, perché di fatto è un problema di gestione dei fluidi molto simile a quello dei serbatoi dei razzi, dove pure la benzina non “sta giù” da sola.
Per arrivare al design definitivo hanno testato tre materiali diversi: plastica PLA stampata in 3D, acciaio inossidabile di grado medicale e vetro. Alla fine ha vinto la plastica PLA, probabilmente per il miglior compromesso tra peso, resistenza e possibilità di stampare geometrie interne complesse — un dettaglio che chi lavora con la stampa 3D riconosce subito: certe forme a canali stretti sono quasi impossibili da ottenere con lavorazioni tradizionali.
I test non sono stati solo teorici. La bottiglia ha superato un drop test da 23 metri, e il flusso del liquido attraverso l’inserto è stato validato con simulazioni fluidodinamiche prima ancora di arrivare ai voli veri. Il passaggio decisivo, però, è stato quello sui voli parabolici organizzati con Zero Gravity Corporation (ZERO-G): aerei che salgono e scendono a parabola per ricreare, per pochi secondi alla volta, l’assenza di peso — la stessa tecnica che la NASA usa per addestrare gli astronauti, tanto che quegli aerei sono soprannominati informalmente “vomit comet”. A 32.000 piedi di quota, quei pochi secondi sono bastati a confermare che il concetto funzionava.
Un dettaglio che in questi progetti viene spesso sottovalutato da chi legge solo i titoli: il fatto che l’alcol si possa bere in sicurezza in microgravità non era scontato in partenza. Vostok ha comunicato di aver verificato proprio questo — che l’alcol è sicuro da consumare in condizioni di assenza di peso — oltre al fatto che si può produrre una birra bevibile e dal sapore convincente in quel contesto. Non è un dettaglio da poco, considerando quanto siano rigide le norme attuali sull’alcol a bordo delle missioni NASA: gli astronauti in servizio non possono berne, punto. Lo scopo dichiarato della ricerca era proprio capire i limiti di consumo in orbita, in vista di eventuali policy future — pensate più al turismo spaziale commerciale che alle missioni scientifiche.
Il concorso per testare la birra e la campagna di crowdfunding
Nel marzo 2018 Vostok ha lanciato un concorso per selezionare una persona che avrebbe testato la birra proprio durante uno di questi voli parabolici, come parte del team di ricerca e sviluppo. Il premio, dal valore fino a 20.000 dollari a seconda della località di partenza (Australia, Regno Unito o Stati Uniti), comprendeva volo di andata e ritorno verso Cape Canaveral, tre notti di soggiorno e un posto sul volo ZERO-G Weightless Lab.
Un mese dopo, ad aprile 2018, è arrivata la campagna di crowdfunding su Indiegogo, con un obiettivo dichiarato di un milione di dollari destinato a completare la progettazione industriale della bottiglia e finanziare ulteriore ricerca in volo. Le due aziende avevano già messo sul piatto 40.000 dollari a testa come seed funding iniziale, oltre a una parte dei profitti generati dalla vendita della birra 4 Pines nei circa 5.000 punti vendita australiani in cui era distribuita.
Qui però bisogna essere onesti: a pochi giorni dal lancio della campagna, secondo le fonti dell’epoca, era stato raccolto solo il 3% dell’obiettivo con ancora tre settimane a disposizione. Il prezzo previsto per bottiglia era di 90 dollari, la produzione era ipotizzata per il 2019 — e da qui in avanti le informazioni pubbliche si fanno scarse. Non ho trovato conferme affidabili, successive al 2018, sul fatto che il milione sia stato raggiunto, che la produzione sia partita davvero o che una bottiglia di Vostok abbia mai effettivamente lasciato l’atmosfera terrestre. Chi scrive di curiosità scientifiche impara presto una lezione: molti progetti di questo tipo restano bellissimi prototipi da conferenza, e non è detto che sia un fallimento — a volte semplicemente la tecnologia sviluppata viene assorbita altrove, o il progetto resta “in pausa” senza annunci ufficiali di chiusura.
Cosa resta di questo progetto, al di là dell’hype
Indipendentemente da come sia andata a finire la fase commerciale, il valore tecnico del lavoro fatto da 4 Pines e Saber Astronautics resta: hanno affrontato un problema reale di fluidodinamica in microgravità, lo hanno testato con metodi seri (drop test, simulazioni, voli parabolici) e non si sono limitati a un rendering promozionale, cosa che invece capita spesso in progetti “spaziali” pensati più per la stampa che per la fisica. Jaron Mitchell, in una delle interviste dell’epoca, la mette così: “È straordinario ripensare a cosa abbiamo ottenuto dal 2010 a oggi… siamo sul punto di creare un prodotto di comfort che andrà a beneficio dell’umanità intera nello spazio.” Una frase enfatica, tipica del linguaggio da comunicato stampa, ma che riflette comunque un lavoro tecnico concreto durato quasi un decennio.
Vale la pena ricordare che questo genere di ricerca — capire come funzionano liquidi, carbonazione e ingestione in assenza di gravità — ha applicazioni che vanno oltre la birra: dalle bevande gassate in generale al design di contenitori per l’idratazione degli astronauti, fino a questioni di comfort psicologico nelle missioni di lunga durata, un aspetto su cui le agenzie spaziali investono sempre di più mano a mano che si avvicinano missioni pluriennali verso Marte.
Domande frequenti
La birra Vostok è mai stata bevuta davvero nello spazio? Non risultano conferme pubbliche in tal senso. Il progetto ha superato test a terra e voli parabolici in condizioni di microgravità simulata, ma un consumo effettivo in orbita da parte di astronauti in missione non è documentato nelle fonti disponibili.
Perché una birra normale non funzionerebbe in assenza di gravità? Perché la CO2 disciolta non sale in superficie come sulla Terra: si distribuisce in bolle sparse nel liquido, che possono finire in bocca insieme alla birra causando un rutto “bagnato” e poco piacevole. Serve un sistema diverso per gestire il flusso.
Che tipo di birra è Vostok? Una stout con carbonazione ridotta ma ancora percepibile, pensata apposta per restare gradevole al palato anche con meno gas disciolto rispetto a una birra standard.
Gli astronauti possono bere alcolici nello spazio? Nelle missioni NASA attuali no, esiste un divieto rigoroso per il personale in servizio. La ricerca di Vostok puntava a capire i limiti di consumo sicuro in microgravità, pensando più al turismo spaziale commerciale futuro che alle missioni scientifiche istituzionali.
Quanto costava una bottiglia di Vostok? Il prezzo previsto al momento della campagna di crowdfunding del 2018 era di 90 dollari a bottiglia, un costo che rifletteva la componente ingegneristica della bottiglia stessa più che il contenuto.
Per approfondire
Se l’argomento ti incuriosisce, potrebbero interessarti anche articoli correlati sul sito riguardo a: come si mangia e si beve davvero sulla ISS, gli oggetti più strani mai portati nello spazio, e la storia dei voli parabolici usati per l’addestramento astronauti.
Un’ultima cosa che raramente viene raccontata in questi pezzi: progetti come Vostok esistono in una zona grigia tra scienza seria e marketing brillante, e distinguere le due cose richiede di guardare ai test concreti — drop test, simulazioni, voli reali — più che agli annunci. È lì che si vede se dietro c’è ingegneria vera o solo un buon comunicato stampa.
Fonti:
- Space.com – Out-of-This-World Vostok Space Beer Bottle Could Bring Suds to Zero-G
- Beer & Brewer – 4 Pines seeking space beer tester
- Beer & Brewer – One giant leap for space beer project
- techAU – It’s Friday, time for a beer.. in space?
- Wikipedia – 4 Pines Brewing Company
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