C’era un periodo in cui, passeggiando per il centro delle grandi città o tra i corridoi dei centri commerciali, capitava di imbattersi in una scena strana. Persone in fila, composte, in attesa di avvicinarsi a una sfera metallica cromata grande come una palla da bowling. Nessun rituale fantascientifico, nessuna scena tagliata da un film di Spielberg: era semplicemente il tour promozionale di World (all’inizio noto come Worldcoin), il progetto ideato da Sam Altman per distribuire una nuova moneta digitale a chiunque accettasse di farsi scansionare la pupilla.

In cambio di qualche secondo a fissare l’obiettivo della “Orb” — questo il nome del dispositivo —, si riceveva una manciata di token e, soprattutto, un passaporto digitale univoco. L’idea di trasformare la parte più intima della nostra anatomia oculare in una chiave d’accesso per il web ha fatto il giro del mondo in poche settimane, sollevando un’ondata di curiosità ma anche una valanga di perplessità.
come mai, tra tutti i tratti somatici possibili, qualcuno ha deciso di puntare proprio sugli occhi?
La firma anatomica che non cambia mai
Se ci pensiamo, usiamo le impronte digitali da oltre un secolo. Le appoggiamo sui sensori degli smartphone, le lasciamo sui passaporti, le vediamo nei telefilm polizieschi. Eppure le impronte si consumano, possono tagliarsi, usurarsi con i lavori manuali o cambiare leggermente nel tempo. Il volto, d’altro canto, viene modificato dall’invecchiamento, dalla barba, dal trucco, persino da un’espressione particolarmente accentuata.
L’iride no. È una struttura protetta dalla cornea, con una trama di solchi, fessure, cripte e anelli cromatici che si stabilisce nei primissimi mesi di vita e resta praticamente identica fino alla morte. Nemmeno i gemelli omozigoti condividono la stessa trama: l’occhio destro di una persona è completamente diverso dal suo occhio sinistro.
Quando la Orb inquadra il nostro viso, non salva una fotografia a colori del nostro occhio su un server centrale — o almeno, così spiegano gli ingegneri del progetto. Il dispositivo scatta una sequenza di immagini ad alta risoluzione, estrae il disegno unico dell’iride e lo converte istantaneamente in una stringa di codice matematico, il cosiddetto “IrisCode”. Un’impronta numerica pura: se il codice risulta unico nel database, l’utente dimostra di essere un essere umano reale e non un bot, senza dover rivelare nome, cognome o indirizzo email.
La svolta: quando il problema non sono le macchine, ma l’identità
C c’è stato un momento preciso in cui questa tecnologia ha smesso di sembrare un semplice esperimento per nerd ed è diventata una questione urgente. È successo quando le intelligenze artificiali generative hanno iniziato a produrre immagini indistinguibili dalle foto vere, testi impeccabili e voci clonate in pochi secondi.
Fino a ieri, dimostrare di esistere online era facile: bastava risolvere un captcha o cliccare sulle immagini con i semafori. Oggi quei sistemi li risolvono meglio e più velocemente le macchine. La svolta narrativa di World sta tutta qui: non nasce solo per regalare criptovalute, ma per creare una linea di demarcazione netta tra ciò che è generato da un algoritmo e ciò che appartiene a un essere umano in carne ed ossa.
L’iride diventa così il filtro definitivo. Un passaporto biologico invisibile pensabile per distinguere un profilo reale da un esercito di account sintetici creati per manipolare opinioni, commenti o transazioni finanziarie.
Tra fascino distopico e il prezzo della privacy
Naturalmente, regalare il pattern del proprio occhio a una società privata ha fatto rizzare le antenne alle autorità per la protezione dei dati di mezza Europa. In Spagna, Portogallo e in diverse altre giurisdizioni, le attività delle sfere metalliche sono state temporaneamente bloccate o messe sotto indagine per chiarire come vengano gestiti ed eventualmente cancellati i dati biometrici originali.
Il nodo centrale è il confine sottile tra sicurezza e sorveglianza. Se perdiamo una password, possiamo cambiarla in trenta secondi. Se ci rubano una carta di credito, la blocchiamo. Ma se un database contenente la mappa della nostra iride dovesse essere compromesso o decodificato, non possiamo certo cambiare gli occhi.
Il futuro dell’identità digitale viaggia su questo binario parallelo: da un lato l’esigenza impellente di verificare chi c’è dietro uno schermo, dall’altro la ritrosia naturale a cedere l’ultimo pezzo di privacy anatomica che ci rimane.
Resta da capire se tra qualche anno guardare dentro una sfera di metallo sarà un gesto quotidiano come strisciare il badge in ufficio, o se ricorderemo la corsa alla scansione dell’occhio solo come una strana parentesi tecnologica degli anni Venti.
Scarica la nostra app e ricevi notizie, curiosità, misteri, scoperte e tecnologia direttamente sul tuo smartphone.
Scarica per AndroidMi occupo di fornire agli utenti delle news sempre aggiornate, dal gossip al mondo tech, passando per la cronaca e le notizie di salute. I contenuti sono, in alcuni casi, scritti da più autori contemporaneamente vengono pubblicati su Veb.it a firma della redazione.





