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I misteriosi punti rossi di Webb che hanno confuso gli astronomi

VEB Ago 19, 2026

Nelle immagini del telescopio spaziale James Webb sembravano quasi insignificanti: minuscoli punti rossastri persi in campi pieni di galassie. Il problema è iniziato quando gli astronomi hanno provato a capire che cosa fossero davvero.

Erano piccoli, lontanissimi e sorprendentemente luminosi. Troppo luminosi, secondo alcune prime interpretazioni. Tanto da far pensare che nell’Universo giovanissimo esistessero già galassie molto più sviluppate del previsto.

Sono stati chiamati Little Red Dots, letteralmente “piccoli punti rossi”. Un nome quasi innocuo per uno dei rompicapi più curiosi emersi dai primi anni di osservazioni del James Webb Space Telescope.

Sembravano galassie cresciute troppo in fretta

Webb osserva soprattutto nell’infrarosso ed è in grado di raccogliere luce partita miliardi di anni fa. Guardare molto lontano, quindi, significa anche osservare l’Universo quando era molto più giovane.

Ed è proprio lì che hanno iniziato a comparire numerosi Little Red Dots.

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Molti si trovano a distanze tali che li vediamo com’erano durante i primi miliardi di anni dopo il Big Bang. Una ricerca pubblicizzata dalla NASA nel 2025 mostrava che questi oggetti diventano numerosi circa 600 milioni di anni dopo il Big Bang, per poi diminuire rapidamente dopo circa 1,5 miliardi di anni.

La stranezza era nella loro luce.

Se tutta quella luminosità fosse arrivata dalle stelle, alcuni di questi oggetti avrebbero dovuto contenere quantità enormi di materia stellare già in epoche molto antiche. In pratica, certe galassie sembravano aver avuto il tempo di crescere molto più rapidamente di quanto ci si aspettasse.

Da qui nacquero titoli secondo cui Webb avrebbe addirittura “rotto la cosmologia”. La situazione reale era più sottile: non era il Big Bang a essere improvvisamente sbagliato, ma probabilmente qualcosa nella natura di quegli oggetti era stato interpretato nel modo sbagliato.

Il colore rosso nascondeva qualcosa

Un Little Red Dot non è semplicemente una fotografia di un pallino rosso.

Analizzandone lo spettro, gli astronomi hanno trovato caratteristiche piuttosto insolite: emissione ultravioletta relativamente blu insieme a colori molto rossi nell’ottico e nel vicino infrarosso. Inoltre, alcuni presentano righe di emissione allargate, un possibile indizio di gas che si muove a velocità elevate attorno a un oggetto estremamente compatto.

Ed è qui che il mistero ha cambiato direzione.

Forse la luce osservata non proveniva principalmente da miliardi di stelle.

Una parte importante poteva essere generata da buchi neri in fase di rapida crescita, circondati da gas caldo e densissimo.

In quel caso, una sorgente relativamente compatta avrebbe potuto sembrare molto più luminosa senza richiedere una galassia gigantesca già perfettamente formata.

Poi Webb ha trovato un punto rosso particolarmente interessante

Nel 2026 uno degli oggetti studiati più in profondità, chiamato GLIMPSE-17775, ha fornito un indizio difficile da ignorare.

Webb ne ha ottenuto uno spettro estremamente dettagliato nel quale sono state individuate più di 40 righe spettrali. Diversi segnali risultano compatibili con uno scenario particolare: un buco nero che sta accumulando rapidamente materia, nascosto dentro una sorta di involucro di gas caldo e molto denso.

Per descrivere oggetti del genere è stata utilizzata un’espressione suggestiva: “black hole star”, una “stella buco nero”.

Non significa che il buco nero sia diventato una stella. L’idea è che l’ambiente di gas che lo circonda assorba e rielabori parte dell’enorme quantità di energia prodotta vicino al buco nero, creando uno spettro che per anni ha reso questi oggetti difficili da classificare.

Un altro Little Red Dot studiato nel 2026, Abell2744-QSO1, contiene secondo le analisi un buco nero di circa 50 milioni di masse solari. Ancora più strano: in quel sistema il buco nero risulterebbe persino più massiccio del materiale galattico che lo circonda.

Forse abbiamo visto una fase della vita dei buchi neri

La spiegazione sta quindi diventando più convincente, ma il caso non è completamente chiuso.

Non è detto che tutti i Little Red Dots siano oggetti identici. Alcuni potrebbero essere dominati da buchi neri attivi, altri potrebbero avere una componente stellare più importante.

Nel luglio 2026 un altro studio basato sui dati di Webb ha suggerito una possibilità affascinante: i Little Red Dots potrebbero rappresentare una fase temporanea nella crescita dei buchi neri supermassicci, prima che il sistema assuma l’aspetto delle galassie che osserviamo nell’Universo più recente.

Questo spiegherebbe anche perché sembrano comparire frequentemente in una particolare epoca cosmica e poi diventare molto più rari.

I piccoli punti rossi, insomma, potrebbero non essere galassie impossibili.

Potrebbero essere qualcosa di forse ancora più interessante: fotografie scattate nel momento in cui alcuni dei giganteschi buchi neri dell’Universo stavano appena iniziando a costruire il mondo intorno a loro.

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