«Dove ho messo le chiavi?». «Prima devo fare questo, poi posso uscire». Oppure un semplice «dai, concentrati» pronunciato mentre nessuno è nei paraggi.
Capita di parlare da soli quasi senza rendersene conto. Visto dall’esterno può sembrare curioso, ma pronunciare ad alta voce ciò che stiamo pensando non significa necessariamente comportarsi in modo insolito. Può essere semplicemente una forma di self-talk, il dialogo che una persona rivolge a se stessa e che può avvenire mentalmente oppure essere pronunciato ad alta voce.
L’American Psychological Association definisce il self-talk come un dialogo interno nel quale una persona formula parole o frasi rivolte a se stessa. Non è quindi soltanto il classico monologo pronunciato camminando per casa: anche molte delle conversazioni che avvengono silenziosamente nella nostra mente appartengono allo stesso fenomeno.

La parte interessante è capire perché a volte sentiamo il bisogno di trasformare quel dialogo interno in parole vere e proprie.
Parlare ad alta voce può aiutare a mettere ordine nei pensieri
Quando abbiamo molti elementi da tenere a mente, verbalizzare ciò che dobbiamo fare può trasformare un pensiero piuttosto vago in una sequenza più precisa.
È facile riconoscere il meccanismo in situazioni quotidiane:
«Portafoglio, telefono, chiavi.»
Oppure:
«Prima mando questa email, poi chiamo Luca e infine passo al supermercato.»
Non stiamo fornendo informazioni a un’altra persona. Stiamo, in un certo senso, dando istruzioni a noi stessi.
Questa funzione del linguaggio non nasce necessariamente nell’età adulta. Le teorie sul cosiddetto private speech hanno studiato da tempo il modo in cui il linguaggio rivolto a se stessi può essere utilizzato per guidare il comportamento. Una revisione moderna della ricerca sul self-talk descrive infatti legami con diverse funzioni cognitive e con l’autoregolazione.
E non è soltanto una costruzione teorica.
Uno studio del 2023 condotto su 103 giovani adulti ha confrontato le prestazioni in un compito di memoria di lavoro visuospaziale e ha rilevato un miglioramento della prestazione quando i partecipanti utilizzavano il private speech, cioè parlavano ad alta voce con se stessi durante il compito.
Questo non significa che basta raccontarsi ad alta voce qualsiasi cosa per diventare più intelligenti. Suggerisce però che, in alcune circostanze, trasformare il pensiero in linguaggio può aiutare a gestire un compito cognitivo.
Quel «dai, ce la fai» non è soltanto un modo di dire
Esiste poi un altro tipo di conversazione con noi stessi che conoscono bene studenti, sportivi e chiunque abbia affrontato qualcosa di impegnativo.
«Ancora cinque minuti.»
«Calmati.»
«Concentrati.»
«Riprova.»
In questo caso non stiamo organizzando una lista di cose da fare. Stiamo cercando di influenzare il nostro stato mentale o il nostro comportamento.
Una revisione sistematica di 47 studi sul rapporto tra self-talk e prestazione ha trovato effetti favorevoli per forme di dialogo con sé stessi di tipo positivo, motivazionale o istruttivo, pur evidenziando che gli effetti possono variare in base al contesto e che alcune convinzioni diffuse sul self-talk sono troppo semplicistiche.
Anche nello sport il fenomeno è stato studiato ampiamente. Una meta-analisi ha rilevato complessivamente un effetto positivo degli interventi basati sul self-talk sulle prestazioni, con risultati differenti a seconda del tipo di compito e del modo in cui la tecnica viene utilizzata.
Insomma, la frase detta a se stessi prima di un’azione difficile non è necessariamente un rituale senza senso.
Parlare con noi stessi può cambiare anche il modo in cui affrontiamo un’emozione
C’è una forma di self-talk ancora più curiosa: rivolgersi a se stessi quasi come se stessimo parlando con un’altra persona.
Immaginiamo Marco preoccupato prima di una situazione importante.
Potrebbe pensare:
«Sono agitatissimo.»
Oppure:
«Marco, calma. Sai cosa devi fare.»
La differenza sembra minima, ma alcuni esperimenti suggeriscono che utilizzare il proprio nome o parlare di sé in terza persona possa creare una sorta di distanza psicologica dalla situazione.
In uno studio che combinava misurazioni elettrofisiologiche e risonanza magnetica funzionale, il self-talk in terza persona è stato associato a una riduzione di alcuni indicatori di reattività emotiva e di elaborazione autoreferenziale durante l’esposizione a immagini negative e il ricordo di esperienze spiacevoli.
Non significa che chiamarsi per nome sia una tecnica universale per controllare qualunque emozione. Mostra però quanto possa essere sottile il rapporto tra linguaggio, pensiero e regolazione emotiva.
Perché alcune persone parlano da sole più di altre?
Non esiste un’unica ragione.
Una persona può parlare ad alta voce perché sta cercando qualcosa, perché vuole ricordarsi un’azione, perché sta preparando mentalmente una conversazione o semplicemente perché trova più facile ragionare verbalizzando i passaggi.
Anche il contesto conta parecchio. Chi è solo, per esempio, non deve preoccuparsi di come il comportamento venga interpretato dagli altri e potrebbe quindi lasciare uscire ad alta voce un dialogo che in presenza di altre persone resterebbe interno.
C’è poi una distinzione importante: self-talk e pensiero interiore non sono necessariamente la stessa cosa. La relazione tra parlare con se stessi, linguaggio interno e pensiero continua a essere oggetto di discussione e ricerca scientifica.
Non abbiamo quindi un semplice interruttore che trasforma automaticamente ogni pensiero in parole. Il nostro dialogo interno può assumere forme molto diverse.
Parlare da soli significa avere un problema psicologico?
Qui bisogna evitare un equivoco piuttosto diffuso.
Il semplice fatto di parlare da soli non equivale a sentire delle voci e, preso isolatamente, non permette di concludere che una persona abbia un disturbo psicologico.
Nel self-talk la persona sta producendo consapevolmente — o comunque riconosce come propria — la frase o il pensiero.
Un’allucinazione uditiva è un fenomeno differente. Il National Institute of Mental Health descrive le allucinazioni come percezioni di cose che non sono presenti; nel caso delle allucinazioni uditive una persona può, per esempio, sentire voci che vive come qualcosa di realmente percepito. Le allucinazioni possono comparire in diverse condizioni e non sono sinonimo, da sole, di una specifica diagnosi.
È quindi molto diverso dire ad alta voce:
«Devo ricordarmi di comprare il pane»
e percepire una voce che sembra parlare indipendentemente dalla propria volontà.
Quando invece è opportuno prestare attenzione
Non è la presenza di un monologo occasionale a essere il punto principale, ma che cosa sta vivendo la persona e quali conseguenze ha quell’esperienza.
Se qualcuno sente voci o percepisce suoni che gli altri non sentono, soprattutto se l’esperienza è nuova, persistente, causa paura, confusione o interferisce con le normali attività quotidiane, è opportuno parlarne con un medico o un professionista della salute mentale. Le fonti sanitarie raccomandano una valutazione professionale quando sono presenti allucinazioni, perché possono avere cause molto diverse, comprese condizioni mediche, neurologiche, farmacologiche o psicologiche.
Questo è molto diverso dal sorprendersi mentre si dice «ma dove diavolo ho lasciato gli occhiali?» mentre gli occhiali sono, inevitabilmente, sulla testa.
Forse parlare da soli è meno strano di quanto sembri
La cosa curiosa è che quando sentiamo un’altra persona parlare da sola notiamo soprattutto la parte visibile del comportamento: qualcuno sta conversando e non c’è apparentemente nessun interlocutore.
Ma l’interlocutore c’è.
È la stessa persona che sta cercando di ricordare, scegliere, concentrarsi, incoraggiarsi o semplicemente dare una forma più definita a ciò che ha in testa.
E forse è proprio questo l’aspetto più interessante del self-talk: pronunciare una frase può trasformare un pensiero privato in qualcosa che possiamo quasi ascoltare dall’esterno, come se per un momento diventassimo interlocutori di noi stessi.
DOMANDE FREQUENTI
È normale parlare da soli ad alta voce?
Parlare occasionalmente con se stessi può rientrare nel normale self-talk e può servire, per esempio, a organizzare un’attività, ricordare qualcosa o motivarsi. Il comportamento, da solo, non permette di diagnosticare un problema psicologico.
Parlare da soli aiuta davvero a concentrarsi?
Alcuni studi hanno rilevato effetti positivi del self-talk su attenzione, prestazione e compiti cognitivi, anche se l’effetto dipende dal tipo di attività e dal modo in cui viene utilizzato.
Parlare da soli e sentire voci sono la stessa cosa?
No. Nel self-talk è la persona stessa a generare il proprio dialogo. Sentire una voce percepita come qualcosa che non proviene volontariamente dal proprio pensiero può invece rientrare nelle esperienze allucinatorie e merita una valutazione professionale, soprattutto quando provoca disagio o interferisce con la vita quotidiana.
FONTI UTILIZZATE
American Psychological Association – APA Dictionary of Psychology, “Self-talk”
APA Dictionary – Self-talk
Guo X., Dobkins K. – Private speech improves cognitive performance in young adults, Consciousness and Cognition (2023)
PubMed – Private speech improves cognitive performance in young adults
Hatzigeorgiadis A. et al. – Effects of self-talk: a systematic review
PubMed – Effects of self-talk: a systematic review
Hatzigeorgiadis A. et al. – Self-Talk and Sports Performance: A Meta-Analysis
PubMed – Self-Talk and Sports Performance
Kross E. et al. – Third-person self-talk facilitates emotion regulation without engaging cognitive control
PubMed – Third-person self-talk and emotion regulation
National Institute of Mental Health – Understanding Psychosis
NIMH – Understanding Psychosis
National Institute of Mental Health – Schizophrenia
NIMH – Schizophrenia
NHS – Hallucinations and hearing voices
NHS – Hallucinations and hearing voices
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