La giornata era iniziata sotto i migliori auspici: il caffè era venuto perfetto, avete beccato tutti i semafori verdi e il capo vi ha persino rivolto un sorriso. Poi, all’improvviso, lo vedete. È quel conoscente o quel collega di lavoro che, per qualche strano motivo, associate immancabilmente alla sventura. Vi salutate ed ecco che, nell’ordine: vi cade il telefono, vi macchiate la camicia e ricevete una mail di lavoro decisamente fastidiosa.

Ci risiamo, direte voi. È arrivato lo “iettatore”.
Ma è davvero possibile che esistano persone dotate di un’aura sfortunata in grado di influenzare la materia e gli eventi? La risposta vi sorprenderà, perché non ha nulla a che fare con la magia, ma moltissimo con i misteriosi ingranaggi della nostra mente.
Perché succede: il detective segreto nel nostro cervello
La prima spiegazione di questo fenomeno risiede in un meccanismo psicologico tanto potente quanto invisibile: il bias di conferma.
Il nostro cervello è una macchina pigra che adora avere ragione. Quando etichettiamo, anche inconsciamente, qualcuno come “portatore di sfortuna”, il nostro cervello attiva una sorta di radar. Se incontriamo questa persona e non succede assolutamente nulla, la nostra mente cancella l’evento perché non “conferma” la nostra teoria.
Se invece, incontrandola, inciampiamo in un gradino, il cervello lancia un segnale d’allarme: “Visto? Te l’avevo detto!”. In pratica, tendiamo a ricordare solo le coincidenze negative, ignorando tutte le volte in cui quella stessa persona non ha causato alcun cataclisma.
Cosa c’entra il nostro comportamento
C’è un secondo fattore, ancora più affascinante, che gli psicologi chiamano profezia che si autoavvera. Il modo in cui percepiamo gli altri influenza direttamente le nostre azioni, spesso a livello subconscio.
Se siamo convinti che una persona porti sfortuna, quando ci si avvicina entriamo in uno stato di leggera tensione. I nostri muscoli si irrigidiscono, l’attenzione si frammenta e diventiamo improvvisamente più ansiosi.
Provate a tenere in mano una tazza di caffè bollente mentre siete tesi e distratti dal pensiero di non dover fare guai: la probabilità di rovesciarla raddoppia.
Quando il caffè inevitabilmente si versa, la colpa viene data alla presenza dell’altro, quando in realtà siamo stati noi a sabotarci da soli a causa della nostra stessa ansia.
Il dettaglio che pochi notano: l’effetto specchio dello stress
Esiste un dettaglio sottile che quasi tutti trascurano quando si parla di “persone sfortunate”. Molto spesso, coloro a cui attribuiamo questo bizzarro potere sono individui a loro volta ansiosi, insicuri o profondamente pessimisti.
La psicologia sociale ci insegna che le emozioni sono contagiose. Quando interagiamo con qualcuno che emana vibrazioni di stress, insicurezza o disagio, il nostro sistema nervoso si sintonizza sulla stessa frequenza. Questo “contagio emotivo” aumenta il nostro carico cognitivo: siamo meno concentrati, prendiamo decisioni peggiori e siamo più inclini a commettere piccoli errori banali. Non è sfortuna cosmica, è semplicemente sovraccarico di stress indotto dall’ambiente.
Cosa ci dice questa curiosità
Tutta questa dinamica ci rivela qualcosa di straordinario sul funzionamento dell’essere umano: abbiamo un disperato bisogno di trovare un colpevole per il caos della vita quotidiana. Accettare che gli imprevisti accadano in modo del tutto casuale ci fa sentire vulnerabili. Dare la colpa alla “sfortuna” di qualcun altro, invece, ci restituisce un’illusoria sensazione di controllo.
La prossima volta che incrocerete quella persona che considerate il vostro gatto nero personale, provate a fare un respiro profondo, rilassate le spalle e fate un sorriso. Spezzare il circuito della tensione è il miglior amuleto che possiate mai indossare.
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