Provate a fare un piccolo viaggio nella memoria, magari ripensando alla casa dei vostri genitori o dei vostri nonni. Entrate nel salotto buono. Accanto alla TV a tubo catodico o sopra il mobile di mogano lucido, c’era quasi sicuramente un’intera parete occupata da loro: file interminabili di volumi rilegati in finta pelle, con scritte dorate sul dorso che andavano dalla A alla Z.

Parliamo delle grandi enciclopedie cartacee. Se siete nati prima degli anni Duemila, vi ricorderete i venditori porta a porta che entravano in casa come ambasciatori del sapere, convincendo le famiglie a firmare cambiali per mesi pur di accaparrarsi l’ultimo aggiornamento della Treccani o della Britannica. Era un investimento per il futuro dei figli, il passaporto per andare bene a scuola. Oggi? Quei trenta volumi monumentali galleggiano sui siti di annunci dell’usato a prezzi stracciati o, peggio, finiscono dritti nei cassonetti della raccolta differenziata.
Come ha fatto un oggetto che valeva quanto uno stipendio (e oltre) a diventare letteralmente carta straccia?
La legge spietata del “Costo Marginale Zero”
Il motivo principale di questo crollo verticale non è solo una questione di moda, ma di pura economia digitale. Un tempo, stampare, rilegare e distribuire tonnellate di carta stampata richiedeva una logistica monumentale e costi di produzione altissimi. Pagavi l’oggetto fisico, l’autorevolezza degli esperti e il lavoro di centinaia di tipografi.
Con l’avvento di Internet e, successivamente, di colossi collaborativi come Wikipedia, la riproduzione e la diffusione della conoscenza hanno raggiunto quello che gli economisti chiamano costo marginale zero. Creare la prima copia di un articolo digitale ha un costo, ma duplicarla un miliardo di volte per gli utenti di tutto il mondo costa praticamente zero. La scarsità dell’informazione, che prima giustificava un prezzo esorbitante, è svanita in un clic. Il mercato è stato inondato da un bene infinito, e quando un bene diventa infinito, il suo valore monetario crolla.
Questione di status (e di pigrizia)
C’è però un lato psicologico che spesso dimentichiamo. Comprare un’enciclopedia negli anni ’80 o ’90 non serviva solo a fare le ricerche di storia per le scuole medie. Era prima di tutto uno status symbol. Mostrare una libreria colma di volumi eleganti equivaleva a dire agli ospiti: “In questa casa diamo valore alla cultura e possiamo permettercelo”. Era il corrispettivo culturale dell’avere un’auto di lusso parcheggiata in garage.
Oggi il nostro comportamento è cambiato radicalmente. Lo status non si misura più con gli oggetti fisici accumulati in salotto, ma con le esperienze o con l’efficienza dei dispositivi digitali che portiamo in tasca. Inoltre, la nostra soglia dell’attenzione e il bisogno di gratificazione immediata hanno reso obsoleto l’atto stesso di sfogliare un indice analitico. Perché alzarsi dal divano e cercare il volume “M-O” per sapere quando è nato Napoleone, se possiamo chiederlo a voce allo smartphone mentre cuciniamo?
Il dettaglio che pochi notano: l’obsolescenza della verità
C’è un paradosso affascinante e un po’ crudele in tutta questa storia, un dettaglio che rende l’enciclopedia cartacea un oggetto intrinsecamente difettoso per il mondo moderno.
Un’enciclopedia stampata inizia a morire nel momento esatto in cui esce dalla tipografia.
Se la geopolitica cambiava, se una nazione crollava o se veniva scoperta una nuova stella, quel volume da milioni di lire diventava improvvisamente inesatto. Le case editrici provavano a rimediare vendendo gli “Annuari di aggiornamento”, ma era una battaglia persa contro il tempo. Oggi consideriamo la staticità dell’informazione un difetto imperdonabile. Siamo abituati a notizie che si aggiornano al millesimo di secondo; l’idea che la “verità” possa rimanere scolpita e immutabile su carta per vent’anni ci sembra quasi assurda.
Cosa ci dice questa curiosità
La parabola delle enciclopedie ci ricorda che il valore delle cose non risiede mai nell’oggetto in sé, ma nel problema che riesce a risolvere in un determinato momento storico. I nostri genitori non stavano comprando della carta e dell’inchiostro: stavano comprando l’accesso prioritario alla conoscenza.
Oggi quell’accesso è diventato un diritto democratico, gratuito e universale. La prossima volta che vedete una vecchia enciclopedia impolverata in un mercatino delle pulci a cinque euro, non guardatela con commiserazione. Quello che avete davanti è il relitto di un’epoca in cui il sapere era un lusso pesante, bellissimo e da sfogliare con i guanti bianchi.
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