C’è stato un momento, nei primi anni Duemila, in cui aprire la pagina del proprio profilo Facebook (che allora chiamavamo ancora “diario” o, ancor prima, “bacheca”) era un piccolo rito quotidiano. Tra i tanti elementi che catturavano lo sguardo, ce n’era uno in particolare che scatenava dubbi, gelosie e piccole paranoie quotidiane: il box degli amici.

In quel riquadro laterale, quasi per magia, apparivano sempre sei volti. Non cinque, non dieci: sei. E non erano mai casuali. C’era l’ex fidanzato che non sentivi da mesi, il tuo migliore amico, il collega di lavoro con cui avevi scambiato solo due messaggi e magari quel perfetto sconosciuto incontrato a una festa.
Per anni ci siamo chiesti: perché proprio loro? Mi stanno spiando? O sono io che visito troppo spesso il loro profilo? Dietro quella griglia di sei immagini non c’era una coincidenza, ma uno dei primi, rudimentali e affascinanti esperimenti di intelligenza sociale guidati da un algoritmo.
Il mistero della griglia dei sei
Quando Facebook ha introdotto la visualizzazione del diario, ha dovuto risolvere un problema di design e di coinvolgimento emotivo: mostrare l’intera lista di amici (che già allora viaggiava sulle centinaia per utente) era impossibile. Mostrare una selezione puramente casuale era noioso e non creava interazione.
La soluzione fu un’invenzione di design che oggi definiremmo psicologica: una griglia fissa che mostrava un ristretto gruppo di contatti.
L’utente medio, però, non vedeva solo delle icone. Vedeva una gerarchia sociale. Se il proprio partner spariva dai “sei amici” per fare posto a un perfetto sconosciuto, scattava l’allarme. Nacque così una vera e propria mitologia metropolitana. Si diceva che se qualcuno appariva fisso nella tua griglia, significava che quella persona passava ore a visualizzare il tuo profilo (il cosiddetto profiling stalking). Una teoria che Facebook non ha mai confermato del tutto, alimentando il mistero per mantenere alto il tempo di permanenza sulla piattaforma.
Cosa c’era davvero dietro l’algoritmo?
La realtà tecnica era meno romantica ma altrettanto curiosa. Quei sei volti erano il risultato di una formula matematica chiamata internamente “social coefficient” (coefficiente sociale).
L’algoritmo calcolava un punteggio di affinità tra te e ogni singolo amico basandosi su interazioni precise:
- Messaggi privati: Il canale di comunicazione più forte.
- Interazioni pubbliche: Mi piace, commenti e tag reciproci sulle foto.
- Interazioni passive: I click sul profilo dell’altro (ebbene sì, se visitavi ossessivamente un profilo, questo tendeva a scalare la classifica dei tuoi sei amici).
- Frequenza temporale: L’algoritmo pesava di più le interazioni recenti rispetto a quelle passate per mantenere la bacheca “fresca”.
Il dettaglio sorprendente? L’algoritmo non era bidirezionale. Potevi essere nei “sei amici” di qualcuno senza che quel qualcuno fosse nei tuoi. Questo creava un cortocircuito comunicativo unico: una persona poteva sentirsi vicinissima a te semplicemente guardando il proprio diario, mentre tu, sul tuo, vedevi tutt’altra storia.
Perché è stata un’invenzione geniale (e perché è sparita)
Il box dei sei amici ha risolto un problema enorme per il neonato colosso di Menlo Park: l’engagement passivo. Costringeva gli utenti a farsi domande, a cliccare su quei profili per capire perché fossero lì, generando ulteriore traffico e interazioni. Era un’invenzione di “psicologia applicata alle interfacce”.
Tuttavia, con l’evoluzione di Facebook, questa funzione è stata progressivamente ridimensionata e poi eliminata nella sua forma originale. Il motivo? La privacy e la salute mentale degli utenti. Troppe coppie entravano in crisi per colpa di un algoritmo che decideva di mostrare un ex fidanzato tra i “sei eletti”, e troppi utenti si sentivano osservati da un sistema che sembrava conoscere i loro pensieri più intimi e le loro ricerche segrete.
Oggi le piattaforme sono molto più sottili nel mostrarci chi frequentiamo online, nascondendo le loro decisioni all’interno di feed infiniti. Ma la griglia dei sei amici rimane una pietra miliare della storia di internet: il primo momento in cui abbiamo capito che un computer poteva decidere, anche solo per un attimo, chi fossero i nostri migliori amici.
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