Immaginate di avere qualcosa nell’occhio, dolore vero, e di non poter fare la cosa più naturale del mondo: lasciare che una lacrima scenda e porti via l’irritazione. È esattamente quello che è successo a Chris Hadfield durante la sua prima passeggiata spaziale, e non è un aneddoto da manuale di fisica: per una mezz’ora rischiò seriamente di restare cieco.

La risposta diretta è questa: gli astronauti producono lacrime normalmente, il problema non è la ghiandola lacrimale ma la gravità. Senza di essa non c’è nulla che spinga il liquido verso il basso, quindi le lacrime non scorrono sul viso: restano attaccate all’occhio per tensione superficiale, formando una sfera che cresce finché non viene rimossa a mano o non si stacca fluttuando nella cabina.
Cosa succede davvero all’occhio in microgravità
Sulla Terra diamo per scontato un meccanismo che in realtà è puramente meccanico: la lacrima si forma, il peso la fa scivolare verso il basso lungo la guancia, e il ciclo si chiude. Tolta la gravità, quel meccanismo semplicemente non esiste più. Il liquido resta dov’è prodotto e si comporta come qualunque fluido in assenza di peso: si aggrega su se stesso.
Chris Hadfield lo ha mostrato in un video ormai diventato un classico della divulgazione spaziale, girato durante la sua missione sulla ISS nel 2012-2013. Non riusciva a piangere a comando, così ha versato un po’ d’acqua da bere nell’occhio per simulare l’effetto: “I tuoi occhi piangeranno di sicuro nello spazio. Ma la grande differenza è che le lacrime non cadono, quindi prendi un fazzoletto” (Space.com). Nel video si vede la goccia crescere fino a formare, come dice lui stesso, “una palla d’acqua sempre più grande” sull’occhio.
Un dettaglio che nei video didattici viene spesso semplificato: la sfera non resta ferma. Se non viene tamponata, tende a scivolare lungo il ponte del naso e a raggiungere anche l’altro occhio. È lì che la faccenda smette di essere una curiosità simpatica e diventa, in certe circostanze, un problema operativo.
L’incidente che ha reso questa storia qualcosa di più di una curiosità
Nel 2001, durante la missione STS-100, Hadfield uscì per la sua prima attività extraveicolare. All’interno del casco, la soluzione anti-appannamento applicata sulla visiera — una sostanza simile a un sapone — gli finì in un occhio, causando un bruciore fortissimo e la chiusura riflessa della palpebra. Non poteva strofinarsi l’occhio: aveva il casco chiuso, e in tuta spaziale non c’è modo di portarsi una mano al viso.
Qui la fisica smette di essere astratta: senza gravità a drenare il liquido contaminato, la sostanza si è accumulata in una sfera sempre più grande fino a passare anche nell’altro occhio, lasciandolo temporaneamente cieco nel vuoto, fuori dalla stazione (NPR; Wikipedia, STS-100). Hadfield contattò il controllo missione a Houston, e su loro indicazione aprì una valvola di sfiato per far entrare ossigeno puro nella tuta e diluire la sostanza. Continuò a lacrimare e a sbattere le palpebre finché non produsse abbastanza lacrime da attenuare l’irritazione. Dopo circa trenta minuti la vista tornò gradualmente.
Racconto spesso questo episodio quando parlo di curiosità spaziali perché rovescia l’aspettativa tipica: la gente pensa che “non piangere” nello spazio sia un limite, quasi un difetto del corpo umano fuori dal suo ambiente. In realtà è il contrario — è stata proprio la capacità di continuare a produrre lacrime, nonostante non defluissero, a salvare la situazione. Il corpo ha funzionato esattamente come doveva; è l’ambiente a non essere fatto per lui.
E le lacrime “vere”, quelle emotive?
Qui bisogna essere onesti su cosa sappiamo e cosa no. Che gli astronauti provino emozioni forti — nostalgia, stress, momenti di commozione osservando la Terra dall’alto — è documentato nella letteratura sull’isolamento e la salute mentale in missioni di lunga durata (Translational Psychiatry). Quello che invece non cambia in base al tipo di lacrima — di commozione, riflessa per un fastidio, o versata apposta come nel video di Hadfield — è la fisica: in tutti i casi il liquido non defluisce, si accumula. Non esistono, che io sappia, resoconti dettagliati e pubblici di un pianto emotivo vero e proprio durante una missione, il che è comprensibile: è un momento privato, non qualcosa che finisce facilmente in un’intervista o in un rapporto tecnico. Su questo specifico punto le fonti restano scarse, ed è più corretto ammetterlo che riempire il vuoto con supposizioni.
Perché in pratica non è solo un vezzo da video didattico
Nella pratica, il problema delle lacrime che non cadono si somma a un’altra caratteristica della microgravità: qualunque liquido rilasciato in cabina, se non viene subito recuperato, tende a staccarsi e a fluttuare libero. Hadfield stesso, nel suo video, tamponava l’acqua con un asciugamano proprio per evitare che le gocce si staccassero e finissero a vagare per il modulo — un dettaglio pratico che nei riassunti brevi della storia viene quasi sempre tagliato, ma che dice molto di come si vive davvero a bordo: ogni liquido è un piccolo problema di gestione, non un fastidio estetico.
Durante un’attività extraveicolare la faccenda è più seria, per un motivo semplice: dentro il casco non si può accedere al viso in nessun modo. Se l’occhio si irrita — per sudore, per una sostanza chimica come nel caso di Hadfield, o anche solo per un pizzico di polvere residua — l’unica soluzione è affidarsi alle stesse lacrime, aspettando che diluiscano il problema, oppure intervenire sulla pressione e la ventilazione della tuta seguendo il supporto da terra. Non è un caso isolato reso leggendario dal racconto: è il motivo per cui oggi le procedure di preparazione delle tute includono un controllo più attento sui prodotti applicati vicino al viso.
Domande frequenti
È vero che gli astronauti non possono piangere nello spazio? No, non del tutto: le ghiandole lacrimali funzionano normalmente e producono lacrime. Quello che cambia è che, senza gravità, le lacrime non scorrono sul viso ma restano incollate all’occhio, formando una goccia che cresce.
Perché le lacrime non cadono in assenza di gravità? Perché il movimento verso il basso di un liquido, sulla Terra, è causato dal suo stesso peso. In orbita quel peso non c’è, quindi la tensione superficiale — la forza che tiene insieme le molecole d’acqua — prevale e la lacrima si raggruppa in una sfera invece di scorrere.
È mai successo qualcosa di pericoloso per questo motivo? Sì. Nel 2001 l’astronauta Chris Hadfield rischiò di restare temporaneamente cieco durante una passeggiata spaziale, quando una sostanza anti-appannamento gli finì in un occhio e, senza gravità a drenarla, passò anche nell’altro.
Gli astronauti si commuovono davvero nello spazio? Sì, sono esseri umani sottoposti a stress e isolamento reali, e le fonti scientifiche documentano l’aspetto emotivo delle missioni lunghe. Quello che manca sono resoconti pubblici dettagliati di un pianto emotivo vero, perché resta un momento privato.
Come gestiscono le lacrime, in pratica, quando si formano? Le tamponano subito con un fazzoletto o un asciugamano, proprio come si vede nel video di Chris Hadfield, per evitare che la goccia si stacchi e finisca a fluttuare nella cabina invece di restare sul viso.
Chi vuole approfondire la fisica dei fluidi in orbita o la parte medica delle lunghe permanenze può verificare i dettagli tecnici direttamente sulle fonti NASA o ESA collegate qui sopra: i resoconti ufficiali delle missioni sono comunque il riferimento più affidabile quando si tratta di date, procedure o cifre precise.
La parte che colpisce di più, alla fine, non è la fisica in sé — è quanto sia sottile il confine tra una curiosità da raccontare ai bambini e un problema operativo reale a 400 chilometri da terra, con nessuno che possa aiutarti a strofinarti un occhio.
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