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Decollo o atterraggio: qual è davvero il momento più pericoloso di un volo?

Angela Gemito Giu 16, 2026

Se stringete i braccioli della poltrona non appena l’aereo accelera sulla pista di decollo, sappiate che state temendo la fase sbagliata. Statistiche alla mano, l’atterraggio è la fase statisticamente più critica di un volo, registrando circa il doppio degli incidenti rispetto al decollo. La convinzione che il distacco da terra sia il momento più rischioso è un falso mito emotivo: una volta in aria, l’aerodinamica rema a favore dei piloti, mentre toccare terra richiede una precisione millimetrica dove i margini di errore si azzerano.

In sintesi

  • La statistica non mente: Circa il 40-50% degli incidenti fatali avviene durante l’approccio finale e l’atterraggio, contro una percentuale molto minore durante il decollo.
  • La regola degli 11 minuti: I primi 3 minuti del volo (decollo) e gli ultimi 8 (atterraggio) concentrano l’80% di tutti gli incidenti dell’aviazione commerciale.
  • Gestione dell’energia: In decollo l’aereo ha motori al massimo ed energia da spendere; in atterraggio è lento, pesante e deve dissipare energia cinetica in pochi secondi.
  • Il fattore meteo: Il vento trasversale e la scarsa visibilità colpiscono duramente quando l’aereo deve centrarsi su una striscia di asfalto stretta.

La risposta breve: i numeri contro la percezione psicologica

Esiste una discrepanza totale tra ciò che la nostra mente percepisce come “pericoloso” e ciò che dicono i registri della Federal Aviation Administration (FAA) e della Boeing. Quando l’aereo accelera per il decollo, i motori ruggiscono alla massima potenza e la forza di gravità ci schiaccia contro il sedile: una scarica di adrenalina che fa sembrare il decollo il momento più critico.

Tuttavia, i dati globali sull’aviazione commerciale dimostrano il contrario. L’atterraggio e l’approccio finale sono significativamente più rischiosi del decollo. Secondo i report storici sui flussi di incidenti, quasi la metà degli eventi fatali si concentra negli ultimi minuti di volo, mentre la fase di decollo e salita iniziale raccoglie meno della metà di quella percentuale.

Perché succede: la fisica e la gestione dell’energia in volo

Per capire perché toccare terra sia così complesso, bisogna analizzare lo stato del velivolo in queste due fasi speculari. Il decollo e l’atterraggio fanno parte dei cosiddetti “Critical Eleven Minutes” (gli undici minuti critici), ma le dinamiche fisiche in gioco sono opposte.

La riserva di energia nel decollo

Durante il decollo, l’aereo si trova in una condizione di accelerazione energetica. I motori spingono al 100% della loro capacità e la velocità è in costante aumento. Se un motore si guasta subito dopo il distacco, i moderni jet di linea sono progettati per continuare la salita in sicurezza anche con un solo motore funzionante. I piloti hanno davanti a sé l’intero cielo: spazio e quota significano tempo per pensare e reagire.

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La vulnerabilità dell’atterraggio

In atterraggio, la situazione si inverte drasticamente:

  • Velocità ridotta: L’aereo vola appena al di sopra della velocità di stallo per poter frenare in pista. Significa che i margini di manovra aerodinamica sono ridotti al minimo.
  • Assenza di quota: L’apparecchio si trova a pochi metri dal suolo. Se si verifica un imprevisto improvviso (una forte turbolenza o una raffica di vento), i piloti non hanno lo spazio fisico per rimediare all’errore prima dell’impatto.
  • Peso e frenata: L’aereo deve passare da oltre 250 km/h a zero su una pista di lunghezza limitata, coordinando freni meccanici, inversori di spinta e spoiler aerodinamici.

Il dettaglio curioso: la trappola della stanchezza dei piloti

C’è un fattore umano invisibile che gioca un ruolo chiave in questa dinamica, ed è legato ai ritmi circadiani e alla gestione dello stress dell’equipaggio.

Quando un aereo decolla, i piloti sono freschi, hanno appena terminato i controlli pre-volo in cabina e l’attenzione è al massimo livello di attivazione. L’atterraggio, invece, arriva alla fine di un percorso che può essere durato dodici ore. Anche sui voli a corto raggio, l’avvicinamento rappresenta la conclusione di una giornata di lavoro fatta di burocrazia, calcoli e navigazione. La stanchezza cognitiva accumulata rende i riflessi e la reattività dei piloti statisticamente più vulnerabili proprio nel momento in cui la precisione richiesta è massima.

Cosa spesso viene frainteso: il mito del vuoto d’aria e dei motori spenti

Molti passeggeri temono il decollo perché temono che un’improvvisa piantata motori possa far “cadere l’aereo come un sasso”. Questo è un fraintendimento della fisica del volo. Gli aerei non galleggiano sull’aria come palloncini, ma si muovono grazie alla portanza generata dalle ali.

Un altro malinteso riguarda il meteo. Si pensa che il vento sia pericoloso in quota, ma in realtà le perturbazioni ad alta quota causano solo fastidiose turbolenze. Il vero pericolo meteorologico è il wind shear (la variazione improvvisa di intensità e direzione del vento) quando si manifesta a bassa quota, cioè durante l’atterraggio, poiché può sottrarre improvvisamente portanza all’ala quando l’aereo non ha quota per recuperarla.

Il contesto operativo: come i piloti gestiscono il rischio

Per ridurre i rischi legati all’atterraggio, l’aviazione moderna ha introdotto protocolli rigidissimi. Il più importante è il concetto di “Approccio Stabilizzato”.

  • Punto di non ritorno: Entro una determinata quota (solitamente 1000 piedi dal suolo in condizioni strumentali), l’aereo deve essere perfettamente allineato alla pista, alla velocità corretta e con la configurazione di flap e carrello definitiva.
  • Go-Around obbligatorio: Se anche uno solo di questi parametri non rispetta i limiti, i piloti hanno l’obbligo tassativo di abortire l’atterraggio, riattaccare i motori e ridecollare per tentare un nuovo approccio. Questa manovra, che spesso spaventa i passeggeri, è in realtà la massima dimostrazione di sicurezza attiva.

FAQ – Domande Frequenti

Qual è il momento esatto in cui si rischia di più?

Il momento statistico più critico in assoluto è l’avvicinamento finale (l’ultimo minuto prima di toccare la pista), seguito dal decollo iniziale. La fase di crociera ad alta quota è la più sicura in assoluto.

Se un motore si spegne in decollo l’aereo precipita?

No. Tutti gli aerei commerciali bimotore o quadrimotore sono certificati per poter decollare, salire di quota e tornare all’aeroporto in totale sicurezza anche in caso di avaria totale di un motore durante la rincorsa o il distacco.

Perché le luci in cabina vengono spente durante decollo e atterraggio?

Vengono soffuse per permettere agli occhi dei passeggeri di abituarsi all’oscurità esterna. In caso di evacuazione d’emergenza notturna, la vista sarà già adattata al buio, consentendo di individuare rapidamente le uscite.

È più sicuro l’atterraggio automatico o quello manuale?

L’autoland (atterraggio automatico) viene usato principalmente in caso di nebbia fittissima, ma i piloti preferiscono e mantengono l’atterraggio manuale nella maggior parte dei voli per mantenere alta la reattività e gestire meglio il vento trasversale variabile.

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Tags: aereo atterraggio decollo

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