Apri il libro, leggi la stessa riga tre volte senza che ti resti in testa, e in capo a dieci minuti sei già con il telefono in mano a controllare una notifica che poteva aspettare. Se ti riconosci in questa scena, il problema quasi certamente non è la tua forza di volontà.
Per concentrarsi meglio nello studio servono, nell’ordine: eliminare le fonti di interruzione (telefono in un’altra stanza, una sola scheda aperta), lavorare a blocchi di tempo definiti con pause reali, dormire a sufficienza e affrontare un solo compito alla volta. Il cervello non processa due attività complesse insieme: le alterna, e ogni cambio ha un costo in tempo e lucidità.

Perché non riesci a concentrarti anche quando lo vuoi davvero
Il primo equivoco da sfatare è quello del multitasking. Rispondere a un messaggio mentre si legge un capitolo non è “fare due cose insieme”: è smettere di fare la prima per fare la seconda, e poi tornare indietro con un aggancio da ricostruire da zero. La ricercatrice Gloria Mark, dell’Università della California a Irvine, ha misurato per anni quanto tempo serve per tornare al livello di concentrazione precedente dopo un’interruzione: la sua stima, ormai citata ovunque, è di circa 23 minuti tra i più ripresi in ambito italiano da BusinessOnline. Non 23 minuti per rileggere la notifica, per tornare esattamente dov’eri con la testa.
Nella pratica, chi studia con il telefono acceso sul tavolo — anche a schermo spento, anche in silenzioso — tende a controllarlo con una frequenza che sottovaluta sempre, quando gliela si fa notare. Non è un giudizio morale: è che il cervello tiene comunque una parte di attenzione “di guardia” su quella fonte di stimoli, anche senza notifiche visibili. È un effetto ben documentato quando si parla di costo cognitivo delle distrazioni digitali durante lo studio.
Il metodo Pomodoro funziona? Dipende da cosa stai studiando
La tecnica del Pomodoro — 25 minuti di lavoro, 5 di pausa, con una pausa più lunga ogni quattro cicli — resta il consiglio più citato in assoluto, e non a caso: dà una struttura a chi non ce l’ha, trasforma “devo studiare tre ore” (frase che paralizza) in “devo resistere 25 minuti” (frase gestibile). La versione originale e le sue varianti sono spiegate bene in questo approfondimento.
Detto questo, 25 minuti sono arbitrari: per chi studia materie che richiedono di entrare in un ragionamento lungo — dimostrazioni matematiche, analisi di un testo complesso, programmazione — spesso il timer suona proprio mentre si stava finalmente entrando nel flusso, e interrompere fa più danno che bene. In quei casi funziona meglio allungare i blocchi a 45-50 minuti con pause da 10, o lavorare “a task” invece che a tempo: finisco questo paragrafo, poi mi fermo. Un dettaglio che molti sottovalutano è che il Pomodoro nasce per il lavoro d’ufficio frammentato, non per lo studio profondo — va adattato, non seguito alla lettera come fosse un dogma.
L’ambiente conta più di quanto si pensi
Qui le variabili sono tante e non tutte hanno lo stesso peso per tutti — su rumore di fondo e musica durante lo studio, per esempio, le opinioni tra studenti e anche tra fonti divergono parecchio, e la risposta onesta è “dipende dal tipo di compito e dalla persona”: la musica con testo in italiano disturba quasi sempre chi deve leggere o scrivere in italiano, mentre per compiti più meccanici (ricopiare appunti, fare esercizi ripetitivi) alcuni la trovano utile.
Quello che invece funziona in modo abbastanza costante:
- avere un posto dedicato allo studio, sempre lo stesso, così il cervello associa quello spazio a quell’attività e non a Netflix o ai social;
- tenere sul tavolo solo il materiale che serve per il compito in corso — non l’intero zaino svuotato;
- il telefono fuori dalla stanza, non semplicemente girato o in modalità silenziosa: la ricerca su questo è piuttosto netta, la sola presenza visibile del dispositivo riduce le prestazioni cognitive anche se non viene toccato.
Il sonno è la parte che quasi tutti saltano per primi
Quando gli esami si avvicinano, la prima cosa che salta è il sonno — e statisticamente è anche la scelta più controproducente. La fase di consolidamento della memoria, quella che trasforma quello che hai letto in qualcosa che ricordi davvero il giorno dopo, avviene in gran parte durante il sonno, non durante lo studio stesso. Le linee guida più diffuse indicano un range di 7-9 ore per gli adulti giovani e leggermente di più per gli adolescenti; su questo aspetto specifico applicato allo studio si trova una sintesi utile qui.
Qui vale la pena essere onesti: non tutte le fonti concordano su quante ore esattamente servano caso per caso, e ci sono differenze individuali reali. Quello su cui c’è più consenso è che studiare fino a tardi la notte prima di una verifica, tagliando il sonno, tende a essere una cattiva strategia — non perché “fa male” in astratto, ma perché quello che si è studiato nelle ultime ore prima di dormire ha meno tempo per consolidarsi.
Errori che allungano lo studio senza migliorare il risultato
Alcuni si vedono più spesso di altri. Rileggere un capitolo più volte dà la sensazione di aver imparato, ma è un’illusione: si riconosce il testo, non lo si è davvero immagazzinato, e alla prima domanda diversa dalla frase del libro il vuoto è totale. Sottolineare tutto — pagine intere gialle o rosa — produce lo stesso effetto: se è tutto importante, niente lo è, e in fase di ripasso non aiuta a orientarsi.
Studiare per blocchi di ore senza pause reali è un altro classico: dopo un certo punto (che varia da persona a persona, ma spesso prima di quanto si creda) la resa cala e si continua per inerzia, accumulando ore sul calendario senza accumulare davvero conoscenza. Meglio poco e concentrato che tanto e distratto — è un’osservazione che chiunque abbia seguito da vicino studenti in preparazione a un esame ha visto ripetersi.
Quando il problema è più profondo di un metodo di studio
Se la difficoltà a concentrarsi non riguarda solo lo studio ma si estende a quasi ogni attività, se è presente da sempre e non da un periodo particolare, o se si accompagna ad ansia marcata, agitazione fisica o un calo dell’umore, la causa potrebbe non essere semplicemente organizzativa. In questi casi tecniche come il Pomodoro o il cambio di ambiente aiutano fino a un certo punto, ma non risolvono alla radice. Qui il consiglio onesto è di parlarne con un medico o uno psicologo, che possa valutare la situazione nel merito — non è un problema che un articolo, per quanto approfondito, può diagnosticare a distanza.
Domande frequenti
Quanto deve durare una sessione di studio ideale? Non esiste un numero valido per tutti. Per la maggior parte delle persone un blocco tra 25 e 50 minuti, seguito da una pausa reale di 5-10, funziona meglio di sessioni fiume di due o tre ore senza interruzioni.
Studiare con la musica aiuta o distrae? Dipende dal compito e dalla persona. Per attività che richiedono lettura o scrittura in una lingua, la musica con testo in quella lingua tende a disturbare; per compiti più meccanici, alcuni la trovano utile a mantenere il ritmo.
Il telefono in modalità silenziosa basta per non distrarsi? Non del tutto. La sola presenza visibile del telefono, anche spento o silenzioso, occupa una parte dell’attenzione. Metterlo in un’altra stanza funziona meglio che tenerlo a portata di mano capovolto.
Perché rileggere gli appunti non basta per ricordarli? Perché genera familiarità con il testo, non vera memorizzazione. Riconoscere una frase non equivale a saperla richiamare senza guardarla: per questo tecniche come autotestarsi o riassumere a memoria funzionano meglio della semplice rilettura.
Saltare il sonno prima di un esame per studiare di più conviene? Quasi mai. Il sonno è la fase in cui la memoria consolida quello che si è studiato: tagliarlo per guadagnare ore di studio spesso significa ricordare peggio proprio il materiale visto per ultimo, quello con meno tempo per consolidarsi.
Non esiste un metodo che funzioni identico per tutti, e chi promette la formula definitiva di solito sta vendendo qualcosa. Quello che cambia davvero le cose, nella maggior parte dei casi, è togliere ostacoli concreti — telefono, ambiente, sonno — prima ancora di cercare la tecnica perfetta.
Fonti usate nell’articolo:
- Il cervello impiega 23 minuti per tornare concentrato dopo ogni interruzione – BusinessOnline
- Studiare e usare il telefono: il costo cognitivo delle distrazioni – Studenti.it
- Tecnica del pomodoro: come funziona e perché è utile per lo studio – Unicusano
- Sonno e studio, quante ore dormire per ricordare – Studenti.it
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