In Sudamerica c’è un confine invisibile ma chiarissimo: quello tra chi serve un semplice infuso e chi sa compiere il rito. Se sei mai stato a Buenos Aires o a Montevideo, lo avrai notato subito. C’è sempre qualcuno con un thermos incastrato sotto l’ascella, una tazza bizzarra tra le mani e una Cannuccia di metallo che spunta dall’erba tritata. Non stanno solo bevendo. Stanno gestendo un equilibrio precario di temperature, inclinazioni e pazienza.

La yerba mate è la bevanda simbolo di un intero continente, nata dalle tradizioni del popolo Guaraní e diventata oggi un’ossessione globale (complici i calciatori che la portano persino sui bus delle squadre). Eppure, al di fuori dell’America Latina, la maggior parte delle persone commette un errore fatale al primo tentativo: tratta il mate come un comune tè di montagna.
Risultato? Una bevanda amara in modo insopportabile, una cannuccia intasata al primo sorso e l’impressione che sia tutta un’esagerazione marketing. Prepararlo nel modo corretto, invece, è quasi un piccolo esperimento scientifico e manuale.
La geometria segreta dentro la zucca
Dimentica le bustine da immersione. Il vero mate richiede tre elementi fondamentali: la yerba (le foglie essiccate e sminuzzate della pianta Ilex paraguariensis), il recipiente (chiamato tradizionalmente mate o guampa, spesso ricavato da una zucca essiccata o in legno) e la bombilla, la cannuccia metallica con un filtro a goccia sul fondo.
Tutto comincia riempiendo il recipiente per circa tre quarti con la yerba. Qui entra in gioco il primo gesto fondamentale, quello che divide i debuttanti dagli esperti.
Bisogna coprire l’apertura del recipiente con il palmo della mano, capovolgerlo e scuoterlo con decisione per qualche secondo. Quando togli la mano, la vedrai coperta da una sottile polvere verde. Non è uno scarto: è la parte più sottile della pianta, che se lasciata sul fondo andrebbe a intasare i fori della bombilla al primo sorso.
Dopo lo scossone, inclina il recipiente a circa 45 gradi. La yerba deve depositarsi su un lato, creando una sorta di “scivolo” o “montagnola”. Da una parte avrai una parete alta di foglie, dall’altra uno spazio vuoto. È in quella cavità che accadrà la magia.
La svolta: perché l’acqua bollente distrugge tutto
A questo punto, la tentazione classica è quella di versare acqua bollente sul fondo. È il modo migliore per rovinare la preparazione. L’acqua a 100 gradi brucia istantaneamente le foglie, rilasciando una quantità enorme di tannini in un solo colpo e rendendo l’infuso imbevibile, oltre a distruggere gran parte delle proprietà antiossidanti.
Prima di tutto va versata un filo d’acqua tiepida (o a temperatura ambiente) proprio nella cavità vuota. Bisogna lasciarla riposare per un paio di minuti: le foglie secche assorbiranno il liquido, gonfiandosi leggermente e compattandosi.
Solamente ora entra in scena la bombilla. Si inserisce nella cavità bagnata, spingendola fino al fondo e appoggiandola alla parete della montagnola secca. Un dettaglio vitale: una volta posizionata, la bombilla non si deve mai più muovere o girare. Muoverla significa rompere il filtro naturale creato dalle foglie gonfie e ritrovarsi la bocca piena di polvere verde.
Nel frattempo, l’acqua nel thermos deve raggiungere una temperatura precisa: tra i 70°C e gli 80°C. Non di più.
L’arte del “Cebar” e il principio dell’infusione infinita
Servire il mate ha un verbo dedicato in spagnolo: cebar. Non vuol dire semplicemente “versare”, ma nutrire, tenere vivo l’infuso.
L’acqua calda va versata lentamente solo nella cavità dove c’è la bombilla, mantenendo la montagnola di yerba dall’altro lato perfettamente asciutta. In questo modo, a ogni sorso, solo una piccola parte delle foglie entra in contatto con il liquido caldo. La montagnola secca farà da “riserva” di sapore per le infusioni successive.
Un buon mate non si beve in un unico momento. Con la stessa yerba si possono versare decine di thermos d’acqua. Man mano che la cavità perde sapore (diventando quello che in gergo si chiama mate lavado, cioè “lavato”), si inizia a bagnare gradualmente un pezzetto della montagnola secca, liberando nuova aroma e caffeina per ore.
Ha un gusto vegetale, intenso, leggermente amaro e decisamente terroso. Non è un sapore che cerca di compiacerti al primo sorso, ma un’abitudine che si conquista gesto dopo gesto.
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