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Collasso nel 2050: la scienza lo prevede

Angela Gemito Ago 26, 2025

L’idea che la nostra civiltà possa finire affascina e inquieta. Non si tratta di antiche profezie, ma di analisi scientifiche. Luke Kemp, un ricercatore del Centro per lo Studio del Rischio Esistenziale dell’Università di Cambridge, ha individuato uno schema preoccupante nel destino delle grandi civiltà, suggerendo che il 2050 potrebbe essere un anno critico.

La nostra civiltà finirà nel 2050

Il meccanismo ricorrente dell’autodistruzione

Analizzando il declino di imperi e regni del passato, Kemp ha notato un processo che si ripete, una sorta di “autodistruzione“. Il fenomeno inizia quando una ristretta élite al comando accumula una quantità sproporzionata di risorse, a discapito della popolazione e dell’ambiente.

Questo sfruttamento intensivo genera un’enorme disuguaglianza sociale. La maggior parte delle persone si impoverisce, la salute pubblica peggiora e la coesione sociale si sgretola.

Corruzione e conflitti interni diventano la norma, mentre la capacità di prendere decisioni sagge per il bene comune svanisce, lasciando il posto a un’oligarchia sempre più isolata dalla realtà. La società, di fatto, diventa un guscio vuoto, estremamente vulnerabile. A quel punto, basta un solo, forte shock esterno per far crollare tutto.

La scintilla che potrebbe innescare la fine

Cosa potrebbe essere questo colpo di grazia? Una guerra, una pandemia, o una crisi climatica severa. Ma Kemp punta i riflettori su un pericolo spesso sottovalutato: una tempesta solare estrema. Nel 1859, un fenomeno noto come “Evento di Carrington” colpì il pianeta con potenti brillamenti elettromagnetici. All’epoca, l’unica tecnologia diffusa era il telegrafo, che andò in tilt.

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Se un evento simile accadesse oggi, le conseguenze sarebbero catastrofiche. La nostra intera esistenza si basa sull’elettricità e sull’elettronica. Una tempesta solare di quella magnitudo potrebbe bruciare i trasformatori delle reti elettriche, distruggere i satelliti e mettere fuori uso ogni sistema di comunicazione. Il risultato sarebbe un blackout globale: niente internet, banche, catena del freddo per cibo e medicine, trasporti. Le stime indicano che la probabilità di un evento del genere aumenta di circa il 20% ogni decennio, raggiungendo il 50% di possibilità entro il 2050.

Un altro segnale preoccupante, secondo Kemp, è la quasi totale assenza di dibattito pubblico su queste minacce. Si pensi al fatto che il potere di lanciare un attacco nucleare capace di devastare il mondo è nelle mani di una sola persona, eppure questo tema cruciale non influenza minimamente le scelte degli elettori.

Mentre la maggioranza ignora i pericoli, una piccola parte dei super-ricchi si sta già attrezzando. Esiste un fiorente mercato di bunker di lusso, fortezze sotterranee con piscine, giardini idroponici e sicurezza privata. Uno scenario che non solo prevede il collasso, ma pianifica di sopravviverci mantenendo intatte le disuguaglianze.

La vera domanda non è se affronteremo una crisi, ma se la nostra società avrà la forza e la coesione per resistere. Approfondire la consapevolezza di questi rischi è il primo passo per poter agire.

Per saperne di più, è possibile consultare le ricerche del Centre for the Study of Existential Risk (CSER) dell’Università di Cambridge e i rapporti sui rischi globali del World Economic Forum.

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