Compri sempre la stessa marca, magari quella “delicata sulla pelle” con il fiocco sulla confezione, e non ti sei mai chiesto cosa ci sia davvero dentro quel rotolo. Nel 2023 un gruppo di ricercatori dell’Università della Florida ha analizzato 21 marche di carta igienica vendute in Nord America, Europa occidentale, Africa e Sud America: in tutte hanno trovato tracce di PFAS, i cosiddetti “inquinanti eterni”. Non è l’unico problema chimico legato a questo prodotto, ma è quello con i dati più solidi alle spalle.

Il caso PFAS: cosa ha trovato davvero lo studio
Partiamo dai fatti, perché su questo argomento circolano titoli molto più allarmisti della ricerca originale. Lo studio, pubblicato su Environmental Science & Technology Letters, ha cercato 34 diversi composti PFAS in campioni di carta igienica e in acque reflue provenienti da otto impianti di depurazione in Florida. Il composto più diffuso era il 6:2 diPAP, un fluorotelomero che nell’ambiente si degrada in sostanze molto più persistenti e associate, in letteratura, a disfunzioni testicolari [FONTE: Environmental Science & Technology Letters, ACS Publications, DOI 10.1021/acs.estlett.3c00094].
Un dettaglio che nei titoli sparisce quasi sempre: i ricercatori non hanno detto che la carta igienica è la fonte principale di PFAS nel nostro corpo. Hanno stimato che possa essere una fonte rilevante di PFAS nelle acque reflue, cosa diversa dall’esposizione diretta per contatto o ingestione. È una distinzione che chi scrive di salute dovrebbe fare sempre, e che invece viene sistematicamente persa nel passaparola.
Da dove arrivano i PFAS: non è (solo) colpa del riciclo
Il sospetto più diffuso tra chi legge queste notizie è “allora meglio evitare la carta riciclata”. Ed è proprio qui che la ricerca sorprende: la presenza di fibra riciclata non ha fatto la differenza. I livelli di diPAP erano simili sia nei rotoli di pura cellulosa vergine sia in quelli riciclati.
La spiegazione più probabile riguarda il processo produttivo, non la materia prima: i PFAS vengono usati in alcune cartiere come agenti antiaderenti, per evitare che la polpa di cellulosa si attacchi ai macchinari durante la lavorazione. Se è così, il problema non è “carta buona contro carta cattiva”, ma un intero settore industriale che per decenni ha usato questi composti senza pensare a dove sarebbero finiti. Nella pratica capita spesso, parlando di inquinanti industriali, che il vero colpevole non sia il prodotto finito ma un passaggio di processo che nessuno guarda mai — qui vale lo stesso schema.
Cloro, sbiancanti e il mito del bianco perfetto
La produzione di carta igienica da cellulosa vergine segue più o meno sempre lo stesso schema: il legno viene sminuzzato, i trucioli trattati per sciogliere la lignina e liberare le fibre di cellulosa, poi la polpa viene lavata e sbiancata con cloro o acqua ossigenata prima di diventare il rotolo morbido che conosciamo [FONTE: Il Post, gennaio 2026]. Decenni fa lo sbiancamento con cloro elementare era associato alla formazione di diossine, e questo ha spinto gran parte dell’industria verso processi “senza cloro elementare” (ECF) o del tutto privi di cloro (TCF). Oggi la maggior parte dei grandi produttori europei dichiara di seguire questi standard più sicuri, ma qui le fonti non sono unanimi su quanto capillarmente vengano applicati fuori dai mercati regolamentati, e non è un dato che un consumatore possa verificare da solo guardando la confezione.
Carta riciclata e il nodo, piccolo, del bisfenolo A
C’è un secondo argomento chimico che gira da anni, questo sì legato specificamente al riciclo: gli scontrini termici. Quella carta ha una patina di bisfenolo A (BPA) che serve a far comparire la stampa con il calore, e quando questi scontrini finiscono nel circuito del macero possono contaminare altri prodotti cartacei, carta igienica compresa. Uno studio del 2011 su Environmental Science & Technology ha effettivamente trovato tracce di BPA in carta riciclata, incluso quella igienica.
Qui però va aggiunto un limite che spesso si tralascia: mentre gli scontrini contengono BPA in quantità dell’ordine dei milligrammi per grammo, nella carta riciclata se ne trovano microgrammi per grammo, mille volte meno. E secondo le stime riportate da quello stesso filone di ricerca, i prodotti in carta (giornali, carta igienica, tovaglioli) contribuirebbero a circa il 2% dell’esposizione umana totale al BPA, contro il 98% legato agli imballaggi alimentari. Non è un motivo valido per smettere di comprare carta riciclata: è un dato che va contestualizzato, non ignorato e nemmeno gonfiato.
Profumi, coloranti e salute intima: quello che si vede spesso nella pratica
Qui il discorso cambia registro, perché non parliamo più di tracce industriali ma di ingredienti aggiunti volontariamente per rendere il prodotto più “piacevole”. Fragranze e coloranti nella carta igienica profumata sono tra le cause più frequenti di dermatite da contatto e irritazione della zona intima, soprattutto nelle persone già predisposte ad allergie da formaldeide o dai suoi rilascianti, ingredienti che in alcune formulazioni fungono da conservanti.
Un dettaglio che molti sottovalutano: non è solo la sostanza in sé, è la combinazione tra mucosa già delicata e attrito meccanico. La carta profumata tende spesso a essere anche più ruvida o meno assorbente di quella neutra, e quindi porta a strofinare di più — che è già di per sé una causa comune di micro-irritazioni vulvari, indipendentemente dalla chimica. Chi soffre di cistiti o candidosi ricorrenti dovrebbe come prima cosa eliminare le varianti profumate e colorate, prima ancora di rivolgersi al ginecologo per altri accertamenti: è un cambio a costo zero che nella pratica risolve una fetta di casi più ampia di quanto ci si aspetti.
Come scegliere in modo sensato
Non serve diventare paranoici davanti allo scaffale del supermercato. Alcuni criteri concreti aiutano più di altri:
- Preferire varianti bianche naturali o non sbiancate, ed evitare quelle profumate se hai pelle sensibile o soffri di irritazioni ricorrenti.
- Controllare le certificazioni ambientali in etichetta (Ecolabel europeo, FSC per la provenienza del legno): non garantiscono l’assenza di PFAS, ma indicano processi produttivi più tracciabili.
- Non fidarsi del “riciclata quindi peggiore” né del “vergine quindi più sicura”: lo studio sui PFAS ha trovato livelli comparabili in entrambe le categorie.
- Se un test europeo di un’associazione consumatori (Altroconsumo, ad esempio) ha analizzato la marca che usi abitualmente, vale la pena controllarne i risultati: alcune indagini condotte su marchi europei non hanno rilevato sostanze chimiche a livelli preoccupanti, un dato che convive, senza contraddirlo davvero, con lo studio americano — semplicemente misuravano cose diverse, con metodi diversi, su campioni diversi.
Domande frequenti
La carta igienica che uso può davvero contenere PFAS? È possibile: uno studio del 2023 ne ha trovate tracce in tutte le 21 marche testate, sia riciclate che vergini, in più continenti. Non significa che ogni rotolo in commercio sia contaminato agli stessi livelli, ma il rischio non è teorico.
Meglio evitare la carta riciclata per paura del bisfenolo A? No. Le tracce trovate sono minime rispetto ad altre fonti di esposizione, circa il 2% del totale secondo le stime disponibili. Il grosso del BPA nella vita quotidiana arriva dagli imballaggi alimentari, non dalla carta igienica.
La carta igienica profumata è sempre da evitare? Non sempre, ma chi ha pelle sensibile, dermatiti o infezioni intime ricorrenti dovrebbe provare a eliminarla per un periodo: è uno dei cambi più semplici da testare ed è spesso, nella pratica, risolutivo.
Esiste una carta igienica “sicura al 100%”? No, e diffidare di chi lo promette. Anche le certificazioni ambientali non escludono del tutto la presenza di PFAS, perché derivano spesso da un passaggio industriale a monte, non da un ingrediente scelto deliberatamente dal produttore.
Devo preoccuparmi per la salute mia o dei miei figli? Per la popolazione generale il rischio da esposizione tramite carta igienica è considerato basso rispetto ad altre fonti di PFAS (acqua, imballaggi, tessuti trattati). Se hai dubbi specifici, in particolare in gravidanza o per bambini piccoli, conviene parlarne con il proprio medico o pediatra piuttosto che affidarsi a un articolo online.
Se c’è una cosa che questa storia insegna è che la chimica di un oggetto banalissimo dice più cose sull’industria che lo produce che sul singolo prodotto che compri: il problema raramente sta nell’ingrediente che temi di più, ma in un passaggio di lavorazione che nessuno controlla da fuori.
Le informazioni su studi e normative citate in questo articolo vanno verificate presso le fonti ufficiali indicate; per dubbi legati alla propria salute, in particolare in presenza di sintomi persistenti, il riferimento resta il medico o lo specialista di fiducia.
Sources:
- Study: Toilet paper a major source of toxic ‘forever chemicals’ — EWG
- Per- and Polyfluoroalkyl Substances in Toilet Paper — ACS Publications
- Sostanze tossiche PFAS nella carta igienica, lo studio su 21 marche — Sky TG24
- L’impatto della carta igienica sull’ambiente — Il Post
- Ask Umbra: Is there really BPA in my recycled toilet paper? — Grist
- Carta igienica: sai che può influenzare la salute intima? — My Personal Trainer
- Carta igienica, non sono tutte uguali: quali scegliere al supermercato — INRAN
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