Il simbolo triangolare con il numero dentro, quello stampato su bottiglie e vaschette, non dice se un oggetto va riciclato. Dice solo di che resina è fatto. Sono due informazioni diverse, e la confusione tra le due è probabilmente una delle cause per cui una parte non piccola di ciò che finisce nel sacchetto della plastica viene poi scartata negli impianti di selezione.
Le plastiche riconosciute dal sistema internazionale di classificazione sono sette, numerate da 1 a 7. In Italia si riciclano regolarmente PET, HDPE e PP; LDPE in parte; PVC e PS restano marginali nonostante siano tecnicamente riciclabili, e la categoria 7, quella dei materiali misti, quasi mai viene recuperata.

I sette codici, uno per uno
Il numero nel triangolo (in gergo si chiama “codice di identificazione della resina”) indica il polimero prevalente. Ecco a cosa corrispondono, con gli esempi che si incontrano più spesso in cucina o in bagno.
| Codice | Sigla | Nome | Dove lo trovi |
|---|---|---|---|
| 1 | PET | Polietilene tereftalato | Bottiglie d’acqua e bibite, alcune vaschette trasparenti |
| 2 | HDPE | Polietilene ad alta densità | Flaconi di detersivo e shampoo, sacchetti della spesa più rigidi |
| 3 | PVC | Cloruro di polivinile | Tubi, alcuni blister, vecchie bottiglie d’olio |
| 4 | LDPE | Polietilene a bassa densità | Pellicole trasparenti, sacchetti sottili, film da imballaggio |
| 5 | PP | Polipropilene | Vaschette per alimenti, tappi, vasetti dello yogurt |
| 6 | PS | Polistirene | Vaschette da rosticceria, posate monouso, polistirolo espanso |
| 7 | Altro | Materiali misti o compositi | Buste di patatine, confezioni multistrato, molti giocattoli |
A leggerla così sembra tutto ordinato: sette caselle, sette destini. Nella pratica il confine tra “riciclabile sulla carta” e “riciclato davvero” passa da tutt’altra parte.
Quali plastiche si riciclano davvero in Italia
Qui serve una distinzione che quasi nessun articolo fa, ed è quella che genera più confusione. Il sistema CONAI, considerando tutti i materiali da imballaggio insieme (carta, vetro, metalli, legno e plastica), ha superato nel 2025 il 77% di riciclo complessivo (fonte: Conai). Ma quel numero racconta la somma, non la singola filiera. Per la sola plastica il dato è molto più basso: nel 2025 Corepla ha riciclato 969.072 tonnellate di imballaggi, pari al 49,6% dell’immesso al consumo, un valore allineato all’obiettivo europeo del 50% fissato per lo stesso anno (fonte: Corepla). Vetro e acciaio si riciclano meglio; la plastica resta, tra i materiali da imballaggio, quello strutturalmente più difficile.
Dentro quel 49,6%, però, non tutti i polimeri pesano allo stesso modo.
PET e HDPE sono i due cavalli di battaglia: filiere consolidate, mercato del riciclato che li assorbe senza troppi problemi, qualità del materiale rigenerato abbastanza alta da tornare in nuove bottiglie o in fibra tessile. Il PP segue a ruota, soprattutto quando arriva pulito e in pezzi grandi. L’LDPE, cioè i film e le pellicole, è un discorso a parte: si ricicla, ma la resa cala parecchio quando il materiale arriva sporco di residui alimentari o mischiato ad altri polimeri, cosa che succede spesso perché i sacchetti sottili tendono ad avvolgersi attorno ad altro.
PVC e PS sono i due casi che spiazzano di più chi si aspetta coerenza tra “codice riciclabile” e “riciclo effettivo”. Il PVC contiene cloro, e questo complica il processo di rigenerazione al punto che pochi impianti in Italia lo trattano volentieri: nella pratica, capita spesso che un oggetto in PVC finisca comunque in una filiera di recupero energetico invece che in un vero riciclo meccanico. Il polistirene ha un problema diverso, più banale ma altrettanto concreto: è leggerissimo e ingombrante, quindi trasportarlo costa più di quanto valga il materiale recuperato, a meno che non venga compattato sul posto. Per questo l’EPS (il polistirolo espanso degli imballaggi degli elettrodomestici) si ricicla solo dove esistono impianti di compattazione dedicati, altrimenti la convenienza economica salta.
La categoria 7 è l’eccezione dichiarata fin dall’inizio: raccoglie tutto quello che non rientra negli altri sei codici, spesso perché sono materiali laminati — plastica e alluminio incollati insieme, per esempio, come nelle buste di patatine o nelle confezioni del caffè. Separare quegli strati costa più di quanto valga il risultato, quindi nella grande maggioranza dei casi quel materiale non viene riciclato meccanicamente.
Perché il numero sul packaging conta meno di quanto si pensi
Un dettaglio che molti sottovalutano: in Italia, per la raccolta domestica degli imballaggi, non serve controllare il codice prima di buttare. Il cittadino mette tutto ciò che è imballaggio in plastica nel sacchetto o bidone dedicato (da solo o insieme a metalli, a seconda del comune), e la separazione vera avviene dopo, negli impianti di selezione, con lettori ottici che riconoscono i polimeri per tipo di riflessione della luce infrarossa. Il codice sull’etichetta serve più agli impianti e ai produttori che al cittadino nella fase di conferimento.
Quello che invece va tenuto a mente riguarda cosa NON è imballaggio. Un secchio di plastica, una sedia da giardino, un giocattolo rotto: portano quasi sempre un codice di resina stampato, ma non sono imballaggi e quindi non vanno nella raccolta differenziata domestica della plastica. Vanno al centro di raccolta comunale (l’ecocentro, o isola ecologica). È un errore che si vede spesso, ed è comprensibile: la logica “ha il triangolino, quindi va con la plastica” sembra ragionevole, ma il criterio reale è un altro — conta se l’oggetto è un imballaggio, non di che materiale è fatto.
Gli errori più comuni nella raccolta della plastica
Alcuni si ripetono ovunque, indipendentemente dal comune o dalla regione.
Il primo è lavare i contenitori come fossero piatti da mettere in tavola. Non serve: un residuo leggero di yogurt o di sugo non compromette il processo di selezione, che prevede comunque un lavaggio industriale. Basta svuotare bene e, se proprio serve, dare una sciacquata veloce — insistere oltre è solo spreco d’acqua.
Il secondo riguarda le bioplastiche compostabili, quelle usate per i sacchetti dell’umido o per alcune vaschette “eco”. Anche se sembrano plastica al tatto, non vanno nella raccolta della plastica: vanno nell’organico, perché chimicamente sono pensate per biodegradarsi in compostaggio industriale, non per essere rigenerate come un PET o un PP. Mescolarle alla plastica tradizionale contamina il lotto.
Il terzo è la questione dei tappi: in molti comuni le indicazioni chiedono di lasciare il tappo avvitato sulla bottiglia, non di separarlo, perché il tappo (spesso HDPE o PP) viene comunque recuperato durante la selezione e separarlo a mano rischia solo di farlo perdere per strada come frazione troppo piccola da intercettare.
Su questi tre punti le indicazioni comunali possono variare leggermente da un territorio all’altro — vale sempre la pena controllare le regole specifiche del proprio comune, perché non esiste un protocollo unico valido ovunque in Italia.
Domande frequenti
Il numero nel triangolo garantisce che l’oggetto sia riciclabile? No. Indica solo il tipo di resina, non se in pratica esiste una filiera che lo tratta nella tua zona. Codici 1, 2 e 5 hanno filiere solide; 3 e 6 sono riciclabili solo in teoria nella maggior parte dei territori; il 7 quasi mai.
Devo lavare accuratamente vaschette e flaconi prima di buttarli? Basta svuotarli e togliere i residui grossi. Un velo di sporco non impedisce il riciclo, perché passa comunque per un lavaggio industriale negli impianti di selezione.
I sacchetti biodegradabili per la spesa vanno con la plastica? No, se sono certificati compostabili vanno nell’organico insieme ai rifiuti alimentari. Buttarli con la plastica tradizionale contamina il materiale da riciclare.
Perché il PVC è nella lista dei riciclabili ma di fatto lo ricicla quasi nessuno? Perché contiene cloro, che complica e incarisce il processo di rigenerazione. Pochi impianti in Italia lo trattano volentieri, quindi finisce spesso in recupero energetico invece che in riciclo meccanico vero e proprio.
Un giocattolo o una sedia di plastica vanno nel bidone della plastica di casa? No. Non sono imballaggi, anche se portano un codice di resina stampato. Vanno portati al centro di raccolta comunale (ecocentro), non nella raccolta differenziata domestica.
Un’ultima cosa
Il vero salto di qualità nel riciclo della plastica in Italia non arriverà da cittadini più bravi a leggere i triangolini sulle etichette, ma da imballaggi progettati meglio a monte — mono-materiale, senza laminati che nessun impianto può separare. Nel frattempo, la cosa più utile resta la più semplice: buttare nel sacchetto giusto quello che è davvero imballaggio, e lasciare fuori tutto il resto.
Per le regole specifiche di conferimento nel tuo comune, verifica sempre il sito del gestore locale dei rifiuti o del Comune di residenza: le indicazioni operative (tappi, sacchetti, giorni di raccolta) possono variare rispetto a quanto descritto qui in generale.
Fonti citate:
- Corepla — Risultati del riciclo 2025
- Corepla — Il riciclo degli imballaggi in plastica
- Conai — L’Italia supera il 77% di riciclo degli imballaggi
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