Stai guardando la barra di caricamento del computer che si blocca al 99%. Oppure sei in cucina, aspetti che il microonde faccia il suo ultimo bip e fissi quei numerini rossi che scendono: 3, 2, 1. Il tempo, nelle nostre giornate, scivola via a colpi di secondi. Lo pronunciamo in continuazione: “Dammi un secondo”, “Aspetta un secondo”, “Arrivo tra due secondi”.

È una delle parole più comuni del nostro vocabolario. Ma se ci rifletti un attimo, “secondo” è prima di tutto un numero ordinale. Viene subito dopo il “primo”. Allora la domanda sorge spontanea mentre guardi la lancetta sottile del tuo orologio da polso: se questo è il secondo, cos’era il primo?
La matematica araba che ci portiamo al polso
Per capire da dove spunta fuori questo nome bisogna fare un piccolo salto all’indietro, fino al Medioevo, quando gli studiosi cercavano un modo preciso per dividere le giornate. All’epoca non c’erano i cronometri digitali o i chip al quarzo, ma c’era tanta geometria.
Gli astronomi presero l’ora e decisero di ridurla in parti più piccole usando il sistema sessagesimale, quello a base 60 che avevamo ereditato direttamente dai Babilonesi. Quando dividi un’ora per sessanta, ottieni una frazione più piccola. In latino scientifico, quella prima spaccatura veniva chiamata pars minuta prima, ovvero la “prima piccola parte”.
Con il passare del tempo e la pigrizia tipica della lingua parlata, abbiamo tagliato via le ultime parole e ci siamo tenuti solo minuta. Ecco nati i nostri minuti.
La seconda divisione che ha creato il tempo moderno
I minuti però non bastavano più. Man mano che la scienza andava avanti e la vita quotidiana diventava più frenetica, serviva uno scarto ancora più stretto. E gli studiosi fecero la cosa più logica e banale del mondo: presero quella “prima piccola parte” e la divisero di nuovo per sessanta.
In latino, questa nuova frazione diventò la pars minuta secunda, ossia la “seconda piccola parte” dell’ora.
Capito il meccanismo? La storia si è ripetuta esattamente come per il minuto. Invece di portarci dietro tutta la formula latina, abbiamo iniziato a tagliare. Questa volta abbiamo tenuto la parola finale: secunda. Il nostro “secondo” non è altro che la seconda divisione matematica del tempo fondamentale, che resta sempre l’ora.
Un’eredità scritta nei gradi di un cerchio
La cosa fantastica è che non usiamo questa logica solo quando guardiamo l’orologio prima di scendere alla fermata dell’autobus. Se hai mai fatto caso a un navigatore satellitare o alle coordinate geografiche di una mappa, avrai notato numeri seguiti da simboli strani: gradi, primi e secondi.
Un grado geografico è diviso in 60 primi (indicati con un singolo archetto: ′) e ogni primo è diviso in 60 secondi (indicati con due archetti: ″).
La geometria della Terra e la gestione del tuo tempo di cottura della pasta condividono esattamente la stessa matrice linguistica. Abbiamo usato la stessa parola perché il principio è identico: spaccare qualcosa in sessanta parti, e poi rispaccarlo di nuovo.
I dotti del Trecento usavano persino i “terzi” (pars minuta tertia), cioè la sessantesima parte di un secondo, ma per la vita di tutti i giorni era una misura fin troppo infinitesimale. Ci siamo fermati al due. La prossima volta che dirai “arrivo tra un secondo”, ricordati che stai citando alla lettera una divisione matematica medievale.
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