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L’abitudine che tutti lodano ma che rischia di toglierci il respiro

Angela Gemito Giu 22, 2026

Controllare le email di lavoro alle undici di sera o pianificare la giornata successiva durante la cena in famiglia è ormai un’abitudine diffusa. Ma quando l’impegno costante si trasforma in un bisogno incontrollabile, una dote apprezzata rischia di nascondere un meccanismo più profondo.

In sintesi:

  • Il fenomeno: La dipendenza da lavoro (o workaholism) è un comportamento socialmente premiato che si basa sulla ricerca continua di gratificazione.
  • La curiosità: Non è una questione di ore passate in ufficio, ma del ruolo che il lavoro assume nella regolazione delle nostre emozioni.
  • Cosa fare: Riconoscere il valore del vuoto e del riposo senza sensi di colpa è il primo passo per ritrovare l’equilibrio.

Il fenomeno spiegato semplice

Siamo abituati a pensare alle dipendenze come a qualcosa di visibilmente distruttivo o socialmente deprecabile. Esiste tuttavia un comportamento che non solo appare del tutto inoffensivo, ma viene costantemente lodato, premiato e incentivato: l’iper-produttività.

Quando l’impegno professionale supera il confine della dedizione e diventa un bisogno compulsivo, gli psicologi parlano di workaholism, o dipendenza da lavoro. A differenza di altre abitudini complesse, questa si nasconde dietro lo scudo del successo, dello stipendio e della realizzazione personale, rendendo difficile tracciare una linea netta tra una sana ambizione e una vera e propria necessità emotiva.

Il dettaglio che sorprende

Ciò che incuriosisce gli scienziati che studiano il comportamento umano è che il fulcro del problema non risiede nel numero di ore scritte sul cartellino. Il vero indicatore è l’incapacità mentale di staccare.

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Alcune ricerche nel campo delle neuroscienze suggeriscono che il meccanismo biologico sia simile a quello di altre gratificazioni: ogni obiettivo raggiunto, ogni email inviata e ogni complimento ricevuto dal capo attivano una piccola scarica di dopamina, il neurotrasmettitore del piacere e della ricompensa. Con il tempo, il cervello si abitua a questo flusso costante, associando l’inattività a una sensazione di vuoto, ansia o inutilità. Si finisce così per lavorare non più per il piacere di farlo o per necessità economica, ma per mettere a tacere quel senso di inquietudine che compare non appena ci si ferma.

Cosa non bisogna fraintendere

È fondamentale fare una distinzione per evitare facili allarmismi:

  • Passione vs Compulsione: Amare il proprio lavoro e dedicargli molto tempo, magari per un progetto importante o un periodo limitato, è del tutto normale e non ha nulla di patologico.
  • La motivazione interna: Chi vive il lavoro in modo sano prova gioia durante l’attività; chi sperimenta una dipendenza, spesso prova sollievo temporaneo mentre lavora, ma sperimenta una profonda frustrazione o senso di colpa quando è costretto a riposare.
  • Il ruolo del contesto: L’attuale cultura della reperibilità costante e della “cultura del fare” alimenta questi comportamenti, ma la dipendenza ha radici più personali e legate alla gestione dello stress individuale.

Perché ci riguarda

In un mondo che non si spegne mai, preservare i propri spazi mentali è diventata una sfida collettiva. Il corpo umano e la mente hanno un disperato bisogno di tempi morti, definiti tecnicamente “Default Mode Network”, una rete cerebrale che si attiva solo quando non siamo focalizzati su un compito specifico. È in quei momenti di apparente pigrizia che il cervello elabora le emozioni, fissa la memoria e rigenera le proprie risorse.

Prenderci cura di questa transizione tra il “fare” e l’ “essere” non è un lusso, ma una necessità biologica per mantenere intatta la nostra creatività e il nostro benessere sul lungo periodo.

FAQ

Come si fa a capire se si è solo molto dediti al lavoro o se c’è qualcosa di più?

La differenza principale sta nella flessibilità e nello stato d’animo. Chi è molto dedito al lavoro riesce a godersi il tempo libero e le vacanze senza provare un’ansia invalidante o un costante senso di colpa per non essere produttivo.

Perché la società tende a premiare questo comportamento?

A differenza di altre dipendenze, l’iper-produttività produce risultati visibili e utili per il sistema economico e aziendale (maggior rendimento, disponibilità oraria). Questo forte rinforzo sociale rende difficile per chi ne è colpito percepire il problema.

Esistono piccoli accorgimenti quotidiani per ritrovare l’equilibrio?

Senza sostituirsi a pareri professionali, una buona abitudine è quella di stabilire confini digitali chiari, come spegnere le notifiche di lavoro dopo un certo orario, e riscoprire attività o hobby che non abbiano come obiettivo una performance o un risultato misurabile.

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Angela Gemito

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Tags: benessere psicologico stile di vita

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