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Facebook nei divorzi UK: il dato che gira da 15 anni

VEB Set 12, 2026

Se lavori nel settore legale, o anche solo se hai passato del tempo a spulciare fascicoli di separazione, questa statistica probabilmente l’hai già sentita citare a una cena o letta in un titolo acchiappaclick: “un terzo dei divorzi britannici menziona Facebook”. È vera, ma solo a metà, e capire l’altra metà dice più cose interessanti della statistica stessa.

Nel 2011 lo studio legale online Divorce-Online ha rilevato che il 33% delle domande di divorzio per “comportamento inaccettabile” (unreasonable behaviour) nel Regno Unito citava la parola Facebook, in crescita rispetto al 20% registrato nel 2009 sullo stesso campione di circa 5.000 pratiche. Il dato però riguardava solo le domande basate sulla colpa, non l’intero universo dei divorzi: calcolato sul totale delle pratiche, l’incidenza reale era più vicina all’11%.

Questa distinzione, tra “un terzo delle domande colpevoli” e “un terzo di tutti i divorzi”, è esattamente il punto dove la maggior parte degli articoli che riprendono il dato inciampa. E vale la pena spiegare perché, perché cambia parecchio la lettura del fenomeno.

La differenza tra “domande colpevoli” e “tutti i divorzi”

Fino al 2022, nel sistema inglese e gallese chi voleva divorziare doveva indicare uno tra alcuni motivi previsti dalla legge: adulterio, abbandono, separazione consensuale di due o cinque anni, oppure appunto “comportamento inaccettabile”. Solo quest’ultima categoria richiedeva di elencare episodi specifici — messaggi compromettenti, foto imbarazzanti, commenti su un ex partner — ed è lì che Facebook finiva citato per nome, spesso testualmente, negli atti.

Le domande “colpevoli” (fault-based) erano circa un terzo del totale delle pratiche di divorzio nel Regno Unito in quel periodo. Quindi quando Divorce-Online diceva “un terzo delle nostre pratiche colpevoli menziona Facebook”, i giornali hanno tradotto con “un terzo dei divorzi britannici è colpa di Facebook”, che è una lettura sensibilmente più forte di quella che i numeri reggono. Un caso da manuale di come una percentuale corretta, applicata alla base sbagliata, diventi un titolo fuorviante — e non è nemmeno l’unico esempio del genere che si incontra leggendo comunicati stampa di studi legali.

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Facebook comparve in circa un terzo delle domande di divorzio “per colpa” (unreasonable behaviour) nel Regno Unito nel 2011, secondo lo studio legale Divorce-Online — pari a circa l’11% considerando tutte le tipologie di divorzio. Il dato descrive quanto spesso il social network veniva citato come prova in queste pratiche, non che ne fosse la causa.

Cosa c’era scritto davvero in quelle domande di divorzio

Chi ha letto un campione di questi atti (o ne ha parlato con chi li redigeva) sa che raramente Facebook compariva come causa dichiarata della rottura. Compariva come prova. Il managing director di Divorce-Online, Mark Keenan, descrisse all’epoca la casistica più frequente come chat esplicite con persone terze scoperte tramite l’account, non conversazioni platoniche finite male.

Le situazioni tipiche che si ripetevano nei fascicoli erano più o meno queste tre:

  • messaggi privati o chat scoperti da un coniuge, spesso perché l’account era rimasto aperto su un dispositivo condiviso;
  • post o commenti pubblici su un ex partner, un amante o la vita di coppia, letti da amici comuni che poi riferivano;
  • segnalazioni di terzi — amici, familiari — che notavano foto o interazioni sospette e ne parlavano con il coniuge ignaro.

Un dettaglio che chi si occupa di queste pratiche nota spesso: Facebook non creava questi comportamenti, li rendeva visibili. Prima dei social, la stessa chat sarebbe rimasta un SMS cancellato o una telefonata di cui nessuno sapeva nulla; con un profilo pubblico e una cronologia persistente, la prova restava lì, screenshot-abile, allegabile a un atto legale. Questo è probabilmente il punto più solido dell’intera vicenda: non che i social causino tradimenti o litigi, ma che li rendono documentabili in un modo che prima non esisteva.

Il dato è ancora valido oggi?

Qui bisogna essere onesti sui limiti. Dal 6 aprile 2022, in Inghilterra e Galles è entrato in vigore il no-fault divorce: la riforma ha abolito la necessità di indicare una colpa, comportamento inaccettabile compreso. Oggi basta dichiarare che il matrimonio si è irrimediabilmente rotto, senza elencare episodi specifici né tantomeno nominare piattaforme social negli atti.

Questo significa che la categoria di documenti dove Facebook veniva citato — le domande per unreasonable behaviour — di fatto non esiste più nella sua forma originale. Uno studio identico a quello del 2011, condotto oggi sulle nuove pratiche di divorzio, semplicemente non troverebbe nulla da contare, perché il campo dove si scrivevano quei dettagli è stato eliminato dal modulo stesso.

Detto questo, gli studi legali specializzati in diritto di famiglia continuano a segnalare (senza però pubblicare numeri aggiornati con la stessa metodologia del 2011) che i social — non più solo Facebook, ma Instagram, WhatsApp, Snapchat — restano un fattore ricorrente nelle separazioni, semplicemente in modo meno documentabile con precisione statistica di prima. Divorce-Online stessa, in comunicati più recenti, parla di un aumento dei casi legati al digitale senza però fornire percentuali verificabili: un’affermazione plausibile sul piano dell’esperienza professionale, ma che non può essere trattata come dato consolidato finché non viene misurata con lo stesso rigore (o con uno migliore) dello studio originale.

Domande frequenti

È vero che un terzo dei divorzi nel Regno Unito è causato da Facebook? No: un terzo delle domande di divorzio “per colpa” nel 2011 citava la parola Facebook come prova all’interno del fascicolo, non come causa della rottura. Sul totale dei divorzi dell’epoca, l’incidenza era circa dell’11%.

Da dove viene esattamente questa statistica? Da un’analisi dello studio legale online Divorce-Online su circa 5.000 pratiche di divorzio nel Regno Unito, che ha rilevato una crescita dal 20% (2009) al 33% (2011) delle domande per unreasonable behaviour contenenti la parola “Facebook”.

Questa statistica vale ancora oggi nel 2026? Solo come dato storico. Dall’aprile 2022 il Regno Unito (Inghilterra e Galles) ha introdotto il no-fault divorce, eliminando le domande basate sulla colpa dove Facebook veniva citato: la stessa rilevazione oggi non sarebbe più replicabile con gli stessi criteri.

Facebook causa davvero più divorzi rispetto ad altri social? Non ci sono prove statistiche solide di un nesso causale specifico con Facebook rispetto ad altre piattaforme. È più corretto dire che i social in generale rendono più visibili e documentabili comportamenti che prima restavano privati.

Cosa cambia oggi se un tradimento avviene “su” un social? Con il no-fault divorce non serve più dimostrare colpe specifiche per ottenere il divorzio, quindi episodi social diventano meno rilevanti nella pratica formale, anche se possono restare rilevanti per questioni collaterali come l’affidamento dei figli o la divisione dei beni. Per situazioni concrete conviene sempre verificare con un avvocato di famiglia o consultare le fonti ufficiali del governo britannico su gov.uk.

Un pensiero in più

La parte più interessante di questa storia non è quanto le persone litighino per colpa dei social, ma quanto la tecnologia abbia cambiato il modo in cui le prove di una crisi coniugale diventano visibili e citabili. Quel 33% dice meno su Facebook e più su come, per la prima volta nella storia, le persone si sono trovate a produrre da sole, senza saperlo, la documentazione della fine del proprio matrimonio.

Fonti: Divorce-Online, “Facebook continues to cause more divorce heartache, study shows”; TechRadar, “Facebook accounts for ’20 per cent of divorces'”; Quickie Divorce, “Divorce; is Facebook Really Cited in a Third of Petitions?”; per la riforma normativa, gov.uk – guida ufficiale al divorzio in Inghilterra e Galles. Per situazioni personali, verificare sempre con un professionista legale o le fonti ufficiali.

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Tags: divorzio Facebook Regno Unito

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