Non abbiamo un cranio da mostrare in un museo, né uno scheletro ricostruito dietro una teca. Eppure qualcosa di loro potrebbe essere ancora dentro di noi.
Analizzando il DNA degli esseri umani moderni, un gruppo di ricercatori ha individuato tracce genetiche che sembrano provenire da antiche popolazioni umane delle quali non possediamo un genoma fossile conosciuto. Non sono Neanderthal e non sono Denisoviani. Per ora hanno un nome molto meno spettacolare, ma forse più suggestivo: antenati “fantasma”.

Il fossile, questa volta, è nascosto nel genoma
Per ricostruire il passato umano siamo abituati a pensare a ossa, denti e utensili sepolti nella terra. Il nuovo lavoro, pubblicato nel 2026 sulla rivista Science, segue invece una strada diversa: cerca le impronte lasciate dalle popolazioni scomparse direttamente nel DNA delle persone che vivono oggi.
I ricercatori dell’Università della California, Berkeley, hanno sviluppato una tecnica chiamata TRACE, acronimo di TRacking Archaic Contributions via ARG Estimation. Il sistema confronta centinaia di genomi moderni e ricostruisce una sorta di gigantesco albero genealogico dei singoli segmenti di DNA.
Alcuni di questi segmenti conducono ai Neanderthal. Altri ai Denisoviani. Fin qui nulla di particolarmente sorprendente.
Poi compaiono rami che non portano a nessuno dei due.
Un antenato sconosciuto compare praticamente in tutti noi
La prima popolazione misteriosa avrebbe avuto contatti genetici con gli antenati di Homo sapiens in Africa, prima della grande dispersione verso Europa e Asia avvenuta decine di migliaia di anni fa.
Secondo i risultati ottenuti con TRACE, ogni persona moderna potrebbe conservare circa lo 0,5-1% del proprio genoma proveniente da questa linea umana sconosciuta. Il segnale è stato rilevato sia nelle popolazioni africane sia in quelle non africane, un dettaglio importante perché suggerisce che l’incrocio sia avvenuto prima della principale espansione di Homo sapiens fuori dall’Africa.
La linea evolutiva di questo gruppo si sarebbe separata da quella che conduce agli esseri umani moderni circa nello stesso periodo in cui si differenziarono gli antenati di Neanderthal e Denisoviani, intorno a 800.000 anni fa.
Chi fossero davvero queste persone, però, resta sconosciuto.
Ed è qui che la storia diventa ancora più strana.
C’è anche un antenato ancora più antico
Analizzando il DNA denisoviano arrivato successivamente fino agli esseri umani moderni, i ricercatori hanno trovato la firma di una seconda popolazione, definita “super-arcaica”.
Questa linea potrebbe risalire a circa 1,8 milioni di anni fa e avrebbe incrociato i Denisoviani in Eurasia probabilmente più di 200.000 anni fa. Parte di quel materiale genetico sarebbe quindi passata dai misteriosi antenati ai Denisoviani e, molto più tardi, dai Denisoviani a Homo sapiens.
È un percorso sorprendentemente tortuoso: un frammento di DNA può attraversare popolazioni diverse e sopravvivere per centinaia di migliaia di anni senza che sia rimasto un fossile dal quale estrarre direttamente il genoma originale.
Gli studiosi sottolineano infatti che non sappiamo ancora a quali specie appartenessero questi gruppi. Le date potrebbero essere compatibili con diverse popolazioni del Pleistocene medio in Africa e, nel caso della linea super-arcaica, persino con ominini vissuti nello stesso vastissimo periodo di Homo erectus. Si tratta però di possibilità, non di un’identificazione.
L’albero dell’evoluzione umana assomiglia sempre meno a un albero
Per decenni l’evoluzione umana è stata rappresentata come una serie di rami: una popolazione si divide, nasce una nuova specie e le strade proseguono separatamente.
Il DNA sta mostrando qualcosa di molto più disordinato.
Neanderthal e Homo sapiens si sono incrociati. Lo stesso è accaduto con i Denisoviani. Ora emergono segnali di popolazioni delle quali non conosciamo neppure il nome. Gli autori dello studio descrivono quindi la nostra storia evolutiva più come una rete di popolazioni che si separavano e tornavano a incontrarsi che come un semplice albero genealogico.
Alcuni dei segmenti arcaici individuati si trovano inoltre in regioni genetiche associate al sistema immunitario e al metabolismo. Non significa che ogni tratto abbia necessariamente oggi una funzione vantaggiosa, ma mostra quanto profondamente questi antichi incontri siano entrati nella storia biologica della nostra specie.
Potremmo trovare altri antenati senza trovare le loro ossa
La parte più interessante di TRACE è forse proprio questa: per cercare una popolazione scomparsa non è indispensabile possederne il DNA antico.
Il metodo può individuare segmenti con genealogie insolitamente profonde anche utilizzando genomi moderni. Con database genetici più ampi e diversificati, i ricercatori sperano quindi di riconoscere segnali ancora più deboli lasciati da altre popolazioni estinte.
Un giorno un fossile potrebbe finalmente dare un volto a uno di questi antenati fantasma.
Oppure potremmo non trovarlo mai. In quel caso, una parte della loro storia sarebbe rimasta comunque al sicuro nel posto più difficile da perdere: il nostro stesso DNA.
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