L’idea che nel passato l’igiene orale fosse un concetto del tutto sconosciuto e che le persone convivessero rassegnate con il mal di denti è in gran parte un falso mito. Già nell’antichità egizia, romana e nel corso del Medioevo, il dolore dentale era un problema invalidante che richiedeva soluzioni immediate, sebbene spesso basate su una combinazione di osservazione empirica, credenze popolari e rimedi botanici. Contrariamente a quanto si creda, l’uso di polveri abrasive per sbiancare i denti e di sostanze lenitive era piuttosto diffuso tra chi poteva permetterselo, mentre per gli strati più poveri della popolazione la cura si affidava a preparati a base di erbe e alle mani esperte, o spietate, dei cerusici di piazza.

Il controllo della carie e dei dolori gengivali passava quasi interamente attraverso la farmacopea naturale. Nelle botteghe degli speziali rinascimentali, così come nei testi medici dell’antica Roma, abbondavano ricette a base di mirra, allume, aceto, miele e chiodi di garofano. Quest’ultimi, in particolare, contengono eugenolo, un anestetico naturale ancora oggi utilizzato in odontoiatria per le sue proprietà calmanti. Si masticavano radici o cortecce specifiche per pulire i denti e rinfrescare l’alito, mentre le polveri per lo smalto venivano ricavate bruciando conchiglie, ossa di animali o corna, ottenendo una pasta abrasiva che, se da un lato puliva, dall’altro finiva inevitabilmente per erodere lo smalto protettivo.
Il ruolo dei cerusici e la chirurgia dei denti
Quando i rimedi naturali non bastavano e l’infezione degenerava in ascesso, la situazione cambiava drasticamente. Nei secoli passati non esisteva la figura del dentista specializzato: a estrarre i denti erano i barbieri-chirurghi, i fabbri o i ciarlatani durante le fiere di paese. L’attrezzatura era rudimentale e spaventosa.
Nel corso del Medioevo e del Rinascimento fece la sua comparsa il cosiddetto “pellicano”, uno strumento metallico complesso che faceva leva sul dente per strapparlo via con la forza, spesso trascinando con sé frammenti di osso alveolare o denti sani adiacenti. Non esisteva alcuna forma di anestesia efficace, se non l’eventuale somministrazione di alcolici forti o decotti di oppio nei casi più estremi. L’estrazione era considerata l’ultima spiaggia, non solo per il dolore atroce, ma anche per il rischio altissimo di infezioni sistemiche o emorragie difficili da controllare.
La prevenzione e l’alimentazione nei secoli passati
Un fattore determinante nella salute orale del passato era legato all’alimentazione. Prima dell’introduzione massiccia dello zucchero raffinato, avvenuta in età moderna, le carie erano statisticamente meno frequenti rispetto ai secoli successivi, sebbene l’usura meccanica dei denti fosse altissima.
Il pane dell’epoca, macinato con macine in pietra, conteneva costantemente minuscoli frammenti di roccia e sabbia che consumavano progressivamente la superficie masticatoria dei denti già in giovane età, esponendo la polpa dentaria e causando infezioni croniche anche in assenza di una vera e propria carie cariogena. Curiosamente, le popolazioni rurali avevano spesso denti più consumati ma meno cariati rispetto ai nobili, i quali, potendosi permettere lo zucchero e i dolciumi, soffrivano regolarmente di denti nerastri, cariati e doloranti, come testimoniano i ritratti storici di molte corti europee.
- DOMANDE FREQUENTI
- Esistevano già gli spazzolini da denti nel passato? Sì, in diverse forme. In Oriente si usavano rametti sfilacciati di alberi aromatici (miswak), mentre in Europa, tra il XVII e il XVIII secolo, iniziarono a comparire i primi spazzolini rudimentali con manici in osso o avorio e setole rigide ricavate da peli di animale.
- Come veniva curata l’alitosi secoli fa? L’alito cattivo era un problema comune e veniva affrontato masticando semi di anice, finocchio, cardamomo o foglie di menta, oppure sciacquando la bocca con vini speziati e aceto aromatico.
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