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Che fine ha fatto lo yoga? Perché i centri chiudono mentre la pratica cresce

VEB Set 5, 2026

Negli ultimi dieci anni ho visto aprire e chiudere una quantità impressionante di studi yoga — alcuni nel giro di sei mesi, altri dopo dieci anni di lavoro onesto. Il copione si ripete quasi sempre uguale: entusiasmo, prime iscrizioni, poi un affitto che sale più in fretta degli abbonamenti.

Lo yoga non sta scomparendo: sta cambiando contenitore. Chi lo pratica cresce, in Italia e nel mondo, ma sempre meno persone pagano un abbonamento in uno studio dedicato — si spostano su palestre che includono lo yoga nel prezzo, app e video online. Il problema non è la disciplina, è il modello economico dietro allo studio tradizionale.

I numeri raccontano due storie diverse

Qui va detto con onestà: non esiste, che io sappia, una fonte ufficiale italiana che misuri quanti centri yoga aprono e chiudono ogni anno. Non c’è un albo, non c’è un registro di settore come per farmacie o autoscuole. Quello che si può ricostruire viene da stime di mercato, dati generali sulla pratica sportiva e osservazione diretta di chi il settore lo vive.

L’ISTAT certifica che nel 2024 il 37,5% della popolazione sopra i 3 anni pratica sport nel tempo libero, oltre 21,5 milioni di persone, con una crescita costante rispetto al passato — nel 1995 gli over 65 attivi erano il 5,3%, oggi sono il 23,3%. Il dato non isola però lo yoga come disciplina a sé. Qualunque cifra specifica sui praticanti italiani di yoga che gira online (si legge spesso “2 milioni”) va quindi presa come stima di settore, non come dato certificato.

A livello internazionale i segnali sono più netti, e in parte contraddittori. Secondo WellnessCreatives, il mercato globale legato allo yoga vale oltre 370 miliardi di dollari — cifra gonfiata da abbigliamento, tappetini e turismo del benessere, non solo dalle lezioni. Se invece si guarda al fatturato dei soli studi, il quadro cambia: nel Regno Unito il mercato è in calo del 2,7% l’anno, in Australia del 3%, negli Stati Uniti la crescita è sostanzialmente ferma, pur contando quasi 48.500 studi attivi.

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In Italia il settore fitness in senso ampio, invece, va bene. Secondo Fitness Lab il mercato vale circa 3,1 miliardi di euro nel 2025, in crescita del 10% sul 2023, con 7.500-8.000 centri attivi e circa 5 milioni di abbonati. Ma quella crescita la intercettano soprattutto le palestre multiservizio e le catene, non i piccoli studi monodisciplina. È lì che si vede la forbice: cresce chi offre tutto sotto lo stesso tetto — sala pesi, corsi, yoga, pilates — arranca chi ha puntato tutto su un’unica proposta in un unico spazio.

Perché i centri chiudono davvero

La spiegazione più comoda — “colpa della crisi economica” — regge poco se guardata da vicino. Ho visto studi chiudere in quartieri benestanti e sopravvivere in zone periferiche con margini ridicoli. Le ragioni reali sono quasi sempre una combinazione di fattori, e qui conta più l’esperienza diretta di qualunque report.

Il primo, e più banale, è l’affitto. Nella pratica capita spesso che uno studio nasca in un locale bello, con parquet e luce naturale, scelto per l’atmosfera più che per il conto economico. Quando quell’affitto supera il 50% del fatturato lordo — una soglia che secondo StudioGrowth rende il modello insostenibile quasi per definizione — non c’è insegnante, per quanto bravo, che possa salvare i conti.

Poi c’è la concorrenza che non sembra concorrenza. Una palestra da 40 euro al mese che include due lezioni di yoga a settimana nel pacchetto toglie clienti a uno studio che chiede 15 euro a lezione singola, anche se la qualità dell’insegnamento non è comparabile: per una fascia larga di pubblico la comodità e il prezzo pesano più della profondità della pratica. Un dettaglio che molti insegnanti sottovalutano è che il cliente medio non sta confrontando due filosofie di insegnamento — sta confrontando due numeri sull’estratto conto.

C’è tutto quello che è successo dopo il 2020, poi. Milioni di persone hanno scoperto di potersi allenare in salotto, e una parte consistente non è più tornata in sala — non per pigrizia, ma perché ha trovato un equilibrio diverso tra costo, tempo e risultato. App di grandi brand sportivi, canali YouTube con milioni di iscritti, corsi on demand: tutta questa offerta gratuita o quasi ha alzato l’asticella di quanto un cliente sia disposto a pagare per una lezione dal vivo.

Infine manca spesso la parte gestionale, e questo lo sento ripetere praticamente ogni volta che parlo con chi ha chiuso un’attività. Chi apre uno studio yoga il più delle volte lo fa perché insegna bene, non perché sa leggere un bilancio. Un tasso di abbandono dei clienti (il cosiddetto churn) oltre il 10% mensile è già un campanello d’allarme serio secondo StudioGrowth, eppure raramente viene monitorato con attenzione finché non è troppo tardi. Non è un caso che, secondo dati IHRSA citati dalla stessa fonte, circa l’81% delle attività fitness boutique negli Stati Uniti non superi il primo anno di vita — un dato americano e riferito al fitness boutique in generale, non solo allo yoga, ma la dinamica di fondo (sottocapitalizzazione, marketing debole, nessun controllo dei numeri) si vede identica anche qui.

Chi resta aperto, e cosa fa di diverso

Non tutti chiudono, ovviamente, e guardare a chi tiene duro aiuta a capire il pattern. Gli studi che reggono di solito hanno smesso di vendere “yoga” in generale e hanno scelto una nicchia precisa — yoga terapeutico, yoga in gravidanza, discipline più fisiche come l’Ashtanga per un pubblico che cerca sfida oltre al relax. Diversificano l’offerta con formazioni per insegnanti, ritiri, eventi, invece di dipendere solo dalle iscrizioni mensili. E quasi sempre hanno costruito una comunità reale intorno al posto, non solo un calendario di lezioni: le persone tornano perché conoscono chi hanno accanto sul tappetino, non solo per la sequenza che fanno.

Va detto con onestà, però, che il confine tra “ha trovato la sua nicchia” e “ha avuto fortuna con la posizione o il momento” non è sempre netto. Su questo punto le opinioni di chi lavora nel settore divergono, e diffiderei di chiunque presenti una formula infallibile.

Cosa cambia per chi pratica

Per chi lo yoga lo fa e basta, senza gestire nulla, il cambiamento si sente in modo più sottile. Trovare un buon insegnante oggi richiede un po’ più di attenzione rispetto a dieci anni fa, proprio perché l’offerta si è frammentata tra studi, palestre e piattaforme digitali con qualità molto diseguale. Un segnale utile da controllare prima di iscriversi: da quanto tempo l’insegnante lavora in quel posto specifico. Un turnover alto, in questo settore, quasi sempre significa condizioni di lavoro precarie — e insegnanti che cambiano ogni due mesi non costruiscono continuità didattica con gli allievi, per quanto siano bravi singolarmente.

Domande frequenti

Lo yoga sta davvero sparendo o è solo cambiato? Non sta sparendo: cambia contenitore. I praticanti nel mondo restano centinaia di milioni, ma sempre più persone lo fanno in palestra, con un’app o online invece che in uno studio dedicato. A chiudere è soprattutto il modello dello studio monodisciplina con affitto alto.

Perché una lezione di yoga in studio costa più che in palestra? Perché lo studio deve coprire da solo l’affitto di uno spazio dedicato e spesso ha meno iscritti su cui spalmare i costi fissi. La palestra include lo yoga in un abbonamento più ampio, quindi il costo per singola lezione appare più basso, anche se il conto economico complessivo è diverso.

Conviene ancora aprire un centro yoga oggi? Dipende molto dal posizionamento e dalla zona: aprire l’ennesimo studio generico in una città satura è rischioso, mentre nicchie specifiche o format ibridi (presenza più online) hanno margini di sopravvivenza migliori. Prima di investire, conviene farsi seguire da chi ha già gestito un’attività simile, non solo da un business plan teorico.

Meglio praticare in studio, in palestra o con un’app? Non c’è una risposta unica: dipende da cosa si cerca. Chi vuole correzioni personalizzate e comunità trova più valore in uno studio piccolo; chi cerca comodità e prezzo trova più senso in palestra o online. Molti finiscono per usare entrambe le opzioni in momenti diversi dell’anno.

Come riconosco un buon insegnante o un buon centro oggi? Guarda da quanto tempo insegna in quel posto, se propone progressioni adatte al livello reale della classe (non sempre la stessa sequenza standard) e se risponde con chiarezza a domande su infortuni o limiti fisici. Chi minimizza sempre i dubbi o promette risultati miracolosi è un segnale da non ignorare.

Un’ultima cosa

Il declino dei centri yoga non è la fine dello yoga: è la fine di un certo modo di venderlo, quello nato negli anni 2000 sull’onda del boom del benessere, con affitti alti e margini sottili che reggevano solo finché la domanda cresceva più in fretta della concorrenza. Chi cerca ancora una guida seria in carne e ossa la trova ancora — semplicemente deve cercarla con più cura di prima.

Le informazioni su salute e attività fisica in questo articolo hanno carattere generale: per esigenze specifiche legate a patologie, gravidanza o infortuni, conviene sempre confrontarsi con un medico o un fisioterapista prima di iniziare una nuova pratica.

Fonti citate

  • ISTAT – La pratica sportiva in Italia, 2024
  • WellnessCreatives – Yoga Industry Statistics, Market Size & Trends 2025
  • Fitness Lab – Fitness in Italia 2025
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