La sfortuna non esiste in natura. Gli archivi storici e le ricerche di psicologia cognitiva dimostrano che il concetto di malasorte è un’invenzione culturale: uno scudo mentale sviluppato per spiegare incidenti fortuiti, perdite improvvise o fallimenti quando l’essere umano non disponeva ancora degli strumenti statistici per comprendere la casualità.
Spargere il sale a tavola, evitare il venerdì diciassette o scansare un gatto nero per strada appaiono oggi come gesti innocui o scherzosi. Se si esaminano le fonti documentarie, però, la genesi di queste fobie rivela un’origine ben diversa da un presunto influsso paranormale.

Da dove arrivano le nostre paure più radicate
Gran parte delle superstizioni occidentali nasce dall’incrocio tra precetti religiosi, ragioni economiche e frammenti di tradizioni folcloriche travisate nei secoli.
Prendiamo il sale rovesciato. Nel mondo romano e medievale il sale era un bene preziosissimo: serviva per conservare le carni ed era perfino una misura di compenso (da cui il termine “salario”). Rovesciarlo significava sprecare una risorsa monetaria primaria della famiglia; il panico conseguente era puramente economico, prima di trasformarsi, nei secoli successivi, in un presagio di sventura soprannaturale.
Il terrore del venerdì diciassette, radicato in Italia e nei Paesi di matrice latina, combina due livelli storici distinti. Il venerdì richiama il giorno della crocifissione nei Vangeli, mentre il numero 17 si lega all’anagramma latino: sui monumenti funerari romani il numero XVII veniva spesso trascritto come VIXI, ossia “vissi” (“sono morto”).
Nel mondo anglosassone, al contrario, la fobia investe il venerdì tredici. Gli storici rintracciano la diffidenza verso il 13 nell’Ultima Cena (Giuda come tredicesimo commensale) e nel mito norreno del banchetto nel Valhalla interrotto dal dio Loki, tredicesimo convitato non invitato. Due civiltà diverse hanno scelto numeri diversi per codificare la stessa ansia verso l’imprevisto.
Il cervello non sopporta il disordine
Se la storia spiega come sono nati i simboli, la psicologia sperimentale spiega perché continuiamo a usarli.
La mente umana è un formidabile dispositivo di riconoscimento di schemi (un fenomeno noto come apofenia). Quando un evento negativo si verifica subito dopo un’azione ordinaria — ad esempio rompere uno specchio e forare una gomma un’ora dopo — il cervello tende a stabilire un nesso di causa-effetto inesistente.
Lo psicologo Richard Wiseman, professore alla University of Hertfordshire e autore di studi decennali sulla psicologia della fortuna (The Luck Factor), ha dimostrato che le persone che si definiscono “sfortunate” non affrontano circostanze diverse rispetto agli altri: condividono semplicemente una maggiore tendenza all’ansia e una visione più ristretta delle opportunità. Al contrario, chi si reputa fortunato sperimenta un’attenzione periferica più elastica e trasforma gli imprevisti negativi in occasioni per riadattarsi.
Subentra poi il classico bias di conferma: tendiamo a memorizzare ogni coincidenza che convalida la nostra ansia e a dimenticare le centinaia di venerdì 17 trascorsi senza alcun incidente.
L’illusione del controllo e i suoi limiti
La scaramanzia assolve a una funzione psicologica precisa: alleviare l’angoscia derivante dal non avere il controllo degli eventi. Toccare ferro o indossare un amuleto abbassa temporaneamente il livello di cortisolo perché dà l’illusione di compiere un’azione difensiva attiva.
Tuttavia, delegare la spiegazione delle proprie traversie alla sfortuna comporta un effetto collaterale documentato dagli studi sui processi decisionali: l’attribuzione esterna del controllo (external locus of control). Se un colloquio di lavoro o un esame universitario falliscono e la causa viene attribuita al destino avverso, svanisce ogni stimolo a esaminare gli errori di preparazione commessi.
Riconoscere la sfortuna per quello che è — puro calcolo probabilistico unito a contingenze che non possiamo prevedere — è spesso il modo più rapido per smettere di subirla.
9. DOMANDE FREQUENTI
La credenza nella sfortuna è uguale in tutte le culture?
No. I simboli variano radicalmente. Mentre in Italia il 17 è considerato nefasto, in gran parte dell’Asia orientale (Cina, Giappone, Corea) il numero temuto è il 4 (tetrafobia), poiché la sua pronuncia suona quasi identica alla parola “morte”.
I riti scaramantici possono avere un effetto positivo reale?
Sì, ma solo come effetto placebo. Alcuni studi sulle prestazioni sportive mostrano che i rituali pre-gara possono ridurre l’ansia momentanea e stabilizzare la concentrazione dell’atleta, ma non alterano le probabilità fisiche o gli eventi esterni.
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