Il pacco di biscotti costa sempre 2,50 euro. La confezione sembra quella di sempre, il marchio non è cambiato e anche lo spazio che occupa sullo scaffale è praticamente identico. C’è però un particolare che potrebbe essere sfuggito: prima conteneva 500 grammi di biscotti, adesso soltanto 450.
Il prezzo non è aumentato, almeno in apparenza. Eppure, acquistando quel prodotto, stiamo pagando di più per ogni grammo.
È il meccanismo della shrinkflation, chiamata anche riduflazione: una strategia commerciale che consiste nel ridurre la quantità di prodotto venduta, mantenendo il prezzo invariato o senza diminuirlo in proporzione. Il risultato è un aumento del costo effettivo, anche quando il cartellino sullo scaffale non mostra alcuna variazione.

Per riconoscerla non basta osservare il prezzo della confezione. Bisogna controllare il peso netto, il volume o il numero di pezzi e, soprattutto, confrontare il prezzo per chilogrammo o per litro.
Perché le aziende riducono le confezioni invece di aumentare i prezzi?
Un aumento di prezzo è immediatamente riconoscibile. Se un prodotto acquistato abitualmente passa da 2,50 a 2,90 euro, la differenza può saltare agli occhi, soprattutto quando si conosce bene il suo costo.
Una riduzione della quantità è meno evidente.
Chi fa la spesa spesso riconosce i prodotti attraverso il colore della confezione, il logo, la posizione sullo scaffale e il prezzo abituale. Il peso indicato sull’etichetta, invece, rischia di passare inosservato.
È proprio questa differenza nella percezione che rende interessante la shrinkflation dal punto di vista commerciale.
Le aziende possono ricorrere alla riduzione delle quantità per assorbire parte degli aumenti dei costi delle materie prime, dell’energia, dei trasporti o della produzione, senza modificare direttamente il prezzo di vendita.
Il fenomeno è riconosciuto anche da Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea, che nel suo manuale metodologico del 2024 sui prezzi al consumo descrive la riduzione delle confezioni come una modalità con cui i produttori possono trasferire maggiori costi ai consumatori.
Non tutte le modifiche dei formati commerciali, però, costituiscono necessariamente shrinkflation. Un’azienda può introdurre una confezione più piccola per rispondere a nuove esigenze di consumo, ridurre gli sprechi o proporre una diversa fascia di prodotto. Il punto decisivo è verificare come cambia il prezzo rispetto alla quantità effettivamente acquistata.
Quanto costa realmente la shrinkflation? Un esempio chiarisce il meccanismo
Immaginiamo di acquistare una confezione di caffè da 250 grammi al prezzo di 4 euro.
Qualche mese dopo, la stessa linea di prodotto viene venduta in un formato da 225 grammi, sempre a 4 euro.
La differenza sembra piccola: appena 25 grammi. Ma il costo effettivo racconta una storia diversa.
| Prima | Dopo | |
|---|---|---|
| Quantità | 250 g | 225 g |
| Prezzo | 4,00 € | 4,00 € |
| Prezzo al kg | 16,00 € | 17,78 € |
| Aumento effettivo | — | +11,1% |
Simulazione con prezzi e quantità ipotetici, non riferita a un prodotto commerciale specifico.
La quantità è diminuita del 10%, ma il prezzo per chilogrammo è aumentato di circa l’11,1%.
Questo dettaglio è importante: una riduzione del contenuto del 10% non corrisponde a un aumento del prezzo unitario del 10%.
La differenza dipende dal fatto che lo stesso importo viene distribuito su una quantità inferiore di prodotto.
Ecco perché una confezione apparentemente economica può essere diventata sensibilmente più costosa senza che il prezzo esposto sia cambiato.
Come riconoscere la shrinkflation al supermercato
Non occorre conservare ogni vecchio scontrino o ricordare a memoria il peso di tutti i prodotti. Esistono alcuni controlli semplici che permettono di individuare eventuali variazioni.
Il prezzo al chilo è più importante di quello sulla confezione
Il metodo più affidabile consiste nel confrontare il prezzo per unità di misura.
Se due confezioni di pasta costano entrambe 1,50 euro, ma una contiene 500 grammi e l’altra 400, la differenza diventa evidente:
- Confezione da 500 grammi: 3 euro al chilogrammo.
- Confezione da 400 grammi: 3,75 euro al chilogrammo.
Il secondo prodotto costa il 25% in più a parità di peso.
Questa informazione dovrebbe essere già disponibile sull’etichetta dello scaffale, quando prevista dalla normativa.
La direttiva europea 98/6/CE sull’indicazione dei prezzi stabilisce infatti il principio dell’indicazione del prezzo di vendita e del prezzo per unità di misura, con specifiche eccezioni, proprio per facilitare il confronto tra prodotti.
Guardare questo valore permette di distinguere un vero risparmio da un prezzo apparentemente conveniente.
Attenzione alle confezioni che cambiano forma
Non sempre una riduzione della quantità corrisponde a un imballaggio visibilmente più piccolo.
Una scatola può diventare leggermente più stretta, una bottiglia può modificare la propria forma oppure un sacchetto può mantenere dimensioni esterne simili pur contenendo meno prodotto.
Anche un restyling grafico può rendere meno immediato il confronto con la versione precedente.
Questo non significa che ogni cambiamento di confezione nasconda una riduzione. Significa semplicemente che l’aspetto esterno non è una misura affidabile della quantità contenuta.
Il riferimento da controllare resta il peso netto o il volume dichiarato.
Controllare anche il numero di pezzi
La shrinkflation non riguarda soltanto grammi e millilitri.
Una confezione di merendine può passare, per esempio, da dieci a nove pezzi mantenendo lo stesso prezzo. Lo stesso può accadere con capsule, fazzoletti, salviette o altri prodotti venduti in quantità numeriche.
Quando il contenuto è espresso in pezzi, confrontare il costo della singola unità aiuta a capire se il prodotto è diventato più caro.
Occorre però verificare anche che dimensioni e caratteristiche dei singoli pezzi siano rimaste equivalenti.
Quali prodotti possono essere interessati dalla shrinkflation?
Il fenomeno può riguardare numerose categorie di beni di consumo, anche molto diverse tra loro.
Tra gli esempi discussi nella documentazione metodologica europea compaiono prodotti alimentari confezionati, dolciumi, latticini e articoli per la cura personale.
Al supermercato, i cambiamenti di quantità possono essere osservati in categorie come snack, biscotti, cioccolato, caffè, bevande e prodotti per l’igiene.
Non è però corretto dedurre che un determinato marchio utilizzi la shrinkflation soltanto perché vende confezioni più piccole rispetto al passato.
Per parlare di un effettivo aumento del prezzo unitario bisogna confrontare prodotti equivalenti, considerando quantità e prezzo nei due periodi.
Anche le offerte possono complicare la valutazione. Un prodotto potrebbe aver subito una riduzione del formato, ma essere temporaneamente scontato. In quel caso il prezzo promozionale può nascondere, almeno per qualche tempo, il cambiamento del costo ordinario.
La shrinkflation è legale in Italia?
Ridurre la quantità contenuta in una confezione non è automaticamente illegale.
Le aziende possono modificare i formati dei propri prodotti, purché rispettino gli obblighi applicabili di informazione e non adottino pratiche commerciali ingannevoli.
Il problema nasce quando il consumatore riceve informazioni false o potenzialmente fuorvianti sulla quantità realmente acquistata.
Un caso concreto è stato esaminato dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato nel 2023. Nel Bollettino n. 39 del 16 ottobre 2023, l’Autorità ha affrontato una vicenda relativa alla riduzione della lunghezza di un prodotto in rotolo, accompagnata da informazioni non corrette sulla quantità riportate nel materiale commerciale.
La questione non era semplicemente la presenza di una confezione ridotta, ma l’informazione ingannevole fornita al consumatore.
Le nuove regole italiane e gli obblighi di trasparenza
In Italia il legislatore è intervenuto introducendo l’articolo 15-bis del Codice del consumo, dedicato al riporzionamento dei prodotti preconfezionati.
L’applicazione della disposizione, inizialmente prevista dal 1° luglio 2026, ha però incontrato rilievi da parte della Commissione europea.
Per rispondere a queste osservazioni, nell’aprile 2026 è stata notificata una proposta di modifica che prevede di informare i consumatori della riduzione delle quantità direttamente nei punti vendita e nei canali di vendita online.
Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha chiarito che, nelle more dell’approvazione della nuova disposizione, la norma originaria non deve essere applicata.
La disciplina specifica risulta quindi in fase di adeguamento secondo le informazioni ministeriali consultate nell’ottobre 2026. Restano comunque rilevanti gli obblighi generali relativi alla corretta indicazione dei prezzi e alla tutela contro le pratiche commerciali ingannevoli.
Shrinkflation e inflazione: qual è la differenza?
L’inflazione indica l’aumento generalizzato dei prezzi di beni e servizi nel tempo.
La shrinkflation è invece un fenomeno più specifico: il consumatore paga la stessa cifra per ricevere una quantità inferiore di prodotto.
La differenza può sembrare soltanto formale, ma ha conseguenze pratiche.
Nel caso di un aumento tradizionale, il prezzo di una confezione può passare da 2 a 2,20 euro, mantenendo invariato il peso.
Con la shrinkflation, invece, il prezzo può restare a 2 euro mentre il contenuto diminuisce.
In entrambi i casi aumenta il costo per unità di prodotto. Nel secondo, però, il cambiamento può essere meno evidente.
Non significa che la shrinkflation sia invisibile alle statistiche ufficiali sull’inflazione. Eurostat prevede metodologie che tengono conto delle variazioni quantitative dei prodotti, proprio per evitare che confezioni più piccole vengano considerate equivalenti a quelle precedenti.
Il fatto che un aumento non sia immediatamente percepito durante la spesa non significa dunque che non possa essere rilevato dagli strumenti statistici.
Come evitare di pagare di più senza accorgersene
La strategia migliore non è necessariamente abbandonare un marchio o scegliere sempre la confezione più grande.
È imparare a confrontare prodotti realmente equivalenti.
Un formato famiglia, per esempio, non è automaticamente più conveniente di uno piccolo. Può costare meno al chilogrammo, ma risultare poco vantaggioso se parte del contenuto viene sprecata.
Lo stesso vale per le offerte speciali: la scritta promozionale non garantisce da sola un prezzo migliore rispetto ai prodotti concorrenti.
Per i prodotti acquistati regolarmente può essere utile controllare ogni tanto il peso netto, soprattutto dopo un cambiamento della confezione. Un confronto con un vecchio acquisto, quando disponibile, permette di verificare se il contenuto sia stato effettivamente ridotto.
C’è poi un’abitudine che richiede soltanto qualche secondo: leggere il prezzo al chilo o al litro prima di mettere il prodotto nel carrello.
È un dato spesso meno visibile del prezzo principale, ma permette di confrontare quantità diverse senza lasciarsi condizionare dalle dimensioni dell’imballaggio.
La shrinkflation sfrutta soprattutto una nostra abitudine: riconosciamo il prodotto che compriamo sempre e presumiamo che sia rimasto uguale. Controllare la quantità, anche soltanto occasionalmente, può essere sufficiente per scoprire che qualcosa è cambiato.
DOMANDE FREQUENTI
La shrinkflation riguarda anche i prodotti non alimentari?
Sì. Può interessare detergenti, prodotti per l’igiene personale e altri beni confezionati. La riduzione può riguardare il peso, il volume oppure il numero di unità contenute nella confezione.
Se una confezione diventa più piccola, è sempre shrinkflation?
No. Una confezione più piccola può essere semplicemente un nuovo formato commerciale. Per verificare un aumento effettivo occorre confrontare il prezzo per unità di misura con quello di un prodotto equivalente venduto precedentemente.
Come si calcola l’aumento di prezzo dovuto alla shrinkflation?
Se il prezzo resta invariato, si divide la vecchia quantità per quella nuova, si sottrae 1 e si moltiplica per 100. Ad esempio, passando da 500 a 450 grammi allo stesso prezzo, l’aumento del costo per grammo è di circa l’11,1%.
È possibile segnalare una confezione con informazioni ingannevoli?
Sì. Quando si sospetta una pratica commerciale scorretta, è possibile presentare una segnalazione all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, conservando elementi utili come fotografie delle confezioni, etichette dei prezzi e scontrini.
FONTI UTILIZZATE
- Eurostat – Harmonised Index of Consumer Prices (HICP), Methodological Manual 2024. Definizione del fenomeno e trattamento delle variazioni quantitative nelle statistiche dei prezzi.
- Commissione europea – Price Indication Directive. Indicazione del prezzo per unità di misura e tutela dei consumatori.
- EUR-Lex – Direttiva 98/6/CE. Riferimento normativo europeo sui prezzi dei prodotti offerti ai consumatori.
- AGCM – Bollettino n. 39 del 16 ottobre 2023. Caso relativo alla riduzione quantitativa di un prodotto e alle informazioni commerciali ingannevoli.
- Ministero delle Imprese e del Made in Italy – FAQ sul riporzionamento dei prodotti confezionati. Chiarimenti sull’applicabilità dell’articolo 15-bis del Codice del consumo.
- Commissione europea – TRIS – Notifica 2026/0188/IT. Proposta italiana di modifica della disciplina sulla shrinkflation.
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