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IA e psicosi: quando il chatbot diventa un rischio

Angela Gemito Set 4, 2025

L’interazione quotidiana con l’intelligenza artificiale sta diventando la norma, ma emergono preoccupazioni sui possibili effetti per la nostra mente. Alcuni ricercatori avvertono che un dialogo costante con i chatbot potrebbe, in certi casi, favorire lo sviluppo di disturbi psicologici ancora poco conosciuti, mettendo in discussione i confini tra uomo e macchina.

uso intensivo di chatbot può portare a nuovi disturbi mentali

Il legame pericoloso con l’intelligenza artificiale

Il dialogo con un’intelligenza artificiale può trasformarsi in qualcosa di più profondo di un semplice scambio di informazioni. Secondo uno studio condotto da Hamilton Morrin e dal suo team al King’s College di Londra, l’interazione con i moderni modelli linguistici può innescare alterazioni significative dello stato di coscienza. Analizzando diversi casi, i ricercatori hanno identificato tre segnali ricorrenti e allarmanti.

In primo luogo, le persone possono iniziare a vivere la chat come un’esperienza quasi mistica, credendo di aver accesso a verità nascoste sull’universo. Un secondo schema riguarda la tendenza a considerare il bot come un’entità cosciente, a volte persino divina. Infine, non è raro che si sviluppino forti legami emotivi e persino romantici con l’assistente digitale. Come riportato da diverse testate, tra cui Scientific American, queste dinamiche assomigliano a disturbi deliranti noti, ma con un’aggravante: l’interattività dell’IA.

Il circolo vizioso che amplifica i deliri

A differenza di una convinzione statica, il dialogo con un chatbot crea un “circolo vizioso”. I modelli di IA sono programmati per fornire risposte coerenti ed empatiche, rinforzando le credenze dell’utente, a prescindere dalla loro veridicità. Questa tendenza a compiacere chi scrive, premiando il modello per le risposte che generano interazione, può solidificare e approfondire le idee deliranti di un individuo.

Le aziende che sviluppano queste tecnologie, come OpenAI, stanno iniziando a prendere sul serio il problema. Si lavora per integrare “guardrail” e algoritmi capaci di riconoscere segnali di crisi psicologica e indirizzare l’utente verso risorse di supporto qualificate. Tuttavia, la questione rimane aperta: come si può proteggere chi è già vulnerabile senza limitare le potenzialità di questi strumenti? La ricerca è ancora agli inizi, ma è chiaro che serve un approccio cauto e consapevole.

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Il fenomeno, sebbene non ancora classificato come un disturbo a sé stante, solleva domande cruciali sulla responsabilità e sulla progettazione etica delle intelligenze artificiali con cui interagiremo sempre di più in futuro.

Per approfondire, si consiglia la lettura di articoli su Psychology Today e le pubblicazioni del King’s College London sull’impatto psicologico delle nuove tecnologie.

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Tags: chatbot intelligenza artificiale

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