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L’incredibile storia di quando Internet era un oceano (e perché oggi sembra una pozzanghera)

Angela Gemito Mag 29, 2026

C’è un meme che gira da tempo sul web e che fa più o meno così: «Internet oggi consiste in cinque siti web, ognuno dei quali è pieno di screenshot degli altri quattro». Se anche tu hai la sensazione che la rete sia diventata incredibilmente piccola, ripetitiva e un po’ sbiadita, non sei solo. Non è solo nostalgia dei bei tempi andati. È la descrizione accurata di un’evoluzione tecnologica ed economica che ha trasformato un oceano selvaggio in una manciata di giganteschi acquari recintati. Ma come siamo passati dalla libertà assoluta di milioni di siti indipendenti al monopolio di cinque social network e tre piattaforme di streaming?

L’idea che ha cambiato tutto

Nel 1989, quando Tim Berners-Lee inventò il World Wide Web al CERN di Ginevra, non aveva in mente un centro commerciale. La sua idea era una gigantesca ragnatela decentralizzata di informazioni. Nel suo concetto originale, ogni computer poteva essere sia un server che un fruitore. Chiunque, con un minimo di competenza tecnica, poteva aprire la propria “finestra sul mondo” creando un sito web.

I primi vent’anni di Internet sono stati un’esplosione di biodiversità digitale. C’erano i forum dedicati ai soggetti più assurdi, i blog personali aggiornati quotidianamente, i siti di nicchia curati da appassionati che non guadagnavano un centesimo. Navigare significava letteralmente “andare all’avventura”: non sapevi mai dove ti avrebbe portato il prossimo clic.

Come funzionava (e come funziona oggi)

Il segreto di quella vecchia rete risiedeva nei protocolli aperti. Un protocollo è semplicemente un linguaggio comune che permette a due computer di parlarsi. Il web si poggiava su standard liberi:

  • HTTP: per trasferire le pagine web.
  • HTML: per scriverle e formattarle.
  • RSS: un sistema geniale che permetteva di “abbonarsi” ai tuoi siti preferiti per ricevere gli aggiornamenti in un unico posto, senza dover cedere i propri dati a nessuno.

Oggi l’infrastruttura di base è la stessa, ma il modo in cui ci muoviamo è radicalmente cambiato. Non usiamo più i link per viaggiare da un sito all’altro. Ci affidiamo a piattaforme-scatola (come Meta, Google, TikTok o Netflix) che trattengono l’utente al loro interno. Gli algoritmi di raccomandazione hanno sostituito la nostra curiosità: non siamo noi a cercare i contenuti, sono i contenuti a inseguire noi, basandosi su ciò che tiene più a lungo incollati i nostri occhi allo schermo.

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Il dettaglio poco conosciuto: l’effetto Enshitification

Esiste un termine scientifico, coniato dallo scrittore e attivista Cory Doctorow, che spiega perché i tuoi siti preferiti oggi sembrano la versione peggiore di ciò che erano un tempo: Enshitification (letteralmente, “merdificazione”).

Questo fenomeno descrive il ciclo vitale inevitabile delle grandi piattaforme digitali moderne, che si articola in tre fasi precise:

  1. Fase 1 (Iper-generosità): All’inizio, la piattaforma offre un servizio fantastico e gratuito per attirare gli utenti (pensa a Uber che costava pochissimo o a Amazon che non faceva pagare le spedizioni).
  2. Fase 2 (La trappola per i creatori): Una volta bloccati gli utenti, la piattaforma modifica gli algoritmi per favorire i creatori di contenuti, gli editori o i venditori, spingendoli a investire tempo e denaro.
  3. Fase 3 (La monetizzazione selvaggia): Quando sia gli utenti che le aziende sono ormai “ostaggi” del sistema (perché non sanno dove altro andare), la piattaforma monetizza tutto, peggiorando il servizio per entrambi e tenendo per sé tutto il valore economico.

Ecco perché oggi Instagram è pieno di pubblicità, i risultati di Google sono quasi tutti annunci sponsorizzati e i servizi di streaming continuano ad aumentare i prezzi mentre tagliano i cataloghi.

Perché è rimasta importante

Capire questa transizione è fondamentale perché Internet non è semplicemente “un elettrodomestico” che si è guastato. È l’infrastruttura culturale ed economica della nostra società. La centralizzazione del web ha ridotto la nostra capacità di scoprire l’inaspettato.

Quando tutto il traffico mondiale passa da pochissimi imbuti, la cultura si omologa. I video di TikTok tendono ad assomigliarsi tutti perché seguono lo stesso trend musicale; gli articoli di giornale sono scritti per compiacere l’algoritmo di Google e non il lettore; i film sulle piattaforme di streaming vengono prodotti sulla base dei dati di visione, standardizzando le trame.

Cosa ci racconta ancora oggi

La storia del web ci insegna che la tecnologia non è un destino immutabile, ma il risultato di scelte economiche. Internet sembra “finito” solo perché abbiamo smesso di esplorarlo al di fuori delle rotte commerciali più battute.

La buona notizia? La vecchia ragnatela è ancora lì, nascosta sotto i piedi dei giganti. Negli ultimi tempi, una nuova ondata di utenti sta riscoprendo il “Fediverso” (reti decentralizzate come Mastodon), le newsletter indipendenti e i vecchi blog. Forse, il modo migliore per salvare Internet non è aspettare che le grandi piattaforme migliorino, ma spegnere l’algoritmo e ricominciare a digitare gli indirizzi a mano, un clic ribelle alla volta.

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