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L’enigma della convivenza: quando tollerare tutto diventa un rischio.

Angela Gemito Mar 22, 2026

L’equilibrio precario delle società aperte si regge su un filo sottile, un confine non scritto che separa l’accoglienza del dissenso dalla sopravvivenza dei propri valori fondamentali. Spesso immaginiamo la tolleranza come un serbatoio infinito, una risorsa che più viene elargita, più rende civile una nazione. Tuttavia, la storia del pensiero politico e le dinamiche sociali contemporanee ci suggeriscono una realtà più complessa e decisamente più scomoda: esiste un punto di rottura oltre il quale la libertà di espressione e l’accettazione indiscriminata iniziano a corrodere le fondamenta stesse della democrazia.

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Il concetto che oggi domina il dibattito pubblico è quello del paradosso della tolleranza, formulato originariamente dal filosofo Karl Popper. In un momento storico segnato da polarizzazioni estreme e algoritmi che isolano gli individui in bolle ideologiche, interrogarsi su questo limite non è un esercizio accademico, ma una necessità civile. Se siamo disposti a tollerare anche coloro che dichiarano apertamente di voler distruggere la tolleranza stessa, non stiamo forse preparando il terreno per la nostra scomparsa?

La genesi di un dilemma etico

L’idea che la libertà debba avere dei confini per poter sopravvivere sembra un controsenso. Eppure, osservando l’evoluzione delle istituzioni moderne, emerge come la protezione del pluralismo richieda una forma di vigilanza attiva. Popper sosteneva che se estendiamo la tolleranza illimitata anche a chi è intollerante, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l’assalto degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi.

Questo non significa che ogni opinione sgradevole debba essere censurata. Al contrario, il vigore di una democrazia si misura dalla sua capacità di assorbire il dissenso. Il problema sorge quando il dissenso non mira più al dialogo, ma alla sovversione delle regole del gioco. In questo contesto, la tolleranza cessa di essere una virtù civica e si trasforma in una forma di apatia morale o, peggio, in una debolezza strategica che i movimenti autoritari sanno sfruttare con estrema efficacia.

Esempi concreti: tra digitale e reale

Oggi, questo paradosso trova la sua massima espressione nello spazio digitale. Le piattaforme social sono nate con l’utopia di una “piazza universale” dove ogni voce potesse avere cittadinanza. Tuttavia, abbiamo assistito a come la manipolazione dell’informazione e la diffusione di discorsi d’odio abbiano utilizzato proprio quella libertà di parola per soffocare le voci moderate o per minare la fiducia nelle istituzioni scientifiche e giuridiche.

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Prendiamo il caso delle comunità online radicalizzate: esse si scudano dietro il diritto alla libera espressione per coordinare azioni che limitano la libertà altrui. Quando la tolleranza diventa una giustificazione per non intervenire contro chi promuove la discriminazione, si assiste a un paradosso tangibile: lo spazio pubblico diventa invivibile per le minoranze o per chiunque non urli abbastanza forte. Qui, la mancanza di confini chiari finisce per generare un ambiente profondamente illiberale, nato paradossalmente da un eccesso di permissività originaria.

L’impatto sulla coesione sociale

A livello quotidiano, questo fenomeno si traduce in una crescente difficoltà di mediazione. Se ogni comportamento, anche quello che nega i diritti fondamentali dell’altro, deve essere tollerato in nome di un presunto equilibrio, la fiducia interpersonale crolla. Le persone iniziano a percepire le istituzioni come incapaci di proteggere i valori comuni, e questo senso di vulnerabilità è il combustibile perfetto per il populismo più radicale.

L’individuo medio avverte uno scollamento: da un lato gli viene chiesto di essere inclusivo e aperto; dall’altro vede come tale apertura venga talvolta strumentalizzata da gruppi che non hanno alcuna intenzione di ricambiare il gesto. Questa asimmetria crea un risentimento sociale sotterraneo. La tolleranza, quando percepita come una strada a senso unico, smette di essere un collante e diventa un fattore di divisione, portando i cittadini a rifugiarsi in posizioni difensive e, per reazione, intolleranti.

Lo scenario futuro: verso una “Tolleranza Attiva”

Qual è dunque la direzione per i prossimi decenni? La sfida non è diventare meno democratici, ma diventare più consapevoli delle fragilità del sistema. Si sta facendo strada il concetto di tolleranza militante o attiva: un approccio che non si limita ad accettare passivamente ogni istanza, ma che pone come condizione necessaria il rispetto reciproco del quadro costituzionale.

In futuro, le società che prospereranno saranno quelle capaci di tracciare una linea netta tra il conflitto di idee (necessario e salutare) e l’attacco ai presupposti della convivenza. Questo richiederà un impegno educativo senza precedenti. Non basta più insegnare a “sopportare” l’altro; occorre educare alla comprensione dei meccanismi attraverso cui l’intolleranza si maschera da libertà. La tecnologia, dal canto suo, dovrà evolvere verso sistemi di moderazione che non siano semplici mannaie censorie, ma architetture capaci di premiare la qualità e la responsabilità del discorso pubblico.

Oltre il paradosso

Siamo arrivati a un bivio storico. La sensazione di smarrimento che molti provano davanti alle trasformazioni sociali non è necessariamente un segno di chiusura, ma spesso la reazione istintiva a un equilibrio che si è spezzato. Definire fin dove può spingersi la nostra pazienza civile non è un atto di esclusione, ma un gesto di preservazione per tutto ciò che di buono la modernità ha costruito.

La domanda che resta aperta, e che richiede una riflessione molto più profonda sulle radici della nostra cultura, è chi sia titolato a tracciare quel confine. In un mondo multipolare, dove i valori sembrano fluidi e negoziabili, trovare un baricentro comune per la tolleranza è forse la sfida intellettuale più complessa del nostro tempo. Il rischio di sbagliare è alto: da un lato l’autoritarismo camuffato da ordine, dall’altro l’anarchia morale camuffata da libertà.

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