Roma, 1976. Un giovane architetto di ventisette anni si chiude in una mansarda in via del Babbuino. Non ha una trama in testa, non ha un manifesto politico da scrivere e, soprattutto, non ha nessuna intenzione di usare una lingua conosciuta. Compra matite colorate, fogli bianchi e inizia a disegnare. Disegna piante a forma di matita che sanguinano, coppie che si accoppiano fino a trasformarsi in un coccodrillo, macchinari geometrici che filtrano arcobaleni. Accanto a queste visioni, traccia righe di una grafia sinuosa, corsiva, elegante. Sembra arabo, forse georgiano, a tratti sanscrito. In realtà, non è niente.

Quell’architetto si chiama Luigi Serafini e il risultato di tre anni di isolamento è il Codex Seraphinianus. Defenestrate l’idea classica di “lettura”. Questo non è un romanzo, non è un saggio, non è una raccolta di poesie. È un oggetto alieno caduto sul nostro pianeta, stampato per la prima volta da Franco Maria Ricci nel 1981 in due volumi millesimati preziosissimi e diventato, nel corso dei decenni, un’ossessione collettiva per scienziati, linguisti e sognatori.
Se vi state chiedendo perché sia il libro da scegliere quando cercate qualcosa di davvero assoluto, la risposta sta nella sensazione destabilizzante che si prova girando le sue pagine.
Un’enciclopedia di un mondo che non c’è
Il Codex è strutturato esattamente come una vecchia enciclopedia scientifica del Diciannovesimo secolo. Ci sono undici capitoli, divisi rigorosamente per materie. La prima parte esplora la natura: la flora, la fauna, la fisica di questo universo alternativo. La seconda parte si occupa dell’uomo: la biologia, la storia, l’abbigliamento, i giochi.
Sfogliandolo su uno smartphone mentre si viaggia in metropolitana, l’effetto è ipnotico. Si incontra il “pesce-occhio”, un bulbo oculare munito di pinne che nuota nei mari di questo strano mondo, o alberi che si sradicano da soli per tuffarsi nei fiumi e migrare altrove. Ogni tavola è accompagnata da descrizioni minuziose in quella lingua indecifrabile.
I dettagli tecnici dei disegni sono chirurgici. Serafini non improvvisa: usa la prospettiva, le ombre, la precisione del disegnatore tecnico per dare credibilità all’assurdo. C’è una logica interna profonda in ogni follia visiva, ed è questo che frega il cervello del lettore. Chiunque lo prenda in mano spende i primi dieci minuti a cercare una chiave di lettura, un codice, un appiglio logico. Cerca di decodificare i caratteri, convinto che ci sia un messaggio segreto nascosto tra le righe.
La svolta: il fallimento dei critici e la confessione dell’autore
Per anni, esperti di crittografia di tutto il mondo hanno analizzato i segni del Codex. Hanno usato computer, calcolato la frequenza dei grafemi, cercato analogie con il celebre Manoscritto Voynich. Niente da fare. Il testo resisteva a qualsiasi tentativo di traduzione. Anche menti brillantissime come Italo Calvino rimasero stregate da quest’opera. Calvino scrisse un saggio memorabile sul Codex, descrivendolo come l’anatomia dell’immaginario.
Poi, durante una conferenza all’università di Oxford nel 2009, Luigi Serafini decise di vuotare il sacco, spiazzando tutti.
L’autore confessò che dietro quella grafia non c’era nessun significato nascosto. Nessun codice segreto, nessun messaggio esoterico, nessuna lingua inventata con una sua grammatica come il Klingon o l’Elfico di Tolkien. Serafini spiegò che voleva ricreare nel lettore adulto la stessa identica sensazione che prova un bambino di tre anni che apre un libro per grandi: vede le lettere, intuisce che hanno un senso per gli adulti, ma non sa cosa dicano. Può solo guardare le figure, immaginare la storia, perdersi nel mistero della pagina scritta.
Perché questa lettura cambia la mente
Nel momento esatto in cui si accetta che il testo non dice nulla, succede qualcosa di magico. Il cervello smette di analizzare e inizia a percepire. Il Codex Seraphinianus vi costringe a un esercizio mentale rarissimo nell’epoca degli algoritmi e delle risposte pronte in tre secondi su Google: vi costringe a convivere con l’ignoto.
Non c’è una trama da seguire, non c’è un finale che svela il colpevole. Ognuno ci legge quello che vuole. Per uno scienziato diventa una satira della tassonomia accademica; per un artista è pura anarchia visiva; per un lettore stanco dei soliti schemi narrativi è una boccata d’aria fresca che riattiva la creatività addormentata.
Non è un libro da leggere da cima a fondo su una poltrona, è un volume da tenere sul comodino o sul tavolo del soggiorno, da aprire a caso, per lasciarsi sorprendere da una macchina che fabbrica nuvole o da un vestito da sera fatto di specchi fratturati. In un mondo in cui tutto deve essere spiegato, ottimizzato e catalogato, il capolavoro di Serafini ci ricorda l’importanza del puro, totale e meraviglioso non-senso.
Scarica la nostra app e ricevi notizie, curiosità, misteri, scoperte e tecnologia direttamente sul tuo smartphone.
Scarica per AndroidMi occupo di fornire agli utenti delle news sempre aggiornate, dal gossip al mondo tech, passando per la cronaca e le notizie di salute. I contenuti sono, in alcuni casi, scritti da più autori contemporaneamente vengono pubblicati su Veb.it a firma della redazione.





