Nelle biblioteche storiche medievali e della prima età moderna, i libri erano incatenati agli scaffali per proteggere manufatti dal valore economico incalcolabile senza impedirne la consultazione pubblica. Un singolo volume manoscritto su pergamena richiedeva mesi di lavoro artigianale e l’impiego di decine di pelli animali: legare il tomo a un’asta metallica con una catena di ferro era l’unico compromesso per consentirne la lettura a studenti e studiosi azzerando il rischio di furto.
Questa soluzione tecnica ha dato vita alle cosiddette chained libraries (o biblioteche incatenate), un modello architettonico e organizzativo diffuso tra il XIV e il XVIII secolo in gran parte d’Europa, dai monasteri ai primi collegi universitari.

Un patrimonio dal costo paragonabile a una fattoria
Per comprendere l’origine delle catene occorre spogliarsi dell’idea contemporanea del libro come oggetto seriale ed economico. Prima della diffusione della stampa a caratteri mobili, e ancora a lungo dopo la sua introduzione, il libro era un bene di lusso estremo.
La produzione di una Bibbia o di un trattato giuridico su pergamena mobilitava una filiera complessa:
- l’allevamento del bestiame per ricavare la pelle (spesso di vitello, pecora o capra);
- il lavoro di preparazione dei fogli da parte dei conciatori;
- mesi di copiatura a mano da parte di amanuensi specializzati;
- la decorazione affidata ai miniatori, che usavano spesso foglia d’oro e pigmenti rari;
- una solida legatura in legno e cuoio per proteggere i fogli dall’umidità.
Nel Medioevo, il valore di una grande opera poteva eguagliare la rendita annuale di una tenuta agricola o il costo di costruzione di una casa in città. Quando un’università, una cattedrale o un convento riceveva o acquistava un tomo, il rischio di vederlo sparire o essere smembrato per rivenderne le singole carte era concreto e costante.
Come funzionava la meccanica del banco
Le catene non venivano fissate direttamente alla carta, ma ancorate alla struttura portante della copertina. L’estremità della catena era saldata a un anello metallico rivettato sull’asse di legno del piatto anteriore o posteriore, rinforzato da borchie d’angolo.
L’altro capo scorreva liberamente lungo un’asta di ferro fissata orizzontalmente davanti o sopra allo scaffale. L’asta era bloccata all’estremità da una serratura apribile solo dal bibliotecario custode mediante una chiave apposita: solo lui poteva sfilare l’anello per spostare, restaurare o riordinare i tomi.
La lunghezza della catena era calcolata al millimetro. Doveva essere abbastanza lunga da permettere al lettore di adagiare il libro sul leggio sottostante senza tirare, ma sufficientemente corta da impedirgli di portarlo via o di appoggiarlo a terra, riducendo l’usura meccanica della rilegatura.
La disposizione al contrario: perché il dorso guardava il muro
Chi visita oggi una biblioteca incatenata superstite nota un’anomalia visiva: i libri venivano riposti con il dorso rivolto verso l’interno e il taglio delle pagine verso il lettore.
Non si trattava di disattenzione, ma di un accorgimento funzionale per evitare che la catena, collegata al bordo esterno del piatto, si attorcigliasse tirando il volume fuori dallo scaffale. Se il libro fosse stato collocato con il dorso visibile, estrarlo avrebbe costretto la maglia di ferro a sfregare contro la costola e i tomi vicini, lacerando le legature nel giro di poche consultazioni.
I titoli e le collocazioni venivano quindi annotati a inchiostro direttamente lungo i tagli delle pagine, oppure su strisce di pergamena incollate sui piatti.
I rari luoghi dove il tempo si è fermato
Con il progredire della stampa e la progressiva riduzione dei costi di fabbricazione della carta nel corso del Settecento, il valore materiale del singolo esemplare diminuì gradualmente, rendendo il sistema a catena ingombrante e obsoleto. Molte istituzioni rimossero ferramenta e aste per fare spazio a scaffalature verticali più dense.
Alcuni complessi monumentali hanno però conservato l’impianto originario intatto:
- la Biblioteca Malatestiana di Cesena, completata a metà del Quattrocento, conserva ancora i codici legati ai rispettivi banchi lignei (i plutei) tramite catene originali in ferro battuto;
- la Biblioteca della Cattedrale di Hereford, in Inghilterra, rappresenta la più grande biblioteca incatenata medievale al mondo giunta a noi perfettamente funzionante con i suoi banchi e catene d’epoca;
- la celebre Bodleian Library di Oxford, che mantenne i propri tomi legati fino alla seconda metà del XVIII secolo, prima che la modernizzazione degli spazi ne imponesse lo smantellamento.
DOMANDE FREQUENTI
I libri venivano incatenati anche dopo l’invenzione della stampa?
Sì. Nonostante la tecnica di Gutenberg avesse moltiplicato le copie disponibili, i volumi di grande formato in folio rimasero oggetti costosi per almeno due secoli. In diverse università europee la pratica è rimasta in vigore fino alla fine del Settecento.
Era possibile prendere in prestito un libro incatenato?
Di norma no. Le biblioteche incatenate erano destinate alla sola consultazione sul posto. Il lettore doveva sedersi al banco corrispondente allo scaffale e studiare il testo esattamente nella postazione in cui era vincolato.
Come si evitava che le catene strappassero la copertina?
Gli anelli venivano fissati con rivetti metallici passanti direttamente attraverso assi di legno massiccio (spesso faggio o quercia), foderate poi in cuoio. Il peso della catena era bilanciato da maglie leggere ma resistenti in ferro forgiato.
FONTI UTILIZZATE
- Biblioteca Malatestiana – Comune di Cesena (Documentazione storica e museale sull’aula del Nuti e i banchi di lettura con catene originali)
- Hereford Cathedral – Chained Library (Scheda tecnica e archivistica sulla conservazione dell’impianto a catena)
- Bodleian Libraries – University of Oxford (Registri storici sulla transizione dalle collezioni incatenate all’apertura dei depositi moderni)
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