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Ma tu lo sai che metà delle persone in ufficio pensa di fare un lavoro del tutto inutile?

VEB Lug 21, 2026

L’allarme suona alle sette. C’è chi si alza, fa un caffè al volo ed esce di casa sapendo perfettamente che, se oggi non si presentasse alla scrivania, l’economia globale non ne risentirebbe minimamente. Anzi, forse nessuno se ne accorgerebbe nemmeno per un paio di settimane.

Non è una sensazione isolata né un attacco d’ansia del lunedì mattina. Qualche anno fa, l’antropologo David Graeber ha deciso di indagare davvero su questo fenomeno, finendo per scoperchiare un vaso di Pandora che molti preferivano tenere ben chiuso. La stima emersa da diversi sondaggi ed indagini sociali negli ultimi anni è spiazzante: circa la metà dei lavoratori ritiene che la propria occupazione sia del tutto priva di senso o, nei casi peggiori, persino dannosa per la società.

Benvenuti nell’era dei Bullshit Jobs.

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Il paradosso di Keynes che non si è mai avverato

Nel 1930, l’economista John Maynard Keynes fece una previsione piuttosto ottimistica: grazie al progresso tecnologico e all’automazione, entro la fine del secolo avremmo lavorato tutti circa 15 ore a settimana. Il resto del tempo lo avremmo dedicato all’arte, al tempo libero e alla ricerca personale.

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È andata esattamente al contrario.

La tecnologia è arrivata, le macchine hanno moltiplicato la produttività, ma anziché lavorare di meno, abbiamo inventato una quantità sproporzionata di ruoli e mansioni la cui unica funzione sembra essere quella di giustificare una giornata lavorativa di otto ore.

Chiunque abbia trascorso del tempo in una grande azienda conosce la fauna di queste professioni fantasma:

  • I gestori di flussi: persone il cui unico compito è assegnare compiti ad altri che sanno già cosa fare.
  • I correttori di moduli: professionisti impegnati a compilare report che nessuno leggerà mai, creati solo per dimostrare che un determinato dipartimento sta “lavorando”.
  • I generatori di riunioni: figure dedicate all’organizzazione di incontri di tre ore per pianificare un’altra riunione in cui si deciderà la data della prossima call.

La cosa insolita non è l’esistenza di questi ruoli, ma la sofferenza silenziosa di chi li ricopre. Un lavoro faticoso ma utile gratifica; un lavoro comodo ma palesemente inutile devasta la mente.

La svolta: quando il sistema premia chi finge di produrre

Pensiamo a un caso pratico capitato in una multinazionale della logistica. Un programmatore si rende conto che un processo di archiviazione dati, per cui veniva pagato a tempo pieno, può essere automatizzato con un semplice script di 50 righe di codice. Lo scrive, lo avvia e si ritrova con sette ore e mezza di tempo libero al giorno.

Qual è la reazione istintiva del management quando intuisce che il lavoro è finito? Non premiare l’efficienza, ma pretendere che la persona “sembri occupata”. Ed è qui che scatta la svolta invisibile del mercato del lavoro moderno: la simulazione dell’impegno diventa più importante dell’impatto reale.

Se un spazzino smette di pulire le strade per tre giorni, la città va in tilt. Se un medico o un autista d’autobus sciopera, il paese si ferma. Ma cosa succede se domani mattina si assentassero contemporaneamente tutti gli addetti alle corporate synergies o i consulenti di brand alignment? Probabilmente assolutamente nulla.

L’aspetto quasi assurdo di questo meccanismo è che i lavori più cruciali per la sopravvivenza quotidiana della comunità sono spesso quelli meno retribuiti e con meno prestigio sociale, mentre ruoli del tutto astratti godono di stipendi elevati e uffici panoramici.

La gabbia d’oro che logora la mente

Essere pagati per fare poco o nulla potrebbe sembrare il sogno di chiunque, ma la psicologia umana funziona al contrario. Sentirsi irrilevanti produce una forma sottile di frustrazione nota come boreout, il corrispettivo da noia del più famoso burnout.

L’essere umano ha un bisogno ancestrale di percepire l’effetto delle proprie azioni sul mondo circostante. Quando questo legame si spezza, subentra un senso di finzione permanente: si entra in ufficio, si muove il mouse a intervalli regolari per non far andare in stand-by il computer e si attende la fine del turno.

Nessuna rivoluzione tecnologica, finora, è riuscita a liberarci da questa trappola. Anzi, con l’avvento dell’intelligenza artificiale, il rischio non è solo che molti compiti spariscano, ma che ne vengano creati di nuovi, ancora più burocratici e surreali, per supervisionare algoritmi che facevano già tutto benissimo da soli.

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