La mattina dell’8 febbraio 1855 gli abitanti di oltre trenta villaggi del Devon meridionale trovarono la neve fresca segnata da un percorso inspiegabile. Una scia ininterrotta di impronte a forma di zoccolo a ferro di cavallo, ciascuna lunga circa dieci centimetri e larga sette, attraversava giardini recintati, campi aperti, tetti innevati e muri alti tre metri, proseguendo per una distanza stimata tra i 60 e i 160 chilometri lungo l’estuario dell’Exe.

L’evento divenne celebre come il caso delle “impronte del diavolo” (Devil’s Footprints): un’anomalia su larga scala che l’8 e il 9 febbraio 1855 gettò nel terrore diverse comunità rurali inglesi, spingendo la stampa locale e nazionale a raccogliere resoconti dettagliati prima che il folklore trasformasse una bizzarria atmosferica o zoologica in un presagio diabolico.
La reazione immediata nei villaggi di Dawlish, Exmouth, Teignmouth e Totnes fu di puro allarme. Molti fedeli si rifiutarono di uscire di casa per andare in chiesa, mentre piccoli gruppi di residenti si armarono di bastoni e forconi nel tentativo di rintracciare la bestia o l’intruso responsabile.
I resoconti della stampa d’epoca: tra Illustrated London News e cronache locali
Il primo giornale a parlarne diffusamente a livello locale fu il Flying Post di Exeter, seguito dal Western Luminary. Tuttavia, la notizia ottenne risonanza internazionale quando venne ripresa e illustrata dall’Illustrated London News nei numeri del 24 febbraio e del 3 marzo 1855.
I corrispondenti dell’epoca riportarono misurazioni precise e schemi grafici:
- Forma dell’impronta: un calco a forma di zoccolo non fesso, lungo circa 4 pollici (10 cm) e largo 2,75 pollici (7 cm), con margini netti e fondo pulito.
- Passo regolare: la distanza tra un’impronta e la successiva misurava costantemente circa 8 pollici (20 cm), disposta su un’unica linea retta (andatura unifilare), come se l’essere si muovesse su due zampe o sovrapponesse perfettamente i passi.
- Continuità inspiegabile: la pista scavalcava muri di cinta alti più di tre metri senza interrompersi, saliva su tetti spioventi di fienili e case, e in alcuni tratti sembrava entrare in tubi di scarico da 10 centimetri per poi riprendere dall’altro lato.
Questo schema lineare fu l’elemento che più sconcertò i naturalisti: la maggior parte dei quadrupedi lascia tracce affiancate o alternate, mentre la pista del Devon sembrava tracciata da una singola traiettoria continua.
Le ipotesi razionali formulate nel 1855
Nelle settimane successive, le colonne dei giornali si trasformarono in un dibattito acceso tra scienziati dell’epoca, ecclesiastici e cacciatori locali.
La spiegazione biologica più accreditata venne avanzata dal celebre biologo e anatomista Richard Owen, il quale ipotizzò che le impronte appartenessero a una colonia di tassi in cerca di cibo. Secondo Owen, il freddo improvviso e la scarsità di nutrimento avevano spinto gli animali ad avventurarsi nei centri abitati; il disgelo parziale e il successivo rigelo della neve fresca avrebbero poi allargato e deformato i piccoli fori delle zampe, conferendo loro il contorno tondeggiante simile a uno zoccolo.
Altri naturalisti proposero alternative zoologiche differenti:
- Topi campagnoli o topi selvatici: saltando sulla neve fresca con zampe posteriori e anteriori raccolte, i roditori lasciano buchi ravvicinati che, a causa della sublimazione della neve al sole, tendono ad assumere forme tondeggianti o cuoriformi.
- Uccelli di palude o cigni: le zampe palmate, toccando terra durante brevi atterraggi o scivolate sulla neve, producono solchi che possono ricordare ferri di cavallo imperfetti.
- Un pony o un asino fuggito: ipotesi subito scartata dai cacciatori per la presenza di impronte su tetti e muri chiusi.
Un’altra pista tecnica esaminata dai cronisti fu la fuga di un pallone aerostatico sperimentale dai cantieri navali di Devonport (Plymouth), la cui corda o catena di zavorra avrebbe rimbalzato a intervalli regolari sul terreno innevato. Tuttavia, le autorità marittime non registrarono lanci né perdite di palloni in quelle date.
L’effetto dilatazione: come nasce un’isteria collettiva
L’analisi storiografica moderna ha ridimensionato molti dettagli tramandati nei decenni successivi. Gli studiosi di folklore e storia locale hanno evidenziato che la narrazione dei “160 chilometri ininterrotti” nacque dall’accostamento arbitrario di decine di tracce diverse.
I residenti di villaggi distanti anche trenta chilometri, trovando buchi nella neve la mattina dell’8 febbraio, collegarono automaticamente i propri avvistamenti con quelli dei paesi vicini attraverso le corrispondenze postali. In realtà:
- Nessun singolo osservatore percorse mai l’intero tracciato;
- Le descrizioni dei calchi variavano sensibilmente da borgo a borgo;
- Il fenomeno atmosferico di disgelo rapido con vento freddo (snow drift) produsse cavità e forme bizzarre in un’ampia porzione della contea.
Non vi fu un unico essere misterioso che attraversò il Devon camminando sui tetti, ma una combinazione di fauna locale in movimento dopo una tormenta, alterazione termica della neve e una rapida cassa di risonanza mediatica che fuse centinaia di piccole anomalie ordinarie in una sola mostruosa apparizione.
DOMANDE FREQUENTI
Cosa successe esattamente l’8 febbraio 1855 nel Devon?
All’indomani di un’abbondante nevicata, gli abitanti di decine di villaggi trovarono sul terreno, sui muri e sui tetti una serie di impronte simili a zoccoli disposte in linea retta, dando origine alla leggenda delle impronte del diavolo.
Le impronte coprivano davvero 160 chilometri in una notte?
No. Le indagini storiche mostrano che la lunghezza complessiva è il frutto dell’unione arbitraria di tracce distinte e indipendenti osservate in diverse località della contea, non di una pista unica tracciata da un solo organismo.
Qual è la spiegazione scientifica più probabile?
La causa più plausibile è l’attività notturna di piccoli animali selvatici (come tassi, lepri o topi di campagna) le cui impronte sono state allargate e rimodellate dal disgelo e dal vento, assumendo la forma concava di uno zoccolo.
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