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Che succede al corpo con un digiuno di 36 ore

Angela Gemito Feb 22, 2026

Il concetto di astenersi dal cibo per un’intera giornata, e oltre, evoca spesso reazioni polarizzate. Da un lato, il timore ancestrale della carenza nutritiva; dall’altro, una crescente letteratura scientifica che esplora il digiuno non come una privazione, ma come un “interruttore biologico“. Quando varchiamo la soglia delle 36 ore, entriamo in un territorio metabolico che il corpo umano non abita quasi mai nella modernità dei tre pasti al giorno. Non si tratta di una semplice estensione del digiuno intermittente classico, ma di un processo di profonda ristrutturazione interna.

Che succede al corpo con un digiuno di 36 ore

Il primo spartiacque: l’esaurimento del glicogeno

Nelle prime ore dopo l’ultimo pasto, il corpo attinge alle riserve di glucosio presenti nel sangue e nel fegato. Tuttavia, intorno alla diciottesima o ventiquattresima ora, queste scorte — il glicogeno — iniziano a scarseggiare drasticamente. È in questo preciso momento che avviene lo “switch” metabolico.

Senza più zuccheri pronti all’uso, l’organismo deve cambiare radicalmente strategia per alimentare l’organo più energivoro di tutti: il cervello. Inizia così la gluconeogenesi, un processo in cui il fegato trasforma substrati non glucidici in energia. Ma la vera magia biologica delle 36 ore risiede nella transizione verso la chetosi profonda, dove i grassi diventano la valuta energetica primaria, producendo corpi chetonici che fungono da carburante “pulito” e ad alta efficienza.

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L’autofagia: le pulizie di primavera delle cellule

Il motivo principale per cui ricercatori e biohacker guardano con interesse alle 36 ore è l’autofagia. Il termine, che letteralmente significa “mangiare se stessi”, descrive un meccanismo di riciclo cellulare che è valso il Premio Nobel a Yoshinori Ohsumi nel 2016.

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Immaginiamo le nostre cellule come piccole fabbriche: col tempo, accumulano componenti danneggiati, proteine mal ripiegate e organelli disfunzionali. In presenza di nutrienti costanti (specialmente proteine e carboidrati che attivano la via mTOR), la cellula è troppo impegnata a crescere per pensare alle pulizie. Quando però i nutrienti mancano per un periodo prolungato, la cellula attiva i lisosomi per demolire e riciclare i propri scarti. A 36 ore, questo processo non è solo attivo, ma raggiunge picchi che il digiuno breve (16:8) riesce a stimolare solo marginalmente. È una forma di manutenzione interna che sembra avere correlazioni dirette con la longevità e la prevenzione di patologie neurodegenerative.

L’impatto sul sistema immunitario e sull’infiammazione

Un aspetto spesso trascurato del digiuno di 36 ore è il suo effetto sul sistema immunitario. Studi condotti presso l’Università della California hanno suggerito che il digiuno prolungato possa indurre una sorta di “reset” immunitario. La riduzione drastica dei livelli di insulina e della stimolazione dell’IGF-1 (fattore di crescita insulino-simile) segnala al corpo di proteggere le cellule staminali e di eliminare i globuli bianchi più vecchi o danneggiati.

Parallelamente, i marcatori dell’infiammazione sistemica, come la proteina C-reattiva, tendono a diminuire. Per una società che soffre di un’epidemia di “infiammazione silente” dovuta a stili di vita sedentari e diete iper-processate, questo intervallo di tempo rappresenta una pausa terapeutica che permette ai sistemi biochimici di ritrovare un equilibrio omeostatico.

La dimensione psicologica: chiarezza e resilienza

Chi pratica il digiuno di 36 ore riferisce spesso un fenomeno controintuitivo: dopo una fase iniziale di fame acuta (solitamente intorno alla ventesima ora, legata ai ritmi circadiani della grelina), subentra una sensazione di straordinaria lucidità mentale.

Questa chiarezza è legata alla produzione di BDNF (Brain-Derived Neurotrophic Factor), una proteina che favorisce la sopravvivenza dei neuroni esistenti e la crescita di nuovi. Dal punto di vista evolutivo, questo ha perfettamente senso: un antenato che non trovava cibo per giorni aveva bisogno di un cervello estremamente performante e focalizzato per localizzare la prossima preda, non di un organismo debilitato e letargico. Sperimentare questa sensazione oggi significa riconnettersi con una resilienza biologica che la comodità moderna ha parzialmente sopito.

Considerazioni pratiche e precauzioni

Nonostante i benefici potenziali, un impegno di 36 ore richiede consapevolezza. La gestione degli elettroliti (sodio, potassio e magnesio) diventa cruciale, poiché il calo dell’insulina spinge i reni a espellere acqua e sali. Inoltre, la fase di interruzione del digiuno, il cosiddetto refeeding, è altrettanto importante del digiuno stesso: introdurre un pasto troppo abbondante o troppo ricco di zuccheri dopo un tale intervallo potrebbe causare shock digestivi o picchi insulinici controproducenti.

Verso un nuovo paradigma di salute

Il futuro della medicina preventiva guarda con sempre maggiore attenzione a questi protocolli di “stress controllato” (ormesi). Non si tratta di privazione fine a se stessa, ma di somministrare al corpo lo stimolo giusto per attivare difese che resterebbero altrimenti dormienti. In un’epoca di sovrabbondanza, il segreto della vitalità potrebbe risiedere non in ciò che aggiungiamo alla nostra dieta, ma in ciò che, ciclicamente, decidiamo di togliere.

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Angela Gemito
Angela Gemito
Curiosa per natura e appassionata di tutto ciò che è nuovo, racconto notizie, tecnologia e curiosità per scoprire il mondo con occhi sempre nuovi, un articolo alla volta.
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Tags: 36 ore digiuno

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